Colloquio con Pasolini, intervista su «Film en Televisie», n. 92, gennaio 1965, per il Vangelo secondo Matteo.
- Città Pasolini

- 25 feb
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Al momento di dare alle stampe i commenti qui allegati sul film vivacemente discusso del marxista Pier Paolo Pasolini, Il Vangelo secondo Matteo, siamo già in possesso della lieta notizia che l’opera ha finalmente trovato un distributore commerciale per il Belgio (la CINE VOG) e che sarà prossimamente immessa nel circuito cinematografico del Paese, qualora ciò non sia già avvenuto al momento in cui queste colonne vedranno la luce.
Rimandiamo nel frattempo i nostri lettori alla recensione che pubblicammo in precedenza, a firma di Maria Rosseels, nel nostro periodico (cfr. «Film en Televisie», n. 90, novembre 1964, pp. 8 ss.), subito dopo che la nostra collaboratrice ebbe modo di vedere il film alla Mostra di Venezia, dove Pasolini ottenne il premio dell’International Catholic Film Office. La motivazione di tale riconoscimento cattolico fu da noi parimenti riportata nel numero citato, a p. 37.
Il film e il contesto culturale e ideologico che lo sottende ci paiono di rilevanza tale da giustificare un ulteriore approfondimento in questa sede, all’avvio della sua carriera commerciale, il cui successo non può non stare a cuore a tutti i nostri lettori, senza distinzione alcuna.
PASOLINI A COLLOQUIO
— Sig. Pasolini, perché ha mescolato il realismo (ad esempio per i carnefici ai piedi della croce) con l’irrealismo (tra l’altro nella raffigurazione del Cristo crocifisso, con le braccia quasi graziosamente piegate)?
— Non mi pare vi sia contraddizione. Per definire il mio film, potrei dire che si tratta di un racconto epico-lirico, in una tonalità nazional-popolare. È un grande mito popolare, e un grande mito popolare possiede sempre qualcosa di profondamente realistico quanto al nucleo essenziale, senza per questo essere realistico nei dettagli, come avviene in tutta la poesia popolare.
— I personaggi non consacrati li ha mantenuti estremamente realistici e veritieri, mentre le figure più sacre, come Cristo e la Vergine Maria, le ha elaborate maggiormente secondo la tradizione iconografica e pittorica. Può spiegarcelo?
— Mi sembra che la giovane in questione, una donna dell’Italia meridionale, appaia di un’autenticità straordinaria. E anche la figura del Cristo — quel Cristo bruno e ardente — mi pare l’opposto dell’iconografia tradizionale.
— In una sua antica poesia Lei scrive, a proposito di Cristo: “Lo scandalo della contraddizione, essere insieme per e contro se stesso…”. Il suo film ha qualcosa a che vedere con quella poesia?
— Probabilmente sì. Il film non è nato da una scoperta dell’anno scorso o di pochi anni fa. Le sue radici affondano lontano nel passato. Avrei potuto realizzarlo forse vent’anni fa, se le circostanze fossero state diverse.
— Sig. Pasolini, Lei è uno scrittore di orientamento marxista; come Le è venuta l’idea di realizzare un film sul Vangelo?
— Apprezzo il “piuttosto” che Lei usa quando mi definisce marxista. Mi considero effettivamente marxista — forse un marxista imperfetto — ma non “piuttosto” marxista. E non vedo perché un marxista non possa avere una religione (mormorii in sala). Mi scusi se esprimo il mio pensiero in forma un po’ sommaria; sarebbero necessarie molte sfumature. Che un marxista non possa essere un uomo religioso è tutto da dimostrare.
Richiamo la formula che ho usato per caratterizzare il mio film: un racconto epico-lirico in tonalità nazional-popolare. È una visione che si richiama a Antonio Gramsci. Occorre distinguere due piani: il piano personale e quello sociale e nazionale. Vi è la religione così come io la sento e la concepisco, e vi è la religione così come la percepisco nel popolo; vi è il modo in cui le masse oggi si rappresentano Cristo. È evidente che io non mi raffiguro l’angelo nel modo in cui l’ho rappresentato nel film. Ma le masse lo immaginano così. Ho dunque offerto una rappresentazione oggettiva di quel mito, di questa religiosità nazional-popolare.
— Nel prospettiva da Lei appena delineata, come spiega il fatto di aver dedicato il film alla memoria di Papa Giovanni XXIII?
— Credo di condividere con la maggior parte di voi l’affetto quasi familiare che avete nutrito per quell’uomo. Egli è stato il primo a far comprendere, con la sua grande autorità, che anche nella Chiesa cattolica si comincia lentamente a riconoscere che un marxista non è né una bestia nera né il diavolo, e che un dialogo tra marxisti e cattolici è possibile.
— Lei afferma di aver trattato più il mito di Cristo che la realtà storica di Cristo. Non sarebbe stato allora più opportuno intitolare il Suo film “La leggenda di Cristo” o “Il mito di Cristo”?
— Non ho voluto realizzare una ricostruzione storica del Vangelo secondo Matteo; ho soltanto cercato di offrirne una ricostruzione poetica. Avete potuto constatare che non ho compiuto alcuno sforzo in direzione archeologica o storica: basti pensare alle bambine che portano gli orecchini della prima comunione. E non ho girato il film in Palestina, ma in villaggi dell’Italia meridionale (fra l’altro in Calabria). Lo stesso vale per i personaggi.
— Nel Suo film non compare l’episodio di Maria Maddalena. Perché?
— Perché tale episodio non si trova nel Vangelo di Matteo. Ella vi è menzionata, ma l’episodio che la riguarda non vi è narrato.
— Il Suo Pilato dà quasi l’impressione di voler giustificare la propria presenza al momento della scelta tra Barabba e Cristo.
— Dovrebbe rileggere il Vangelo secondo Matteo. Noterà allora che l’attenzione da me riservata a Pilato è proporzionata a quella che gli viene attribuita nel testo evangelico. Nel film manca soltanto una battuta: «Sei tu il re dei Giudei?». Se avessi voluto trasporre tutto, avrei avuto bisogno di un film di quattro ore.
— Mi sembra che Lei abbia attribuito scarsa importanza al racconto della Passione, eppure così centrale nell’immaginario popolare.
— Ho voluto rimanere fedele al testo di san Matteo, che è molto sobrio nel narrare la Passione. Inoltre, insistendovi eccessivamente, sarei caduto nell’estetismo.
— Si è avvalso della consulenza di un consigliere proveniente da ambienti cattolici?
— Sì. Ad Assisi, in occasione di una discussione sul mio film Accattone, ho chiesto un aiuto filologico e teologico ai volontari della fondazione Pro Civitate Christiana.
— Ha ricevuto un’educazione cattolica?
— Come, in generale, quasi tutti.
— Ha studiato in un istituto diretto da sacerdoti?
— No.
— Il Suo film è interamente pervaso da un’atmosfera meridionale, anche per quanto riguarda l’accento. È una scelta deliberata?
— Ho voluto introdurre una certa distinzione tra i personaggi sublimi e la gente semplice. Ne deriva un’impressione quasi caotica: il film è una mescolanza di stili differenti, di stile sublime e di stile umile. Ho cercato di non rendere tale distinzione troppo brutale, né troppo diretta o esclusiva. Da qui quella leggera patina di dialetto meridionale, che peraltro non è sempre siciliano: quanto bastava per differenziare le due categorie di personaggi.
— Perché ha utilizzato musica rivoluzionaria russa, come ad esempio “La Marcia Bianca” e “La Varsoviana”?
— Siamo precisi. Conosciamo tutti canti italiani che consideriamo melodie tipiche del tempo della Prima guerra mondiale; eppure molte di esse sono assai più antiche. Così è anche per i canti popolari russi: non si tratta di melodie nate con la rivoluzione, ma di origine molto precedente, che la rivoluzione ha poi adattato e reso popolari.
Quanto alla commistione di musica moderna e musica classica, occorre esaminarla più attentamente. Si potrà allora osservare che la musica moderna, con il suo accento rivoluzionario, corrisponde all’elemento rivoluzionario della lotta che Cristo ha dovuto sostenere; mentre la musica classica corrisponde all’elemento divino o mistico.
Note marginali a una conferenza stampa
Nel corso della conferenza stampa di cui sopra abbiamo riportato i punti principali, così come furono registrati su nastro magnetico, Pasolini dichiarò in modo conciso e senza ulteriori precisazioni di non ravvisare alcuna contraddizione tra l’essere marxista e l’avere un senso religioso. Tale posizione, che a prima vista può apparire paradossale, egli l’ha successivamente illustrata in una cerchia ristretta. Benché questo commento non sia stato registrato, riteniamo di non tradirne il pensiero riferendolo nei termini seguenti.
Secondo Pasolini, tra il marxismo, nella sua essenza, e la religione non sussiste necessariamente un’opposizione. Storicamente, il marxismo, così come si sviluppò in Russia e strettamente legato alla figura di Vladimir Lenin, si schierò contro la Chiesa poiché essa era contingentemente inserita in un sistema politico e sociale inconciliabile con il marxismo.
Successivamente, il marxismo si fuse con lo stalinismo. Tuttavia, sempre secondo Pasolini, non è impossibile che, confrontandosi con altre congiunture politiche e sociali, il marxismo non si riveli necessariamente nemico della religione. Non sembra, del resto, che Pasolini sia l’unico, tra i marxisti, a sostenere una simile opinione. Si potrebbero citare testi di altri autori dai quali emerge una certa apertura, in taluni ambienti marxisti, verso una dimensione spirituale dell’uomo, e nei quali si afferma, tra l’altro, che il marxismo non offre una risposta ai problemi della morte, della vecchiaia e dell’angoscia esistenziale, né a categorie quali la bellezza e l’amore — realtà che oltrepassano le soluzioni prospettate dal marxismo.
Si obietterà naturalmente che un simile marxismo appartiene forse a sviluppi futuri; nel frattempo, occorre fare i conti con l’unico marxismo concreto oggi storicamente dato, quello che ha preso forma in Russia e che si è mostrato inconciliabile, se non addirittura ostile, nei confronti della religione.
La discussione potrebbe essere protratta indefinitamente.
Per tornare a Pasolini, è tuttavia importante rilevare in questo scrittore un’indipendenza di spirito e persino un’apertura verso la dimensione spirituale dell’uomo. In definitiva, però, è l’opera che deve essere giudicata, non l’uomo.
Se ci siamo soffermati sulle dichiarazioni di Pasolini a proposito del suo marxismo, ciò è stato anzitutto in considerazione di quanti, conoscendo lo scrittore e la sua posizione sociale e filosofica, si chiedono con stupore e perplessità come sia possibile che un autore marxista abbia deciso di portare sullo schermo il Vangelo. Alcuni non hanno esitato a parlare di scandalo in merito all’assegnazione del premio dell’International Catholic Film Office al film di Pasolini.
A tale riguardo, il sig. Ruszkowski, presidente della giuria dell’International Catholic Film Office alla Mostra di Venezia, ha fornito i necessari chiarimenti. Dal bollettino mensile dell’Office Catholique International du Cinéma (ottobre 1964) riportiamo i seguenti passaggi:
«Molte di queste affermazioni severe sono frutto di una sincera preoccupazione per la salvaguardia dell’integrità morale e religiosa e meritano pertanto il dovuto rispetto. È tuttavia evidente che gravi malintesi sono all’origine di tali critiche. …A Venezia non ci siamo pronunciati su Pasolini, ma sul suo film, che ha ormai acquisito un’esistenza propria, indipendente dalla persona di Pasolini, e che sarà proiettato di sala in sala davanti a un pubblico composto in grandissima maggioranza da non italiani, i quali probabilmente non hanno mai sentito parlare di questo scrittore controverso. Così stanno le cose, e in tal modo si confuta l’argomento contrario al premio; poiché ciò che conta agli occhi dell’opinione cattolica è il valore intrinseco dell’opera.»
Difficilmente si potrebbe formulare il concetto con maggiore chiarezza.
P.P PASOLINI, Colloquio con Pasolini, intervista di J.D. su «Film en Televisie», n. 92, gennaio 1965, pp. 10-12. Traduzione Silvia Martín Gutiérrez.








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