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— Sig. Pasolini, perché ha mescolato il realismo (ad esempio per i carnefici ai piedi della croce) con l’irrealismo (tra l’altro nella raffigurazione del Cristo crocifisso, con le braccia quasi graziosamente piegate)?

 

— Non mi pare vi sia contraddizione. Per definire il mio film, potrei dire che si tratta di un racconto epico-lirico, in una tonalità nazional-popolare. È un grande mito popolare, e un grande mito popolare possiede sempre qualcosa di profondamente realistico quanto al nucleo essenziale, senza per questo essere realistico nei dettagli, come avviene in tutta la poesia popolare.

 

— I personaggi non consacrati li ha mantenuti estremamente realistici e veritieri, mentre le figure più sacre, come Cristo e la Vergine Maria, le ha elaborate maggiormente secondo la tradizione iconografica e pittorica. Può spiegarcelo?

 

— Mi sembra che la giovane in questione, una donna dell’Italia meridionale, appaia di un’autenticità straordinaria. E anche la figura del Cristo — quel Cristo bruno e ardente — mi pare l’opposto dell’iconografia tradizionale.

 

— In una sua antica poesia Lei scrive, a proposito di Cristo: “Lo scandalo della contraddizione, essere insieme per e contro se stesso…”. Il suo film ha qualcosa a che vedere con quella poesia?

 

— Probabilmente sì. Il film non è nato da una scoperta dell’anno scorso o di pochi anni fa. Le sue radici affondano lontano nel passato. Avrei potuto realizzarlo forse vent’anni fa, se le circostanze fossero state diverse.

 

— Sig. Pasolini, Lei è uno scrittore di orientamento marxista; come Le è venuta l’idea di realizzare un film sul Vangelo?

 

— Apprezzo il “piuttosto” che Lei usa quando mi definisce marxista. Mi considero effettivamente marxista — forse un marxista imperfetto — ma non “piuttosto” marxista. E non vedo perché un marxista non possa avere una religione (mormorii in sala). Mi scusi se esprimo il mio pensiero in forma un po’ sommaria; sarebbero necessarie molte sfumature. Che un marxista non possa essere un uomo religioso è tutto da dimostrare.

 

Richiamo la formula che ho usato per caratterizzare il mio film: un racconto epico-lirico in tonalità nazional-popolare. È una visione che si richiama a Antonio Gramsci. Occorre distinguere due piani: il piano personale e quello sociale e nazionale. Vi è la religione così come io la sento e la concepisco, e vi è la religione così come la percepisco nel popolo; vi è il modo in cui le masse oggi si rappresentano Cristo. È evidente che io non mi raffiguro l’angelo nel modo in cui l’ho rappresentato nel film. Ma le masse lo immaginano così. Ho dunque offerto una rappresentazione oggettiva di quel mito, di questa religiosità nazional-popolare.

Colloquio con Pasolini, intervista di J.D. su «Film en Televisie», n. 92, gennaio 1965, pp. 10-12. 

Il Vangelo secondo

Matteo (1964)

Titolo originale: Il Vangelo secondo Matteo

Paese di produzione: ItaliaFrancia

Anno: 1964

Durata: 137 min

Colore: B/N

Audio: sonoro (mono)

Rapporto: 1,66 : 1

Genere: drammaticostorico, religioso

Regia: Pier Paolo Pasolini

Soggetto: Pier Paolo Pasolini

Sceneggiatura: Pier Paolo Pasolini

Produttore: Alfredo Bini

Casa di produzione: Arco Film (Roma) / Lux Compagnie Cinématographique de France (Parigi)

Distribuzione (Italia): Titanus Distribuzione S.p.A.

Fotografia: Tonino Delli Colli

Montaggio: Nino Baragli

Effetti speciali: S.P.E.S.

Musiche: Luis Enriquez Bacalov; estratti da Johann Sebastian BachWolfgang Amadeus MozartSergej ProkofievAnton Webern e canti gospel

Scenografia: Luigi ScaccianoceDante Ferretti

Costumi: Danilo Donati

Trucco:Marcello Ceccarelli, Lamberto Marini
Mimma Pomilia

©️ Compass Film Srl/Tutti i diritti riservati

Il Vangelo secondo Matteo, Pier Paolo Pasolini, cinema, marxismo, religione, archivio città Pasolini

Riprese del 'Vangelo secondo Matteo (1964) ©  Angelo Novi/Cineteca di Bologna/Riproduzione riservata

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Letteratura
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