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L'incontro fra Luigi Scaccianoce e Pier Paolo Pasolini



Dante Ferretti e Luigi Scaccianoce nel novembre del ‘65 sul set di 'Uccellacci e uccellini'

L’incontro fra Luigi Scaccianoce e Pier Paolo Pasolini avviene in un periodo cruciale della riflessione cinematografica del poeta, segnata dal passaggio da un cinema nazional-popolare d’ispirazione gramsciana ad un tipo di opera problematica ed ambigua, tesa ad affrontare una crisi personale e storica. Una ri- flessione estetica che si tradusse in un uso nuovo della macchina da presa, utilizzata sempre più come un blocco d’appunti, e, soprattutto, in una concezione dello spazio visivo totalmente nuova, capace di scardinare delle iconografie apparentemente immodificabili.

Mosso da un’indefinibile “nostalgia del sacro, del mitico e dell’epico”, Il Vangelo secondo Matteo (1964, nomination all’Oscar per Scaccianoce) concilia marxismo e cristianesimo scavando nei volti e nei luoghi con immagini nutrite di Masaccio, El Greco, Cimabue e Piero della Francesca, riferimenti presenti e allo stesso tempo aggi- rati per cercare una sincerità scevra da formalismi ed estetismi. Il produttore del film, Alfredo Bini, ricorda:

“Pasolini voleva inizialmente rappresentare la parabola di Lazzaro in onore di suo fratello ma poi, durante un viaggio ad Assisi, rilesse l’intero Vangelo e capì che era quello il testo da raccontare. Voleva girare tutto in Palestina ma credo che i paesaggi del Sud Italia che abbiamo poi utilizzato fossero molto più adatti. Scaccianoce fu bravissimo ed instancabile perché rincorse pietre, colline e montagne per centinaia e centinaia di chilometri, dalle valli umbre alla bocca dell’Etna, a volte con me, altre con Pier Paolo. Girammo anche alcune cose in teatro come, per quanto strano possa sembrare, il discorso della montagna. Ricordo Scaccianoce come uno spiritoso amico veneziano, gentile e corretto. Una persona perbene”.

Con Edipo Re e ancor più con Uccellacci e uccellini avviene quel mutamento estetico a cui abbiamo accennato. Gli spazi attraversati da Totò e Ninetto Davoli sono luoghi della crisi storica vissuta dagli intellettuali di sinistra, in cui si oppongono innocenza e coscienza, natura e cultura, esistenza e storia. Un bosco di metafore attraversato da echi di Charlot, Fellini e Buster Keaton, nascosti fra paesaggi spelacchiati, brulli, svuotati di senso dalla desertificazione neocapitalistica.


Da 'Il maestro dimenticato' di Gianni Sorrentino


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