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Parigi, 1964. Pasolini incontra Sartre per "Il Vangelo secondo Matteo"

Aggiornato il: mag 5



Pier Paolo Pasolini immortalato a Parigi da Giancarlo Botti (1961) © Gamma-Keystone/Riproduzione riservata

Pasolini si incontra con Sartre, al quale egli ha chiesto un appuntamento. Spasmodica corsa nelle strade di Parigi. Il café del Pont - Royal, dove Sartre ci aspetta, si è trasformato per un equivoco telefonico in un café del Pont-Neuf. Ci sono una decina di caffè, attorno al Pont- Neuf. Li percorriamo tutti, con il fiato in gola, senza più speranza di trovare Sartre. Finché Simone de Beauvoir ci chiarisce il malinteso. Sartre è là, che aspetta da un'ora. È calmo, cortese come sempre.

"Pensate davvero che non avrei atteso?" , dice gentilmente, come se la responsabilità fosse sua. Non ha visto il film di Pasolini, ma conosce la burrasca intellettuale nella gauche. Pasolini gli racconta il dessenso aperto, le discussioni avute.

Sartre: "È un atteggiamento strano, perché la sinistra dovrebbe saper valutare la differenza di piani di cui lei parla, e avere conoscenza del sottoproletariato attraverso la guerra d'Algeria, che ha l'impeganta fino in fondo, ed è stato un momento culturale decisivo nella sua formazione"

Pasolini: "Ho detto se fossi stato francese, avrei fatto il film in Algeria, lo avrei ambientato lì. Ho dedicato a lei, Sartre, una poesia, Alì dagli occhi azzurri, sulla base di un racconto che lei mi fece a Roma, quando mi descrisse la storia di una ragazza algerina, una prostituta, schiava di uno sfruttatore, un francese, un europeo"

Sartre: "Ecco, lei deve ripetere a tutti questo: vale a dire, che avrebbe fatto il suo Vangelo in Algeria, tra i sottopproletari algerini in rivolta contro i loro dominatori. ê evidente che c'è un sottoproleariato italiano, e che il problema si pone in modo tutto diverso che da noi. Ma la posizione della sinistra razionalista è comprensibile nel senso che la storia di Cristo è un punto di scontro, di combatimento, perché si teme che i temi religiosi consentano, con il pretesto di affrontarli, di farne un elemento di conservazione. Siamo abituati a diffidarne, e se capisce anche perché: quelli che si ponevano in questo campo come dei rivoluzionari sono diventati dei reazionari. Guardi Lamennais, nel XIX secolo, apostolo delle dottrine rivoluzionarie, autore di Parole di un credente (1834) che lo portò a rompere con la Ciesa, che finì poi la sua vita partecipando al colpo di Stato di Bonaparte. Prende Faulkner; egli ha avuto una grande influenza in Francia, e pochi intellettuali si sono resi conto che esisteva in lui una componente razzista. Ma quando egli ha scritto Una favola, con il sergente protagonista, che era Cristo medesimo, essi hanno fatto muro contro di lui, hanno fatto blocco, lo hanno rifiutato"

"Tuttavia sono del suo avviso - prosegue Sartre - che l'atteggiamento francese di fronte al Vangelo, così come l'atteggiamento francese di fronte alla Chiesa, è un atteggiamento ambiguo. Essa non ha integrato Cristo culturale. La sinistra lo ha messo da parte, à-côté. Né si sa che fare dei fatti che concernono la cristologia. Hanno paura che il martirio del sottoproletariato possa essere interpretato in un modo o nell’altro col martirio di Cristo. Il problema di Cristo resta da affrontare. Perché questa chiusura orgogliosa, aristocratica, come lei dice, all’interno di un proprio orizzonte culturale? Perché il razionalismo francese manca di una critica del razionalismo, così come non esiste una critica del marxismo, e questo spiega, allo stesso modo, la chiusura ideologica di certi partiti comunisti. Ma io sono d’accordo con lei, Pasolini, che è giunto il momento di porre il problema di Cristo come una fase definita della storia del proletariato e del suo martirio, nel senso di suscitare una "infezione" tra noi stessi, che si rifletta nel rapporto con il "terzo mondo." Problema aperto "Vi sono nel marxismo – prosegue Sartre – elementi cristiani che bisogna riassumere, e anche un movimento che si ponga come non cristiano ha bisogno dell’approfondimento della dottrina cristiana, come mito. Il problema dei rivoluzionari nel rapporto con le loro tradizioni non può essere cancellato". Sotto Stalin, fu recuperato Ivan il terribile, ma oggi il Cristo non è recuperato ancora dai marxisti. Né si può spiegare Stalin senza il sottoproletariato russo, i servi della gleba, una carica di irrazionalismo profondo nelle masse contadine, e i loro miti religiosi. Ciò che ha di mistico lo stesso "culto della personalità", nasce da questo incrocio tra l’uomo e Dio, termini fra i quali non veniva posta soluzione di continuità. Il problema è aperto. Uno dei vuoti del marxismo è la interpretazione del cristianesimo, e ciò si collega al processo che si verifico nell’analisi di Marx. Marx stesso non affrontò la questione, e la lasciò ai suoi posteri da esplorare, e da portare fino in fondo. La sua ricerca nello studio dei fenomeni economici, sociali si basava sul proletariato più avanzato, più evoluto, più colto, in Germania, in Inghilterra, in Francia.

"Egli non poteva tenere conto dell’avvento di società socialiste, contraddistinte dalla presenza di una immensa massa di sottoproletariato contadino. Come avvenne in URSS, come è avvenuto in Cina. Da questa vuoto, che ha avuto in Marx un processo naturale rispetto al filo che la sua analisi era obbligata a seguire, è nata però nel marxista una certa reazione o repulsione per il sottoproletariato.

Ricordo tra il 1952 ed il ’53 una riunione do comunisti francesi, per condannare André Marty; fu in una sale, sulla quale si levava la scritta "Noi siamo per il partito della gente onesta". Marty era messo con gli assassini, i reietti, i galeotti, insomma, con il sottoproletariato, mentre dall’altra parte vi erano i "militanti onesti". Lo scandalo era moralista. E questo puritanesimo di origine contadina si avverte ancora oggi in URSS, dove io non ho visto nei musei, fino al 1964, che due sole statue di donne nude. E’ tragico vedere come il puritanesimo prende oggi il sopravvento in Algeria, dove le donne, che si sono battute fino a sopportare il supplizio per la rivoluzione, tornano ad essere rinchiuse nei miti contadini musulmani, che le vogliono schiave dell’uomo, velate". "Anche a Cuba, – dice Pasolini – esiste un moralismo, ma è un fenomeno più di vertice che di base."

"Per Cuba – dice Sartre – sono meno d’accordo, perché vi è in Castro un antipuritanesimo profondo.

Quando ho rappresentato a Cuba La p… rispettosa, una donna si è alzata ed ha chiesto a Castro: "Quando sopprimerete la prostituzione a Cuba?". "Non è la prostituzione in sé che si tratta di cancellare, quello che mi interessa e su cui voglio agire sono le cause". "Anche Accattone –dice Pasolini – ha sollevato l’indignazione di un gruppo di moralisti cubani, al vertice; devo riconoscere che chi l’ha lasciato proiettare è stato Castro." "Lei parte per Budapest – dice Sartre. – Nei paesi socialisti, vedrà, il suo film avrà migliori accoglienze e sarà più facile da comprendere. Da noi occorre spiegare, discutere, ed il dibattito sarà aspro a causa della figura del Cristo, di cui la sinistra non sa che fare. Ma le suggerisco di tornare qui a metà gennaio, e di aprire una discussione sul suo film, pubblicamente, fra la sinistra laica e i cattolici a livello più impegnato, fra quelli stessi sacerdoti che hanno dato un coraggioso contributo personale contro la guerra d’Algeria. Il film va dato nella versione originale insiste Sartre, contraddicendo Pasolini che vorrebbe doppiarlo – e solo con i sottotitoli. "Soprattutto, malgrado quel che si dice a sinistra – afferma Sartre con qualche ironia – così come, è, il Vangelo di Matteo, e si tratta semplicemente di riassumere nelle didascalie alcuni momenti dell’azione. La Francia è un paese cattolico … Nella stessa visione privata, – aggiunge Sartre – io farei proiettare La ricotta, non importa se il divieto, che impedisce a questa storia di circolare sugli schermi francesi (e quanto il cardinale Feltin ci si mette è difficile che lei possa spuntarla), sarà mantenuto. Ma questo film della fame, dove il ladrone buono muore davvero sulla Croce perché finalmente ha mangiato a sazietà, orienterà i critici. Va posto un legame fra le due opere; ilVangelo edificante, estetizzante del suo Orson Welles regista, dove è affermato che chi muore crea lo scandalo, ed il suo Vangelo secondo Matteo, i cui protagonisti sono tutti proletari. Bisogna mostrare da dove lei è partito e quale camino ha percorso."

Voglio dirle – dice a questo punto Pasolini – che, in tutti dibattiti, i giovani mi chiedono perché, nel momento in cui lei ha rifiutato il premio Nobel, io ho potuto accettare il premio dell’Ufficio cattolico del cinema."

"E lei che cosa risponde?" chiede Sartre.

"Che io mi esercito – afferma Pasolini – al combattimento aperto, come lei al tempo della guerra d’Algeria, quando non le decretavano premi …"

"E’ una buona riposta" – conclude Sartre ridendo.

"Pasolini.Cristo e il marxismo" di Maria Antonia Macciocchi pubblicato per la prima volta nell’Unità, 22 dicembre 1964.
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