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Lettera aperta di Alfredo Bini a Pasolini. II


Capitolo II. Il padre selvaggio

Niente come fare un film costringe a guardare le cose. Lo sguardo di un letterato su un paesaggio, campestre o urbano, può escludere un’infinità di cose, ritagliando dal loro insieme solo quelle che emozionano o servono. Lo sguardo di un regista – su quello stesso paesaggio – non può invece non prendere coscienza – quasi elencandole – di tutte le cose che vi si trovano. Infatti, mentre in un letterato le cose sono destinate a divenite parole, cioè simboli, nell’espressione di un regista le cose restano cose : « segni » del sistema verbale sono dunque simbolici e convenzionali, mentre i segni del sistema cinematografico sono appunto le cose stesse, nella loro materialità e nella loro realtà. Esse divengono, è vero, i « segni », ma sono i « segni », per così dire viventi, di se stesse.

Pasolini "Lettere luterane" Milano, Garzanti, 2010, p. 50.


Dacia Marini, Aberto Moravia, Pier Paolo Pasolini e Alfredo Bini un uno dei loro viaggi in Africa.

E poi il film che non abbiamo potuto fare. Forse il film più bello che avresti fatto.

L'altro giorno mi sono riletto il copione del "Padre selvaggio": è bello, è ancora attualissimo. Ma pensa allora, poi, nel '62...


La storia del figlio di un capo tribù nell'Africa centrale che va a Londra e diventa medico, torna nella sua tribù e naturalmente, quando scoppiamo le solite lotte tribali, ritorna completamente il figlio del capo tribù, perché no è che basti stare tre anni a Londra per annullare cinquantamila anni di civiltà e di usanza, di geni ereditati.

Se ci ripenso, mi torna il mal d fegato! Tutto pronto: sopralluoghi in tutta l'Africa, troviamo i posti, gli attori locali, l'accordo con gli inglesi per fare un specie di coproduzione in Kenya e contemporaneamente l'accordo con Kenyatta, che l'anno dopo sarebbe stato il primo presidente del Kenya indipendente, i comizi a Nairobi, a Mombasa.

Bene. Siamo pronti a partire quando arriva la vergognosa letterina del ministero: " Il film non si può fare perché gli attori sono tutti neri". Roba da matti! Feci tanto di quel casino che due anni dopo nella nuova legge fu introdotta la possibilità di deroga per i genotipici. Che disgraziati! E tutto questo nel periodo degli scandali delle coproduzioni miliardarie fasulle con i nostri amici impegnati che prestavano il nome per la regia Italia da aggiungere a quello americano e che si camuffava da "realizzatore"! Poi dice che uno fa male a incazzarsi con certa burocrazia!

Comunque oggi è la stessa cosa. Sono due anni anche preparo "l'Inferno" e naturalmente lo farò. Ho ricevuto una letterina dal ministero [...] Sembra scritto dallo stesso del Padre selvaggio o da quello che mi diffidava dal fare il "Bell'Antonio", "Accattone", "Il Vangelo secondo Matteo", "La mandragola" ecc.

Certo però che certe volte ti viene lo scoramento, ma poi uno continua ad andare avanti, perché le cose che gli vengono in mente lo costringono a muoversi.

E tu ne avevi tante di idee, che ti venivano generosamente, proprio a getti continuo.

Certe volte regalavi dieci idee durante una cena, oppure con cinquanta idee, che potevano essere cinquanta film, ce ne facevamo uno.

Ce ne sono molti di intellettualini che con un'ideuzza stitica allungano il brodo fino a farci un film, e poi una serie di film. Beati loro! Ma no, beati loro un cavolo! Meglio buttare fuori tutto quello che ci viene in mente, senza fare troppi calcoli. Perlomeno, sai, non ci sono gore stagnati: uno si tiene le sue cosine e alla fine gli marciscono dentro; e l'acqua rimane un torrente, non diventa una gora di merda, no?

Però a Roma non è che si chiacchierasse molto io e te. Si diceva quello che c'era da dire per il lavoro, qualche commento sulle varie fregnacce che c'erano in giro e basta. Si chiacchierava molto a ruota libera all'estero...ti ricordi? Ore e ore. A sommarle, centinaia di ore abbiamo passato ai bordi di qualche pista in Africa, oppure di notte ad aspettare che facesse un po' di fresco, per rientrare in quagli alberghetti sozzi lì, o nella capanna di Padre Calovini, o a pancia in su a guardare le stelle. La Croce del Sud. Tutti dicevano di vederla ma tu non la trovavi mai. Si cominciava con il solito discorso da ragazzini: le stelle, quante stelle. L'immensità dell'universo. Il mistero dell'universo. Tutte cose così, poi piano piano, arrivavi sempre alla morte: la morte, il mistero della morte, le coincidenze, le similitudini... "E piantala", ti dicevo. "Ormai che dobbiamo morire l'abbiamo capito! A pensarci tutto il giorno finisce che rovini la digestione, anzi ti viene l'ulcera!" Che poi t'è venuta sul serio l'ulcera. Ma quella, forse, ti è venuta per come mangiavi: o non mangiavi niente oppure in un secondo aprivi la bocca e buttavi tutto dentro. Ti ricordi? Pigliavi il cucchiaio e buttavi dentro come se dovessi caricare in una betoniera cemento e sassi.


Pasolini con Cesare Musatti, Alberto Moravia, Alfredo Bini e Dacia Maraini nel 1965

Invece dell'omosessualità non abbiamo parlato quasi mai. Due volte l'abbiamo fatto, una volta in Calabria e una volta quando hai voluto tagliare l'intervista di Musatti. "Tu non sei cresciuto", ti dicevo. "Hai continuato a fare i giochi che facevi in collegio con i ragazzini quando si comincia a scoprire il sesso. Chi va un po' più avanti, chi un po' meno, ma si trova subito a strada giusta anche senza l'educazione sessuale che ora va di moda". E difatti, guarda, ripensandoci, sembrava sempre che tu vivessi una specie di gioco, un gioco fra il militare, il giovane greco, e le schermaglie amorose di un contadino timido. Proprio una cosa da ragazzi. Spintoni, gioco dei pallone, esibizionismi infantilli... Il tutto, con un'aria dolce, giocherellona: questo tuo vizio, io, non sono mai riuscito a vederlo. D'altra parte, durante sette anni di lavoro, mai un gesto, mai una parola, che si riferisse all'omosessualità, neanche per scherzo, come capita di fare tutti.

La seconda volta che se n'è parlato indirettamente durante il montaggio di "Comizi d'amore"

A proposito, ti ricordi quel milanese che nell'intervista all'Idroscalo diceva..." Per me...", dice, "l'amore è un hobby diciamo così marginale, saltuario, per il tempo libero". E a Napoli, le donne che volevano per forza le case di tolleranza perché così i mariti facevano prima di tornare a casa. Mica male. Purtroppo quel film è stato distribuito un po' così, un po' a cavolo. Oggi potrebbe andare anche in televisione. Comunque abbiamo parlato di Musatti. Quando abbiamo fatto l'intervista sull'omosessualità nel giardinetto di casa tua e lui, facendo finta di parlare professionalmente, in realtà ti faceva una diagnosi. In fondo diceva delle cose giuste... La tua mancata crescita, appunto, il rapporto con tua madre ecc. Ma a te non piaceva. Tanto è vero che tu eri gentilissimo: lo stimavi molto, ma quando siamo andati a montaggio, gli hai lasciato una battuta iniziale e una finale, e quella storia lì gliel'hai levata tutta. Io ti dicevo: "Perché la leviamo? È interessante! la gente non sa niente di questi problemi". "No, no, è lungo, leviamo: caso mai, lo inseriamo dopo". Io lì non ho insistito, tanto non era una cosa determinante, non è che quella scena avrebbe cambiato e sorti del film. E poi ho capito che era una cosa che ti toccava e non faceva piacere. Comunque la discussione è finita subito e tu te ne sei andato dicendo che avevi un appuntamento con uno scrittore ungherese. A mezzanotte. Improbabile, no! Non c'era niente da fare!. Era più forte di te! Secondo me era un questione delle tue infernali surrenali che ti buttavano nel sangue litrate di stimolanti!

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