Perché siamo tutti borghesi. Risposta alle critiche alla poesia Il pci a giovani!. Di Pier Paolo Pasolini pubblicato su «L'Espresso», giugno 1968.
- 8 giu
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IL PCI AI GIOVANI / PASOLINI RISPONDE A COLORO CHE HANNO DISAPPROVATO LA SUA POESIA
Perché siamo tutti borghesi di PIER PAOLO PASOLINI
Revel. Revel mi accusa in primo luogo. Cominciamo da François Revel. Revel mi accusa in primo luogo di accodarmi a coloro che, oggi, avendo capito che gli studenti hanno perso, li condannano. Io ho scritto «Il PCI ai giovani!» ai primi di marzo (come risulta dalla poesia): dunque François Revel distorce la verità.
In secondo luogo, egli mi accusa di non poter «trovare in Marx o in Lenin una sola citazione a conforto della mia proposta». Dunque François Revel si presenta come un fariseo con in mano le Sacre Scritture, oppure come una spia di corte con in mano Aristotele. Perché, poi, non troverei conforto in Marx o Lenin? Perché, secondo l'originalissima osservazione del Revel, Marx e Lenin sono dei borghesi, e quindi io non posso accusare gli studenti di essere dei borghesi, dato che, appunto, sono stati sempre i borghesi alla guida delle rivoluzioni.
Non risponderei a tale banalità, se essa non avesse delle chiare analogie con la citazione da Lenin lettami, con durezza e angoscia, nella redazione dell'«Espresso» da uno degli anonimi studenti, che hanno poi rifiutato ogni discussione.
Nella loro posizione estremistica e negativa (che, in quanto tale, ha per me una grande attrattiva), gli studenti fanno un solo fascio (da buttar via) di tutti gli «intellettuali umanisti», che hanno guidato finora le aristocrazie operaie e le masse contadine nelle rivoluzioni, o semplicemente nelle «Resistenze». Personaggi-mite di questo tipo di intellettuale classico sono, è vero, i dirigenti dei partiti comunisti di oggi (in Francia e in Italia, specificatamente): ma Revel non s'illuda, egli è compreso, coi dirigenti dei partiti comunisti e con persone come me, nella relegazione al passato che gli studenti compiono indiscriminatamente nei riguardi di tutta la generazione che li ha preceduti.
Da qui (e non da altro) il mio sospetto che essi, anche nel caso migliore, non si rivoltino ai padri (a noi) come rivoluzionari che si rivoltano contro quello che essi chiamano il Sistema; ma piuttosto che rappresentino semplicemente il neocapitalismo, in quanto totalità, che respinge e supera il capitalismo classico. La nuova cultura, tecnica e cittadina, che rovescia la vecchia cultura, umanistica e contadina.
Cosicché, anche nei più sinceri degli studenti, sotto una forma veramente rivoluzionaria (concepita quindi nei termini classici del marxismo-leninismo) si nasconde una forma contestativa altrettanto vera, in cui semplicemente una nuova borghesia combatte la vecchia.
Inoltre, quando io accuso gli studenti di essere «borghesi», non faccio affatto un'accusa di carattere anagrafico, e quindi deterministica: io accuso gli studenti di essere borghesi dando alla parola borghesia un significato, come dire?, metafisico: quasi che borghesia fosse il nome di un'atroce malattia (che ha colpito gravemente il signor Revel, ma che sta contagiando molti dei suoi operai, dei miei operai: specie a Parigi, città tutta borghese; ma ormai anche a Torino, a Milano, città che stanno cominciando a staccarsi nettamente dalla campagna, la quale peraltro si va industrializzando.
È una malattia
Qui pianto il signor Revel (con Butor, vuoto come uno specchio, su cui il tacere è bello), e riprendo il discorso coi destinatari italiani (e coi due o tre francesi che sanno l'italiano).
Perché io considero la borghesia una malattia? Non sono per caso esagerato?
Sì, certamente lo sono. Infatti la borghesia dà e fa tante cose belle, piene di squisitezze, da Proust a Godard, dalla Piaf a Dalida; non solo, ma, contro se stessa, ha prodotto addirittura i dirigenti delle rivoluzioni operaie, e produce oggi questi giovani, così simpaticamente scatenati, eccetera.
Sì, sì, certamente io ho torto. Ma chi di noi potrebbe dire finalmente se un negro che odia incondizionatamente tutti i bianchi ha o non ha torto? Ebbene, egli considera la bianchezza una malattia, per le stesse ragioni per cui io considero tale la borghesia.
I campi di concentramento già pronti negli Stati Uniti (per tacere di quelli di Hitler, i cartellini segnaletici dei cui ospiti parlano chiaro), sono stati concepiti per i negri o per persone del mio tipo. La borghesia, da ragazzo, nel momento più delicato della mia vita, mi ha escluso: mi ha elencato nelle liste dei reietti, dei diversi; e io non posso più dimenticarlo.
Ne è rimasto in me un senso di offesa, e appunto di male: lo stesso che deve provare un negro di Harlem quando passeggia per la Quinta Strada. Non è stata una pura coincidenza il fatto che io abbia trovato consolazione, cacciato dai centri, nelle periferie. Sono stati concepiti per i negri o per persone del mio tipo. La borghesia, da ragazzo, nel momento più delicato della mia vita, mi ha escluso: mi ha elencato nelle liste dei reietti, dei diversi; e io non posso più dimenticarlo. Ne è rimasto in me un senso di offesa, e appunto di male: lo stesso che deve provare un negro di Harlem quando passeggia per la Quinta Strada. Non è stata una pura coincidenza il fatto che io abbia trovato consolazione, cacciato dal centro, nelle periferie.
I nostri studenti, dunque, non sono da me accusati di essere anagraficamente borghesi, ma di essere malati di una grave malattia borghese. Ma mentre in noi, loro padri, tale malattia era al suo primo stadio (pioppeti e boschi di quercia, piccole cattedrali e flumicelli divisori di idiomi erano appena alle nostre spalle), oggi, nei figli, essa è in pieno sviluppo. Ossia non è più la malattia di una classe sociale, ma comincia a diventare la malattia di tutto il mondo.
Le tre strade
È per questo che provo un profondo malessere alla parola «studenti», e ancora di più dopo che i veri e unici cinesi italiani, i ragazzi della scuola di Barbiana, hanno pubblicato il loro libro. La determinazione «classista» (oggettiva, e non dovuta a me) di tale parola fa sì che io confonda in una sola immagine gli estremisti (con cui simpatizzo) del Movimento studentesco con la grande massa degli studenti riformisti. Purtroppo persino gli estremisti, pur proponendosi di rovesciare (infantilmente, e perciò per me simpaticamente) il mondo intero, alla fine che cosa otterranno? Otterranno delle riforme al livello della più tiepida massa dei loro compagni.
Perché, e devono rendersene ben conto, e rendere conto a noi, essi sono oggi a una svolta decisiva: l'inizio dell'istituzionalizzazione del loro Movimento finora totalmente aperto. Ciò che hanno fatto in tutti questi mesi, è stato bellissimo (nel suo insieme) ma anche abbastanza facile. Ora (non ci sono altre parole) ciò che è nato più a sinistra del PCI deve prendere forma. Lo so, lo so, gli studenti non vogliono ancora sentir parlare di «forma», anche della più libera e informale: essi, forti della loro forza (che, fra l'altro, è anche gioventù), chiudono gli occhi sul futuro «normale» che li aspetta. In questo futuro campeggia, prima di tutto, non il Sistema, ma il PCI: cioè l'intera classe operaia.
Pur andando a braccetto con gli operai in qualche manifestazione, pur lottando con loro, come da marzo in poi hanno fatto, molto bene, in Italia e in Francia, magari anche non legando con loro, in quanto non più «intellettuali umanisti» ma borghesi di secondo grado, gli studenti non possono però, io credo, illudersi di portar via la «base» al PCI.
Il problema chiave del futuro del Movimento studentesco è dunque il suo rapporto col PCI.
A questo punto dovrebbe cadere la mia risposta a Fortini, il quale, dirigendo, almeno idealmente, i «Quaderni piacentini» e attraverso questi influenzando i leaders studenteschi (che io voglio ostinatamente continuare a considerare, per loro democratica volontà, anonimi), sembra dare una soluzione drastica a questo rapporto: «No al PCI» e basta.
A differenza dei ragazzi di vent'anni, io ho conosciuto il PCI in altri tempi (migliori): ed è per questo che, pur criticandone anche violentemente la politica, e non solo quella culturale, ed esercitando tale critica proprio da posizioni simili a quelle odierne degli studenti, considero assurda una rottura definitiva e totale con esso, come quella che Fortini ha deciso. Sono deluso, e allo stesso grado di passione politica degli studenti, con la stessa rabbia in corpo, non solo del PCI, ma delle esperienze socialiste in Russia e negli altri paesi dell'Est, eccetera, eccetera, eccetera (da anni). Tuttavia penso che il PCI non possa essere la sola eccezione alla regola che vuole tutto sempre in movimento e in evoluzione: anche il PCI può diventare altro da quello che è.
Dunque oggettivamente i giovani del Movimento studentesco si trovano di fronte a tre strade: a) restare indefinitamente quello che sono, cioè qualcosa di fluido e indescrivibile (e sotto certi aspetti straordinariamente democratico e affascinante, malgrado l'orrenda etichetta di «studenti»);
b) accettare la normalità di questo mondo, che se è idiota e feroce, lo è anche per loro: e cioè istituirsi, magari fino alla fondazione di un partito informale, libero e nuovo quanto si vuole, a sinistra del PCI, e competi .tivo con esso sia alla guida che nella conquista delle masse operaie; c) prendere in considerazione il grande schema del PCI, e riempirlo, anzi occuparlo (cosa non impossibile, e rientrante anch'essa nella normalità delle cose).
Se dovessi dire agli studenti quale di queste vie consiglierei loro di prendere, non saprei rispondere: la parte finale, incerta, della mia poesia, è anch'essa brutta come tutto il resto, ma non insincera; se io sono tentato, da una parte, dalla «rivolta perpetua», dall'altra dall'amore per la classe operaia, che richiede piedi di piombo e buonsenso.
Ma Fortini non mi consente di dire tutto questo. Egli mi ha rimosso: denegato, messo a tacere; coperto; liquidato; fatto sparire.
Ma, oh, come mi è facile leggere, come fa lui, «tra le righe» e «sotto» le righe! (Lo farò dunque, ma in altra sede: dato che si tratterebbe di un capitolo di romanzo più che di un dibattito politico...).
Dalla parte di Dutschke
Mi limiterò soltanto a osservare come Fortini, spesso come i perseguitati (nel suo caso gli ebrei), ha una specie di innamoramento per i suoi persecutori: ed egli ha saputo individuarli benissimo! Essi non sono, no, i Nibelunghi longilinei, né i barbari tracagnotti e mori dei sagrati italici; non sono i dolci borghesi feriti, incerti, mendichi; non sono gli eroici borghesi, spavaldi, donchisciotteschi, generosi. No. Per cattivarsi l'immediata e incondizionata simpatia di Fortini bisogna essere, possibilmente, tristi, malaticci, grigi, pelati; o grassocci di burocratico, o un grasso magrissimo di una magrezza professionale; comunque vestiti correttamente e poveramente di scuro: l'occhio, poi, dev'essere spento, sulla guancia livida, e null'altro esprimere che irreprensibilità e rigore; e da tutta la persona, infine, deve emanare la seguente dichiarazione: «Il mio comportamento è inappuntabile, perché esso è la mia religione. Gli imperativi a cui obbedisco sono tutti imperativi negativi. Sono un professionista serio, anche quando faccio la rivoluzione».

Questa mia descrizione del piccolo-borghese, lo so, è molto insoddisfacente e approssimativa. Già, ma come descrivere l'indescrivibile?
Comunque, questo piccolo-borghese lo riconosco in molte fisionomie, e, quasi sempre, nella lingua e nello stile degli studenti. E dunque: «Ecco, gli Americani, vostri adorabili coetanei, coi loro sciocchi fiori, si stanno inventando, loro, un nuovo linguaggio rivoluzionario! Se lo inventano giorno per giorno!» ADORABILI, c'è scritto, in questi versi (di cui nessuno si è accorto) del «PCI ai giovani!»: non per nulla. Questo significa, fra l'altro, che la mia poesia era rivolta specificamente agli studenti italiani. Ma non certamente agli studenti americani. Agli studenti francesi (magari in altro tono e altre parole, dato il loro livello culturale tanto più alto). Ma non ai tedeschi. Alle rivolte studentesche americane e tedesche, io non ho alcun appunto da fare: in questo sono d'accordo con Moravia: esse sono la cosa più bella del secolo; perché inventano una nuova sostanza e una nuova forma rivoluzionaria (in America dal nulla: dall'entropia borghese; in Germania a riedificare ciò che Hitler aveva fisicamente eliminato). Vorrei che l'autore di quello che è stato per me il più dolorosamente sorprendente degli interventi, Johannes Agnoli, che mi dice come alcune mie frasi della poesia in questione siano state sfruttate dalla stampa tedesca di destra o moderata, sapesse che io sono invece totalmente dalla parte degli studenti tedeschi. È per Dutschke che, se fossi ancora un poeta che scrive poesie, avrei potuto scrivere una poesia «vera». Io sono dunque totalmente dalla parte degli studenti americani e tedeschi: perché essi agiscono e parlano in modo incomprensibile ai loro padri. Cosa che non si può invece assolutamente dire per gli studenti italiani: poiché non c'è nulla di ciò che essi dicono che non sia capito dai loro padri (professori, uomini di governo, sindacalisti, intellettuali anziani, capi di partito): nulla.
Giovani e vecchi parlano uno stesso linguaggio (anche materialmente, come s'è spesso detto e non abbastanza ripetuto). Mai due generazioni si sono tanto capite. Mai due generazioni si sono opposte con tanta vicendevole comprensione dei fini e dei mezzi.
Ecco perché dicevo che questi giovani altro non sono che i giovani del neocapitalismo (e ciò ha significato in Francia e in Italia, perché come tali essi si contrappongono, infine, alle rivoluzioni operaie); o che la loro disperazione deriva da qualcos'altro che dal desiderio di una giustizia sociale, di una rivolta che si configuri sempre più come rivoluzione, eccetera (in una sorta di esaltazione che crea già ricatti e fanatismi).
Ora, essi potranno capire perché sono così disperati solo quando avranno capito che devono individuare nei loro padri colpe finora non individuate (da punire in altro modo), errori finora non individuati (da riparare in altro modo).
E che solo dunque nel momento in cui i padri e i figli non si comprenderanno più, e saranno quindi costretti ad usare due linguaggi diversi (la cui lettera non sarà più decifrabile a vicenda, se non oscuramente e intuitivamente), i figli saranno davvero rivoluzionari.
Perché dico queste cose? Non certo per insistere coi giovani. Ormai ho capito che la mia impopolarità presso di loro è totale e irrimediabile. Lo so, per l'esperienza fatta nei vari processi subiti ad opera della cara borghesia, che non contano il dibattito, le ragioni reciproche, le prove e neanche l'assoluzione. Conta solo l'imputazione. Ormai presso gli studenti (che, come massa, non possono materialmente trasgredire alle norme interne che regolano il comportamento della massa), io non sarò altro che un imputato, un reprobo (e magari a ragione, perché la mia poesia, benché contenga molte cose giuste, è brutta). Queste cose dunque le ho dette, da imperterrito idealista, per suggerire agli studenti la necessità di distinguersi veramente dai loro padri. Operazione che non ha né precedenti, né garanzie, né modelli, né prefigurazioni e certamente neanche profeti. Perché la conoscenza di ciò che è male in quanto borghese richiede la lacerazione di una totalità che prevede e comprende anche gli studenti ribelli: ma è solo tale conoscenza che può creare un tipo di azione e di linguaggio che risultino finalmente scandalosi.
P.P PASOLINI, Perchè siamo tutti borghesi, pubblicato su «L'Espresso», Il pci ai giovani / Pasolini risponde a coloro che hanno disapprovato la sua poesia, ANNO XIV/numero 26 - giugno 1968, pp. 14-15.


