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La reazione stilistica


"Come vedi, la mia biografia finisce sempre con l’identificarsi con la letteratura: e non so dirti se sia male o bene."

Da una lettera del 22 dicembre 1952 di Pier Paolo Pasolini a Silvana Mauri


Fotografia autografata da Pier Paolo Pasolini ©BFI London Southbank

La reazione stilistica

Tutti si giurano puri: puri nella lingua… naturalmente: segno che l’anima è sporca. È stato sempre così. Per mentire non bisogna essere oscuri. Si illudono, mostri, che la morte uguagli! Non sanno che è proprio la morte (loro alibi di cattolici servi) che disgrega, corrode, torce, distingue: anche la lingua. La morte non è ordine, superbi monopolisti della morte, il suo silenzio è una lingua troppo diversa perché voi possiate farvene forti: proprio intorno ad essere vortica

la vita! E voi avete paura della vostra santa morte, del caos che implica: il vostro unilinguismo è una difesa! La Lingua è oscura non limpida – e la Ragione è limpida, non oscura! Il vostro Stato, la vostra Chiesa, vogliono il contrario, con la vostra intesa.

Sono infiniti i dialetti, i gerghi, le pronunce, perché è infinita la forma della vita: non bisogna tacerli, bisogna possederli: ma voi non li volete perché non volete la storia, superbi monopolisti della morte: i poeti parlano come preti, e, profetiche,

urlano vittoria, tutt’intorno, le Cassandre: è passato il tempo delle speranze! Avevano ragione loro, nascoste dentro le parrocchie. Adesso riescono alla luce del giorno, cornacchie delle privilegiate angoscie, delle libere speranze imposte dalla forza del capitale che non si estingue. Gadda! Tu che sei lingua oscura e ragione oscura, rifiuta le loro interessate lusinghe, nel tuo limpido raziocinio! Moravia, tu che sei limpida lingua e limpida ragione, respingi il maligno loro adoprarti, nell’oscuro puntiglio

dei tuoi nervi… Sono solo, siete soli. In questa lotta che è la lotta suprema, perché riassume ogni altra, nessuno ci ascolta. Vorrebbero ridurre l’uomo alla purezza, loro che sono il caos! Ah, si apra sotto i loro piedi la terra, e parlino il loro esperanto all’inferno. Eppure, anche chi stimo e amo, con cui ho comune l’anima per tanta parte, sa, della lingua, l’esterno valore di storia, come se la storia portasse all’uno, a un superno punto che livella ogni passione, quasi il suo fine fosse l’omologazione

delle anime! No, la storia che sarà non è come quella che è stata. Non consente giudizi, non consente ordini, è realtà irrealizzata. E la lingua, c’è frutto di secoli contraddittori, contraddittoria – s’è frutto dei primordi tenebrosi – s’integra, nessuno lo scordi, con quello che sarà, e che ancora non è. E questo suo essere libero mistero, ricchezza infinita, ne spezza, ora, ogni raggiunto limite, ogni forma lecita. Bruciare le istituzioni, stupenda speranza per chi ora geme, è una speranza che le reali passioni che nasceranno non può prevedere, né i suoni

nuovi delle loro parole. Non gridino i cattolici alla grandezza del passato, ricattatori: alla Disperazione. Ma i comunisti non avvezzino alla rinuncia e alla riduzione i cuori, con la Speranza: con la grandezza della rivoluzione. Nella lingua si rispecchia la reazione. E la lingua delle loro parole è la lingua dei padroni e delle loro folle di servi. Sia pur vivace e fervida nel giudicare, nell’accusare, arringa, saggio: ma se è il frutto dell’uomo borghese – che si spinge alle nuove conquiste, vecchio e brutto nel cuore – non può esprimere che tutto

l’uomo, nella sua storica miseria. Non c’è via di scampo, anche chi si oppone è quell’uomo, miserabile, empio, stupido, freddo, ironico, che rende faziosa ogni sua più seria passione, che non crede all’altrui passione… E in questo accomunano i giorni della distensione nemici e amici: ricomincia la guerra vile del discredito, della malizia, della cecità di cellula o sacrestia: e ritorna lo stile di un tempo, nei cuori come nei versi: ed è meglio morire.

Da Pier Paolo Pasolini, Poesie incivili (aprile 1960), in La religione del mio tempo, Milano, Garzanti (1961)

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