Pier Paolo Pasolini,Viaggio per Roma e dintorni: Il fronte della città , I campi di concentramento e I tuguri, su «Vie Nuove» 1958.
- Città Pasolini

- 11 mag
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Nel 1958 Pier Paolo Pasolini pubblica su «Vie Nuove» un trittico di articoli-inchiesta dedicati alla periferia romana. Il ciclo, intitolato Viaggio per Roma e dintorni, rappresenta una delle prime esplorazioni giornalistiche e letterarie delle borgate della capitale: una realtà “ignota al turista, ignorata dal benpensante”, osservata attraverso uno sguardo insieme sociologico, politico e poetico.
I tre testi — Il fronte della città (3 maggio 1958), I campi di concentramento (10 maggio 1958) e I tuguri (24 maggio 1958) — documentano le condizioni di vita nelle periferie romane del dopoguerra, segnate da povertà estrema, emarginazione e precarietà abitativa. Pasolini restituisce un’immagine della città lontana dalla retorica monumentale e borghese, concentrandosi invece sugli spazi marginali dove si addensano le contraddizioni della modernizzazione italiana.
IL FRONTE DELLA CITTÀ
Cos'è Roma? Qual è Roma? Dove finisce e dove comincia Roma? Roma sicuramente è la più bella città d'Italia — se non del mondo. Ma è anche la più brutta, la più accogliente, la più drammatica, la più ricca, la più miserabile. Il cinema ha molto aiutato a farla conoscere, anche a chi non ci vive. Ma bisogna stare attenti: il gusto neorealistico che ha presieduto ai film su Roma è troppo imbevuto di bozzettismo, di particolarismo dialettale, di ottimismo umanitario, di crepuscolarismo: tutte cose che non potranno mai dare, col loro tono medio, grigio o roseo, l'atmosfera di questa città, che è così drammaticamente contraddittoria.
Le contraddizioni di Roma sono difficili da superare perché sono contraddizioni di genere esistenziale: più che termini di una contraddizione, la ricchezza e la miseria, la felicità e l'orrore di Roma sono parti di un magma, di un caos. Per lo straniero e il visitatore, Roma è la città contenuta entro le vecchie mura rinascimentali: il resto è vaga e anonima periferia, che non vale la pena di vedere. Dentro le mura si tratta di una stupenda città italiana che, anziché avere tradizioni solo classiche, o medievali, o comunali, o rinascimentali, o barocche, le ha raccolte insieme. Sezionata, Roma presenterebbe una quantità straordinaria di strati: e questa è la sua bellezza.
Aggiungi il sole, l'aria tenera, l'allegria della vita all'aperto — che non è mai idilliaca, ma ha sempre un fondo drammatico e quindi non può stancare mai: è sempre viva, emozionante... E aggiungi che la piccola e grossa borghesia non hanno, all'esterno, un ruolo importante nel centro della città, che è ancora caratterizzato solo dal popolo, come nelle città meridionali o borboniche, con tutte le fittizie gioie del vitalismo e del paganesimo servile.
La Roma ignota al turista, ignorata dal benpensante, inesistente sulle piante, è una città immensa. Qualche barlume di questa città sproporzionata e affondata in mille grandiosi comparti stagni può averlo anche il turista idiota e il benpensante che si benda gli occhi, se appena guarda fuori dal finestrino del treno o del pullman che lo trasporta. Allora, davanti al suo occhio che non vede, voleranno di qua e di là frammenti di villaggi di tuguri, distese di casette da città beduina, frane sgangherate di palazzoni e cinema sfarzosi, ex casali incastrati tra grattacieli, dighe di pareti altissime e vicoletti fangosi, vuoti improvvisi in cui ricompaiono sterri e prati con qualche gregge sparso intorno e, in fondo — nella campagna bruciata o fangosa, tutta collinette, montarozzi, affossamenti, vecchie cave, altipiani, fogne, ruderi, scarichi, marane e immondezzai — il fronte della città.
Ora è una striscia abbacinante di case che serpeggia in un contorto orizzonte. Ora una catasta colorata, grandiosa come un'apparizione, sull'imprevedibile costone di un'altura. Ora un'enorme parete grigia che incombe tra viadotti e cavalcavia come uno strapiombo.
Non è facile dare un po' d'ordine a questo caos. Ma dei tipi, delle zone, si possono distinguere, magari per gradazione di livello di vita. C'è intanto una periferia generica, che è detta residenziale, dove la bruttezza può essere, malgrado il sole, solo estetica. Ma quella di tipo più popolare acquista già aspetti disumani, violenti, inaccessibili, difficilmente interpretabili.
La raggiera delle vie consolari — l'Appia, la Prenestina, la Tuscolana, la Casilina, l'Aurelia ecc. — forma intorno alla città vera e propria — con le sue complicate ma tradizionali agglomerazioni umane, coi suoi inestricabili ma storici nodi di «livelli di cultura» — un'altra città, che non si sa bene se sia centrifuga o centripeta, se crei del nuovo o se si ammassi intorno al vecchio per assimilarsi ad esso, come l'enorme accampamento di un esercito di assedianti. Per ora pare sia nata a caso, si sia ingigantita senza senso, viva di un'esistenza né propria né marginale.
C'è un certo momento, in chi osserva questo fenomeno della città che cresce di anno in anno, di mese in mese, di giorno in giorno, in cui pare non esserci altro mezzo di conoscenza che l'occhio. Lo spettacolo visivo è così assillante, grandioso, senza soluzione di continuità, che pare di poter risolvere tutto intuitivamente, in una serie ininterrotta di osservazioni: di inquadrature, verrebbe voglia di dire, da un'infinità di primi piani particolarissimi a un'infinità di panoramiche sconfinate.
Lo spettacolo per l'occhio è inesauribile, dunque: da Monte Mario a Monteverde, da San Paolo all'Appio, dalla Prenestina a Monte Sacro, l'esplosione edilizia non ha limite. Come è estremamente difficile descrivere le forme di questo fronte della città che avanza, perché bisognerebbe ripetersi mille volte ed essere mille volte diversi, così è difficile definire la gente che vi abita.
Roma, si sa, formicola ancora di sottoproletariato (Trastevere, Borgo Pio, Campo de' Fiori ecc. ecc.) e quindi di anarchia e malavita. Le prime fabbriche e fabbrichette romane cominciano ora ad allinearsi sulla Tiburtina. L'unica industria viva — almeno fino a qualche anno fa — la cinematografia, è l'industria-campione del mondo del lavoro romano: un'industria che non implica necessariamente coscienza di classe, in chi vi lavora, ma tende a perpetuarvi lo stato psicologico di passività servile, di conformismo ecc., che è tipico della città di tradizione democratica così recente (e importata).
Le centinaia di migliaia di abitanti dei quartieri nuovi e di quelli vecchi, un tempo quasi rustici, accerchiati e ingoiati dai primi, appartengono — fin dove è possibile definire fenomeni complessi di questo genere — a un nuovo tipo di classe lavoratrice romana. Essa conserva all'esterno — coi modi dialettali e gergali, con gli atteggiamenti, con l'intelligenza spregiudicata, la leggerezza e la strana modernità della vita morale — l'apparenza classica; ma il tenore di vita più regolare, la fortissima mescolanza con immigrati del Nord e del Sud, la vita marginale ma particolarmente esposta al «bombardamento ideologico» borghese, tendono a mutare la sostanziale mescolanza di anarchia e buon senso in una forma di qualunquismo di tipo americanizzante, di «standard», di ripetizione ossessiva — se si ripresenta per centinaia di migliaia di volte — di uno stesso tipo umano.
La vita, in questi quartieri sconfinati, così diversi e accidentati, si riduce poi a forme elementari e monotone. Questo dell'uomo ridotto così a un rapporto periferia residenziale-centro lavorativo, e coatto a un ripetersi senza fine degli atti del suo interno sistema di vita, è un problema estremamente vivo, che tuttavia riguarda ancora più il futuro che il confuso farsi presente.
Per chi cerchi di guardare dietro il fronte della città, il problema immediato è ancora un altro, ed è molto semplice. Malgrado l'eruzione edilizia, la difficoltà di avere una casa resta uguale. I centodiecimila vani costruiti l'anno scorso lasciano le cose come stavano. E, per di più, va aggiunta la tragedia incombente della disoccupazione degli edili.
All'interno, dunque, il fronte della città ha due facce: quella di chi costruisce e quella di chi abita. Coloro che costruiscono sono pochi, e in che cosa consista la loro operazione, dopo lo scandalo dell'Immobiliare e le continue denunce della stampa libera, è ben noto a tutti. Coloro che abitano sono una quantità enorme e, benché magari fieri dei loro nuovi appartamentini al settimo piano di uno dei cento palazzoni che si accalcano su un'altura, dormono ancora in quattro o cinque per camera.
L'agio su cui fa leva l'influenza ideologica della classe al potere, dando inizio all'epoca della televisione e dei flippers, e su cui si sta impiantando quella specie di americanismo cui accennavamo, è in realtà ancora disordine, miseria, precarietà: e tanto più gravi, appunto, perché si presentano sotto forma di agio, di «meno peggio», mentre tutto, invece, sarebbe ancora da incominciare.
[1958]
I CAMPI DI CONCENTRAMENTO
Ogni città italiana, anche nel Nord, ha, alla periferia, oltre gli ultimi orti, i suoi piccoli campi di concentramento per «miserabili»: sono per lo più capannoni, casermette, baracche. Ma in nessuna città italiana il fatto presenta aspetti così impressionanti, complessi, direi grandiosi, come a Roma.
La «borgata» è un fenomeno tipicamente romano, in quanto Roma fu capitale dello Stato fascista. È vero, continuano a sorgere anche oggi delle «borgate». Ma, per così dire, sono borgate «libere»: ammassi di casette a uno o due piani, senza tetto, per anni e anni senza infissi e senza intonaco, biancheggianti di calce in fondo alle campagne semiabbandonate — lussureggianti o fangose — come villaggi beduini.
Le strade sono per lo più piste di fango o polverone: come a Rebibbia, ad esempio, dove un certo Graziosi ha venduto il terreno a lotti, facendo firmare ai lottizzatori (operai che si sarebbero poi costruiti da sé la casa) dei compromessi in cui essi accettavano di comprare col lotto anche la sede stradale, con l'assicurazione del tempestivo intervento comunale per la costruzione della strada. Alcuni lottizzatori accettarono, altri no, all'insaputa gli uni degli altri: sicché la sede stradale, frazionata, è rimasta tale e quale. L'intera borgata ha per strade sentieri polverosi o rigagnoli, secondo le stagioni.
Di borgate come questa formicola tutta la campagna romana, circa all'altezza del raccordo anulare.
Sono borgate di gente povera ma, in genere, onesta e lavoratrice; assai spesso sono immigrati, o dal vicino Lazio o dalle regioni centrali, che hanno portato nel caos della capitale e nel piccolo caos della loro borgata un costume di serietà e di dignità rurale d'antica provincia.
Le vere e proprie borgate, però, sono altre, e sono caratterizzate dal fatto di essere «ufficiali»: costruite cioè dal Comune, si direbbe a bella posta, per concentrarvi i poveri, gli indesiderabili. Questa, almeno, è la loro origine, non solo cronologica, ma anche ideale.
Le prime «borgate» furono costruite dai fascisti in seguito agli sventramenti: sventramenti che non obbedivano solo a un ideale estetizzante dannunziano, evidentemente, ma erano — in seconda istanza, ma in realtà in sostanza — operazioni di polizia. Forti contingenti di sottoproletariato romano, formicolante al centro, negli antichi quartieri sventrati, furono deportati in mezzo alla campagna, in quartieri isolati, costruiti non a caso come caserme o prigioni.
È nato in quel periodo lo «stile» della borgata: il fondo, naturalmente, è di tipo classicheggiante e imperiale; ma ciò che è tipico è il ripetersi ossessivo di uno stesso motivo architettonico: una stessa casa è ripetuta in fila cinque, dieci, venti volte; lo stesso gruppo di case si ripete anch'esso cinque, dieci, venti volte uguale. I cortili interni sono tutti identici: lividi, arsi cortiletti di prigioni, con file di sostegni di cemento per i bucati che sembrano file di forche, col lavatoio e col gabinetto che serve all'intero lotto.
Un po' alla volta la città si è avvicinata a queste borgate che, prima della guerra, erano perdute nella campagna; le ha inghiottite, le sta inghiottendo: ma esse vi persistono, stilisticamente e psicologicamente, come «isole».
Ai primi «miserabili» deportati dal fascismo si sono aggiunte famiglie di sfrattati, e poi di sfollati. I cassinesi vi sono giunti a branchi.
Naturalmente, durante il periodo fascista, la guerra e specialmente il dopoguerra, la delinquenza e la malavita vi hanno fiorito. Il «Gobbo del Quarticciolo» è passato ormai alla leggenda. Con l'impiego di migliaia e migliaia di disoccupati nell'edilizia e con l'immissione degli immigrati, il livello civile e morale è un po' cresciuto. Ciononostante continua certo a restare tra i più bassi della nazione.
Siamo ritornati in questi giorni alla borgata Gordiani: la stanno distruggendo. Là dove si stendevano le file di casette, atrocemente tristi, sporche, disumane, ora c'è una distesa di breccia rossiccia: dietro vi biancheggia, allucinante, il fronte di Centocelle.
Gruppi di casette sono ancora in piedi, sopravvissute e destinate presto a scomparire. Presto l'altopiano dei Gordiani sarà tutto spianato e della borgata si perderà il ricordo.
La maggior parte degli abitanti di queste casette sono stati trasferiti, dopo un decennio di lotte e di speranze, alla Villa Gordiani e alla Villa Lancellotti, sulla Prenestina, non lontano dall'antica borgata.
Ci siamo andati. Nulla, in realtà, è cambiato. Anziché le misere casette a un piano, con davanti il misero cortiletto, ci sono ora questi palazzoni nuovi di zecca, appena costruiti tra distese di sterri, prati abbandonati e immondezzai. Ma qual è il criterio stilistico, sociologico e umano di queste nuove abitazioni? Lo stesso. Siamo sempre alla nozione di campo di concentramento.
Fra due o tre anni queste pareti saranno scrostate, questi cortiletti lerci; le stanze non basteranno più, come del resto non bastano nemmeno ora. Non c'è stato ricambio sociale, mescolanza, libertà: la stessa gente è stata trasferita in massa da un campo di concentramento vecchio a uno nuovo.
Le «borgate» democristiane sono identiche a quelle fasciste, perché è identico il rapporto che si istituisce tra Stato e «poveri»: rapporto autoritario e paternalistico, profondamente inumano nella sua mistificazione religiosa.
Per avere un'idea di quanto stiamo dicendo, andate oltre Centocelle e, se potete valicare il caos delle strade in costruzione, degli spiazzi melmosi e dei cantieri che stanno sorgendo sgangheratamente, come in un quartiere cinese, in fondo alla Prenestina, scendete al Quarticciolo.
È inutile che vi entriate: lo spettacolo è ben noto. Basta che vi fermiate alle porte.
Come il fronte di un penitenziario si profilerà davanti a voi la prima fila di lotti: alti, contrariamente al solito, tre o quattro piani, di un indefinibile color liquirizia o rosa antico, sinistro. Un'infinità di finestre e finestroni e di altri ornamenti di un tipico Novecento imperiale si dispongono lungo questo tetro strapiombo, non senza pretesa di grandiosità.
Davanti c'è una strada, brulicante di miseria e di canti, percorsa da un vecchio autobus spigoloso e, lungo questa strada, scorre una marana, con le rive incrostate di fango e immondizia e le acque nere.
Al di qua della marana ci sono i lotti nuovi, costruiti in questi ultimi due o tre anni.
L'architettura è identica a quella della vecchia borgata: la pianta è quella del campo romano, a strade perpendicolari. Lungo queste strade si dispongono i palazzoni, in file identiche tra loro. Solo che, invece di essere orizzontali, sono diagonali, allineando spigoli anziché facciate, per essere meglio esposti al sole — quasi che a Roma ci fosse penuria di sole — e, invece di avere un'aria classicheggiante e grandiosa, hanno un'aria romantica e civettuola. La differenza tra la borgata fascista e la borgata democristiana è tutta qui.
[1958]
I TUGURI
Il tetto di De Sica, Le notti di Cabiria di Fellini, i vari prodotti minori del neorealismo: non c'è nessuno in Italia che non abbia almeno un'immagine vaga di cosa siano i tuguri della periferia di Roma.
Ma siamo alle solite: la cultura italiana di questi dieci anni non è stata una cultura realmente realistica, se non forse nei generi specializzati, saggi e inchieste: tutti di fondo o d'ispirazione marxista. Soltanto indirettamente e mediatamente tale realismo è passato in prodotti artistici, film, romanzi e poesie.
E subendo una interna mistificazione: cioè mescolandosi con residui culturali di altro genere, concomitanti, se non addirittura opposti. In Vittorio De Sica un socialismo umanitario prefascista; in Luchino Visconti un formalismo, direbbe Antonio Gramsci, «cosmopolitico»; in Federico Fellini un realismo creaturale, o parareligioso.
Fatto sta che i tuguri inquadrati nei film italiani più o meno coraggiosi e di denuncia non sono mai i veri tuguri. Credo, del resto, che nessuno scrittore o regista avrebbe il coraggio di andare fino in fondo nel rappresentare questa realtà: la sentirebbe così atroce, così inconcepibile, che gli sarebbe lecito sospettare trattarsi di un «particolarismo», di un fenomeno troppo speciale o marginale.
Certi limiti di bassezza umana non si possono, pare, artisticamente toccare; certe deviazioni della psicologia coatta da un ambiente sociale abbietto non si possono, pare, rappresentare.
Il pubblico borghese non ci crederebbe; la critica farebbe della facile ironia, attribuendo magari crudeltà e vizi psicologici a chi si occupasse senza veli e senza ipocrisie di tali argomenti.
Non per nulla si tratta di «tuguri», cioè di abitazioni tipiche di popoli a uno stadio preistorico: gli etnologi sanno bene qual è il problema, in tal caso: la possibilità o no di concepire in uno stato razionale uno stato irrazionale, in modo che la rappresentazione di quest'ultimo non risulti gratuita e schematica.
Nel nostro caso non si tratta, naturalmente, di un rapporto storia-preistoria: ma il salto di livello culturale e sociale tra chi abita in una casa e chi abita in un tugurio è determinante. Se non tutto, gran parte del comportamento psicologico e sociale di chi abita nel tugurio, cioè con almeno un piede nella preistoria, rimane irriducibile.
Certo: per chi abita nei tuguri perché costrettovi da necessità esterne, da circostanze passeggere, questo discorso non vale. Ma allora si tratta dei casi più penosi e terribili, perché è una vera e propria condanna cosciente.
Ma per chi vi abita per nascita, per predestinazione (per lo più gente venuta dal Sud, da altri desolati villaggi della Calabria, della Lucania, degli Abruzzi), il discorso vale invece per intero. Sono una forma di sottoproletariato puro, ma assai complesso per la mescolanza di uno stato primitivo d'area depressa, con uno stato di semi-illegalità o di malavita tipicamente romana, e uno stato morale vagamente assorbito dal mondo in cui vivono storicamente, con le sue radio, i suoi giornali ecc.
I tuguri sono covi di malattie, di violenza, di malavita, di prostituzione: parole che non suggeriscono se non astrattamente l'idea di una simile condizione umana.
A Roma i villaggi di tuguri si contano a decine. Si acquattano in prati e marane tra gli squarci della città, si stendono lungo argini di ferrovie e terrapieni, si aggrappano ai muraglioni degli acquedotti, per chilometri e chilometri.
Il Mandrione è uno di questi. In fondo alla via Casilina, poco prima del Quadraro, c'è un acquedotto sotto i cui archi passa la strada. A sinistra c'è un resto di porta barocca e una stupenda fontana. Si sale e si entra in una specie di budello: da una parte l'enorme muraglione dell'acquedotto, dall'altra una ferrovia, tra argini fetidi e immondezzai.
Contro il muraglione sono costruiti i tuguri: nei primi ci abitano degli zingari, poi più giù, dietro un secondo arco, tra due strapiombi di ruderi, incassato, c'è il villaggio vero e proprio.
Non sono abitazioni umane, queste che si allineano sul fango: ma stabbi per animali, canili. Fatti di assi fradice, muriccioli scalcinati, bandoni, tela incerata. Per porta c'è spesso solo una vecchia tenda sudicia. Dalle finestrine alte un palmo si vedono gli interni: due brandine, su cui dormono in cinque o sei, una seggiola, qualche barattolo. Il fango entra anche in casa.
Anche di giorno, alle porte di quelle loro casupole, stanno le prostitute. Arriva, sobbalzando nel fango, qualche motocicletta, qualche macchina con dei giovanotti. Le madri chiamano rabbiose le figlie al lavoro.
Si apre una porticina, una prostituta rovescia nella strada, tra i piedi dei ragazzini che giocano lì davanti, l'acqua di una sua bacinella e subito dopo esce il cliente.
Delle vecchie urlano come cagne. Poi improvvisamente si mettono a ridere, vedendo uno storpio che si trascina per terra uscendo dalla sua tana, che è un tugurio scavato dentro il muraglione dell'acquedotto.
Un gruppo di adolescenti sogguarda in fondo, con aria tra ruffiana e minacciosa. Alcuni giocano sotto la ferrovia, tra due o tre cavalli, sulla sporcizia e i rifiuti: e sono così intenti alle carte, che per ore e ore non si accorgono di nulla intorno a loro.
A sedici anni cominciano, spesso, a fare gli sfruttatori di donne. C'era un ragazzo che, a sedici anni, ne faceva lavorare due...
Ora, la repressione poliziesca del questore Marzano ha tolto un po' del «colore» a questi ambienti: ma è chiaro che la questione non si risolve in questo modo. E nessuno forse, in questo momento, la saprebbe o la potrebbe risolvere, coi metodi e gli strumenti ufficiali.
Dare a queste prostitute, a questi sfruttatori, a questi «miserabili» un lavoro onesto e una casa, probabilmente, non risolverebbe ancora niente, perché ormai la loro psicologia è a livello del patologico. Ricostruire questa psicologia col metodo della pietà religiosa sarebbe, dopotutto, una soluzione: ma nessuno lo fa.
Politicamente, queste decine e decine di migliaia di disgraziati rientrano negli schemi del sottoproletariato tipico. D'altra parte, con che coraggio proporre loro il tema della speranza?
Ricordo che un giorno, passando per il Mandrione in macchina con due miei amici bolognesi, angosciati a quella vista, c'erano, davanti ai loro tuguri, a ruzzare sul fango lurido, dei ragazzini, dai due ai quattro o cinque anni. Erano vestiti con degli stracci: uno addirittura con una pelliccetta, trovata chissà dove, come un piccolo selvaggio.
Correvano qua e là, senza le regole di un gioco qualsiasi: si muovevano, si agitavano, come se fossero ciechi, in quei pochi metri quadrati dov'erano nati e dove erano sempre rimasti, senza conoscere altro del mondo se non la cassettina dove dormivano e i due palmi di melma dove giocavano.
Vedendoci passare con la macchina, uno, un maschietto, ormai ben piantato malgrado i suoi due o tre anni di età, si mise la manina sporca contro la bocca e, di sua iniziativa, tutto allegro e affettuoso, ci mandò un bacetto...
La pura vitalità che è alla base di queste anime vuol dire mescolanza di male allo stato puro e di bene allo stato puro: violenza e bontà, malvagità e innocenza, malgrado tutto. Qualcosa si può, dunque, e si deve pur fare.
[1958]












