La bellezza del film emerge dalla maniera in cui sia Pasolini che i suoi interlocutori riescono a conciliare ingenuità e profondità, ad esprimere significati che vanno ben al di là della naïveté delle domande e dell'ipocrisia delle risposte. In Comizi d'amore la purezza della verità di un paese nel quale si confrontano epoche lontane e la contorsione di menzogne ipocrite o semplicemente stupide convivono perfettamente.

È il pathos della società italiana degli anni Sessanta, certamente non paradisiaca ma che ancora poteva contare sulla ricchezza delle differenze, subito evidenti nei volti, negli abiti, nel parlare e nel pensare. Un'apologia intrinseca della diversità ‒ diversità bioetica, si direbbe oggi, e culturale ‒ che mette di buon umore un Pasolini (pur ferito dal disprezzo o, peggio, dalla tolleranza perbenista da molti manifestata verso l'omosessualità) capace di trovare un contrappunto magnifico nei paesaggi straordinariamente espressivi che fanno da sfondo alle interviste (la strada come teatro ideale della convivialità mediterranea, noterà Michel Foucault).

Il tutto prima che l'omologazione e il genocidio culturale intervengano fatalmente a modificare quel guazzabuglio di improbabili punti di vista, sostituendo le paure feroci ma vitali degli ignoranti con la disperazione mortuaria di consumatori di sesso complessati.

Città Pasolini.

Comizi d'amore (1964)

Letteratura

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