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Cristo e il marxismo. Pier Paolo Pasolini presenta in Francia 'Il Vangelo secondo Matteo" (1964)


Pier Paolo Pasolini dirige Enrique Irazoqui nel film Il Vangelo secondo Matteo (1964) © Angelo Novi/Cineteca di Bologna/Riproduzione riservata

Il soggiorno di Pasolini a Parigi, per presentare Il Vangelo secondo Matteo, si è svolto su una molteplicità di piani: tre diverse ed opposte dimensioni, per usare lo stesso linguaggio del regista.


Primo piano. Il film viene proiettato alla Mutualité, ad iniziativa dell’Ufficio cattolico del cinema, davanti a studenti cattolici dell’Università di Parigi. La serata si chiude con un dibattito – bonario autodafé – dentro la Cattedrale di Notre Dame, al quale prendono parte alti esponenti religiosi, cattolici e protestanti, e capi di organizzazioni cristiani, riunitisi per giudicare il regista e la sua opera. Per la prima volta, le vecchie mura della basilica più celebre di Parigi sentono parlare di cinema, del film che un marxista dichiarato ha fatto sul Cristo, interpretando il Vangelo di Matteo. Pasolini, quasi in incognito, assista al suo «processo» cui segue, tuttavia, un’assoluzione del «tribunale ecclesiastico».

Anche se alcuni sono contro (come il professor Marou , titolare alla Sorbona della cattedra di Storia del Cristianesimo), monsignor Brien, che preside l’alto consesso, emette un verdetto favorevole. «La Passione secondo S. Matteo»– egli dice – è davvero la storia del Cristo. Che essa sia trattata dal punto di vista marxista o cattolico non ha che un relativo interesse. Essenziale è la verità umana che da essa si esprime.» Il dibattito è chiuso; gli organi di Notre Dame si mettono tutti a suonare e la volta echeggia di musica sacra, mentre la solenne messa cantata comincia, e i fedeli, che hanno assistito al dibattito, intonano a gran voce gli inni religiosi. Incontro tempestoso Secondo piano. Incontro con alcuni esponenti della sinistra francese, che ritroviamo a pochi passi da Notre Dame, oltre il ponte che porta alla rive Gauche, nel ristorante della Boucherie. L’approccio è tempestoso. Il film, per essi, è una scudisciata in pieno viso. Sono laici, razionalisti, volterriani. I conti con Cristo sono stati regolati da un pezzo, nella storia e nella cultura. «E’ un film fatto da un prete per i preti», l’ha definito Michel Cournet , del Nouvel Observateur, il quale ha abbandonato la sala della Mutualité e ha rifiutato di raggiungerci nel ristorante, dove avevamo appuntamento, perché non voleva «stringere la mano di un ipocrita». Il verdetto in questo caso è implacabile: Pasolini ci prende tutti in giro, voi per primi siete caduti in un equivoco gigantesco. E’ un uomo colto, di una astuzia infernale. Una vera scimmia. E’ capace di gabbarvi, facendo passare un film religioso e di pura propaganda religiosa, una trascrizione fedele del Vangelo, per l’opera di un marxista.

Pasolini passa al contrattacco, e, a mano a mano che si sente accerchiato, la sua loquela, di solito parsimoniosa, diventa fluente e sferzante.

«Vedo chiaramente il pericolo che corro in Francia – dice –: l’intellettuale francese fa fatica a riconoscere l’irrazionalità, il momento della fame, del sottoproletariato. La sua sordità, giustificata finché si vuole, lo pone oggi però fuori della realtà storica di tutto il mondo. Quel meraviglioso mezzo conoscitivo (che è anche la mia matrice culturale) dato dall’illuminismo e dal razionalismo francese, si dimostra incapace di accepire due elementi della storia dei nostri giorni che sono tipici del terzo mondo: l’Algeria, la Cina o la Polinesia. Sartre è il solo che abbia compreso di dover forzare la propria cultura di tipo razionale oltre questi confini, e afferrare tutta la realtà».

«Il vostro – continua Pasolini – diventa un atteggiamento aristocratico. Perché il momento dell’irrazionalità non è soltanto di questo miliardo di uomini che si affaccia alla storia, ma l’irrazionalismo è nella Francia stessa. Certi fenomeni come i paras sono irrazionalisti, il disperato nazionalismo è irrazionalista; il collocarsi orgogliosamente al centro del mondo è irrazionalista. E forse il disimpegno del nouveau roman non è irrazionalismo anche esso? Godard mi piace per il suo irrazionalismo, e perché il decadentismo in lui è giunto all’ultima evoluzione, mentre quello che c’è in me è rimasto a trenta anni fa».

Pasolini afferma che lo sguardo critico di chi vede nel film un semplice trasferimento del Vangelo è superficiale.


«Solo attraverso un esame stilistico si può capire che una trascrizione del Vangelo – egli dice – avrebbe supposto una sola dimensione, mentre nel mio film si aprono baratri di dimensioni diverse. In Accattone (che voi avete fra l’altro stroncato), ero io a raccontare; qui no, perché io non credo. Ho dovuto invece narrare il Vangelo attraverso gli occhi di qualcun altro che non sono io, cioè di un credente: ho fatto un discorso libero indiretto. Questa visione indiretta ha presupposto una contaminazione tra chi crede e chi no, e da essa è nata una confusione magmatica nello stile e nella tecnica. La ricerca tecnica, l’intuizione stilista, ha preceduto il reale approfondimento ideologico. Ma tutto questo a voi sfugge. Non avvertite che io ho camminato sul filo di un rasoio: evitando, da parte mia, una visione solo storicistica e umana, e, da parte del credente, una visione troppo mitica. Ho compiuto uno sforzo enorme di sincerità indiretta attraverso il credente, e al tempo stesso per non tradire me stesso. Lo sforzo per mantenere l’equilibrio tra questi due punti di vista ha dato al film una tensione, che è quella che gli recupera, indirettamente, la sacralità, che a volte sembra uno scandalo».

Pasolini, cercando di delineare la matrice culturale dell’impegno italiano negli ultimi venti anni, davanti agli intellettuali francesi che la ignorano, prosegue in questo modo:


«Sono stato fedele a me stesso ed ho fatto un’opera nazional-popolare in senso gramsciano. Perché il credente attraverso cui vedevo Cristo figlio di Dio è il personaggio popolare italiano, è lo storico uomo semplice italiano, e vedendo il mondo attraverso i suoi occhi mi sono avvicinato alla concezione artistica di Gramsci, nazionale e popolare. Per un francese è un film religioso, per un proletario italiano non c’è equivoco. Cristo è un sottoproletario, che va con i sottoproletari. Il rapporto storico tra Cristo e il proletariato esiste, egli non avrebbe fatto nulla se non fosse stato seguito dai proletari. I farisei non lo avrebbero ucciso. E il proletariato sarebbe rimasto immerso nelle tenebre della sordità, se non fosse intervenuta la predicazione rivoluzionaria del Cristo».

«Per noi, rispondono gli intellettuali francesi, il Cristianesimo non fu mai un momento rivoluzionario, nemmeno al suo inizio».

«Se fossi stato francese, risponde Pasolini, avrei girato il Vangelo in Algeria, e questo vi avrebbe traumatizzato, così come è traumatizzato un italiano quando io piazzo il mio Vangelo in Calabria o in Lucania; forse allora avreste capito».

Quest’ultima battuta lascia sconcertati i nostri amici. Ed essi replicano polemicamente.

«Che tipo di successo lei pensa che avrebbe in Spagna il suo film?».

In Spagna – risponde Pasolini – le gerarchie religiose sarebbero profondamente scandalizzate, come la destra cattolica italiana. Gli spagnoli riconoscono l’elemento scandaloso dell’esistenza del proletariato. Mentre, per voi, vedere un ebreo di duemila anni fa o un sottoproletario di oggi, è la stessa cosa, perché la prospettiva storica è appiattita. Oltre a questo, in Spagna non accettano lo scandalo iconografico, la mancanza totale di agiografia, che per un francese è ovvia. Infatti in Spagna resistono a dare il visto al mio film».

«Per noi – interviene un altro intellettuale – tutto può essere tema di dialogo con i cattolici, fuorché la religione».


«Eppure il discorso verte fatalmente lì, il problema religioso diventa ideologico. Può un marxista essere credente? Può un cattolico essere un marxista? Il cattolico deve essere capace (dalla timida Rerum Novarum al poderoso slancio innovatore di Giovanni XXIII) di prendere atto dei problemi della società in cui vive; e così il marxista deve porsi di fronte al momento religioso dell’umanità. Ci sarà sempre un momento irrazionale, religioso; il miglioramento dell’ambiente sociale inquadrerà diversamente il momento del problema religioso, quando l’uomo avrà davanti a sé, finita l’oppressione di classe, solo la sua natura umana, la morte. O la scienza riuscirà a spiegare tutto questo, fino in fondo, o vi sarà sempre un elemento religioso come rapporto che si stabilisce tra l’uomo e la natura».


Maria A. Macciocchi. Cristo e il marxismo, l’Unità 22 dicembre 1964, p. 3

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