Colloquio con Pasolini. Intervista di Per Calum sulla rivista danese «Kosmorama», 1968.
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Pier Paolo Pasolini si è imposto, nell’arco di meno di un decennio, come uno dei più grandi, personali e controversi registi italiani. Figlio di ufficiale, nato nel 1922 a Bologna, giunse a Roma immediatamente dopo la fine della Seconda guerra mondiale, dove entrò ben presto in contatto con l’ambiente cinematografico in qualità di sceneggiatore, prima di esordire, alla fine degli anni Cinquanta, con il film di montaggio mai distribuito La rabbia.
Finora Pasolini ha realizzato complessivamente sette lungometraggi, oltre a vari episodi per film collettivi. Ha inoltre girato un film per la televisione italiana (sull’India), ma non ama lavorare per il mezzo televisivo. È autore di numerose raccolte poetiche, di alcune opere sui fenomeni religiosi, di diversi saggi teorici e di un testo teatrale.
Sia come scrittore sia come cineasta, Pasolini appare fortemente polemico, animato da una profonda convinzione marxista e al tempo stesso da una potente vena poetica, tale che almeno uno dei tre film presentati in Danimarca — Accattone, Mamma Roma e Il Vangelo secondo Matteo — ossia Il Vangelo secondo Matteo, si configura come un autentico capolavoro. Già nel suo primo lungometraggio, Accattone, si intravedevano promettenti segni di grande talento, mentre Mamma Roma risultò un film aridamente teoretico, che oggi lo stesso Pasolini rimpiange di aver realizzato.
Il suo film più recente, Teorema, suscitò scalpore alla Mostra di Venezia nell’estate del 1968; fu quindi proibito in Italia e soltanto in seguito riammesso alla distribuzione. Nei mesi primaverili il film sarà presentato anche in Danimarca, mentre in patria Pasolini è impegnato nelle riprese del nuovo progetto intitolato L’orgia e intensamente occupato nella preparazione di una trasposizione cinematografica di Medea, nella quale — secondo le indiscrezioni — Maria Callas dovrebbe interpretare il ruolo della protagonista.
Anche sul fronte letterario Pasolini si colloca tra le figure più controverse. Quasi contemporaneamente alle polemiche suscitate dal film Teorema, uscì un libro omonimo, con analoga struttura narrativa; tuttavia Pasolini ha sempre sostenuto che non si trattasse di un adattamento da un medium all’altro. Il volume costituiva un’opera autonoma e rappresentò un vero evento letterario in Italia, imponendosi come uno dei candidati più autorevoli al Premio Strega. Tale prospettiva non era però gradita a Pasolini: tra i circa 450 membri della giuria incaricata di designare il vincitore, egli convinse 126 a non votare affatto e 117 a esprimere voto nullo. Il libro vincitore ottenne 117 voti, cosicché Pasolini conseguì una sorta di vittoria morale, coerente con la sua convinzione che i libri non necessitino di premi letterari né di un’industria per esistere, mentre ciò risulta invece indispensabile nel mondo del cinema.
Nell’intervista che segue — realizzata all’inizio dell’estate 1968, poco prima che il regista presentasse Teorema — Pier Paolo Pasolini espone alcuni dei propri orientamenti teorici ed estetici.
— Ho cominciato a fare cinema a trentanove anni. All’epoca non sapevo nulla di cinema: ignoravo perfino la struttura di una macchina da presa o la natura di un obiettivo. Ho imparato semplicemente lavorando nella pratica. Sono stato insieme allievo e regista; soltanto ora, dopo il quinto e il sesto film, ho iniziato a comprendere davvero il mezzo e ad acquisire un’esperienza professionale.
— E lo scrittore Pasolini?
— Ho iniziato a scrivere poesie a sette anni e mezzo. Frequentavo la seconda elementare, ed è difficile per me spiegarlo. Sono sempre stato uno scrittore: è un’abitudine che risale all’infanzia.
— Continua a scrivere libri?
— Sì, ma in Italia non ho un pubblico disposto ad ascoltare la poesia come si dovrebbe ascoltare la poesia. Gli italiani sono ignoranti e non amano i versi; perciò il mio scrivere è vano. Eppure continuo.
— Può filmare liberamente ciò che desidera, o è vincolato da qualche forma di censura?
— Sono libero, completamente libero, di fare ciò che voglio. Non mi viene imposto alcun vincolo quando dirigo un film — né da parte della Chiesa né da parte dei partiti politici. Sono totalmente libero, e ciò mi crea spesso difficoltà, tanto umane quanto pratiche ed economiche. Tuttavia mi permetto di fare ciò che desidero.
— Esiste una censura politica in Italia?
— Esiste ancora, ma negli ultimi quattro anni si è attenuata, poiché il governo è piuttosto socialista. La censura è oggi meno improntata al cattolicesimo, meno ipocrita. Tuttavia è certo che si è meno liberi nel fare un film che nello scrivere poesie, poiché si lavora con un gruppo più ampio di persone e si pratica inevitabilmente una sorta di autocensura. Il cinema si rivolge a migliaia di spettatori, mentre le mie poesie sono lette da pochissimi.
Una visione marxista
— Che cosa può dirci del suo ultimo film, Teorema?
— In poche parole: una ricca famiglia industriale milanese — composta da padre, madre, figlia, figlio e domestica — riceve un giorno la visita di un giovane molto bello e intelligente, del quale tutti si innamorano. Egli ricambia il loro amore, li seduce uno a uno e poi se ne va. Ha per la prima volta sperimentato sentimenti autentici, si sente insicuro di fronte alla vita, quasi distrutto, e intraprende una nuova indagine sul mondo moderno. Ciascuno dei cinque personaggi rappresenta un tipo esemplare della modernità: la figlia diventa nevrotica, il figlio pittore astratto, la madre continua le sue avventure erotiche, il padre dona la fabbrica agli operai. L’unica che, in un certo senso, ritrova la fede perduta è la domestica, la quale, grazie al proprio lavoro e all’ambiente esterno alla famiglia industriale, ha acquisito una cultura che le consente di riscoprire la forza divina.
— Nei suoi film è presente un messaggio politico? Intende trasmettere una fede marxista?
— Non sono iscritto a un partito, ma la mia politica è di parte. Il messaggio marxista dei miei film è una visione marxista della realtà.
— Ha dichiarato in passato di non essere più del tutto sicuro della sua posizione politica.
— Non ho mai detto questo. Forse ho espresso dubbi sulla politica del Partito comunista italiano o di altri partiti comunisti, ma rimarrò sempre marxista. Sono convinto della validità della diagnosi marxista del mondo.
— E la religione? Si può essere marxisti convinti e al tempo stesso religiosi?
— Non credo in Dio. Non sono religioso, ma il mio spirito è religioso.
Dreyer è il maestro
— In più punti le immagini di Il Vangelo secondo Matteo ricordano i film di Carl Th. Dreyer, in particolare La passione di Giovanna d’Arco. Si sente influenzato da Dreyer?
— Ho sempre ritenuto Dreyer il più grande maestro. È sempre stato il mio preferito; subito dopo vengono Charles Chaplin e Kenji Mizoguchi. Sono ancora oggi i miei tre registi prediletti. Tuttavia, come dicevo, non sono un professionista del cinema: non ho mai studiato storia del cinema e non conosco molti film. La mia formazione è letteraria e pittorica, non cinematografica. Amo la pittura italiana fino a circa quindici anni fa; tra i giovani pittori contemporanei preferisco Mario Schifano, pur senza esserne entusiasta. In generale prediligo la pittura figurativa e non amo quella astratta.
— Guarda molti film?
— Non più. Un tempo andavo al cinema quasi ogni giorno; ora lavoro troppo e sono troppo stanco. Vedo soltanto i film più importanti. La sera, quando sono libero, preferisco stare con i miei amici.
— E i giovani registi italiani?
— Sì, vedo i loro film. Preferisco quelli di Bernardo Bertolucci e Marco Bellocchio. Bertolucci mi piace di più: è più poeta; Bellocchio, credo, avrà una carriera normale con i suoi buoni film.
— E il cinema francese e quello americano?
— Amo molto Godard, perché è diverso. Fin da ragazzo ho sempre amato il cinema americano — i western, le commedie, Carole Lombard. Attualmente, però, non c’è quasi nulla proveniente dall’America che mi piaccia, salvo qualche film underground.
Affezionato ad Accattone
— Che giudizio dà oggi dei suoi film, a partire da La rabbia?
— La rabbia è un film di montaggio composto da materiali provenienti da cinegiornali proiettati nell’arco di tre anni. Ne ho operato una selezione e ne ho ricavato una sorta di commento poetico in forma di montaggio; la voce era in versi. Ricordo di aver sperimentato, in un punto, idee proprie del New American Cinema, ma l’accento era posto sul poetico. Il film non è mai stato distribuito perché troppo difficile: il pubblico non lo comprese. Inoltre uscì nello stesso periodo un altro film realizzato con il medesimo materiale, ma in modo volgare e privo di poesia, con commento in prosa.
— E Accattone e Mamma Roma?
— Accattone, sì: l’ho sempre considerato il mio miglior film, forse perché è il primo. Mamma Roma non mi piace; è l’unico che rimpiango di aver fatto. Gli altri possono essere pieni di errori, ma li amo comunque. Il Vangelo secondo Matteo l’ho rivisto di recente e mi ha profondamente commosso: lo ricordavo diversamente. Sono felice di averlo realizzato.
Uccellacci e uccellini non lo vedo da tempo, ma mi piacerebbe rivederlo. È un film molto strano, forse uno dei pochi interamente ideologici: non vi è altro che ideologia, ed è per questo difficile da spiegare.
Mito e autobiografia
— Cosa l’ha spinta a realizzare Edipo Re?
— Era un’idea antica, concepita già durante le riprese di Accattone. La ragione principale era raccontare qualcosa di me stesso; ma il film fu realizzato in un momento in cui la mia autobiografia non mi interessava più. L’idea mi appariva remota. L’altra ragione — o meglio la poesia del film — era aprire il mito, passare da Sofocle alla psicoanalisi e poi compiere il percorso inverso, proiettando la psicoanalisi nel mito. Intendere l’intera vicenda di Edipo Re come un sogno del nostro mondo.
— Torniamo a Il Vangelo secondo Matteo. Molti si stupirono che proprio lei lo avesse realizzato.
— Chi non mi conosceva fu forse sorpreso; ma chi seguiva la mia produzione letteraria non lo fu. Già nel mio primo libro, del 1942, parlavo di una crocifissione; più tardi pubblicai un libro sulla religione e nel 1959 La religione del mio tempo.

Bianco e nero o colore
— Fu una scelta consapevole adottare uno stile talvolta vicino al cinéma vérité?
— Non saprei; ma è vero, in alcune scene — i processi, la figura di Cristo — vi è qualcosa del cinéma vérité.
— Anche in Teorema?
— No, è un film molto costruito, molto formale; forse il più perfetto tra i miei. È a colori, ma contiene due inserti in bianco e nero, due inchieste giornalistiche: anche lì vi sono momenti di cinéma vérité.
— Preferisce il bianco e nero o il colore?
— In pratica preferisco il bianco e nero; in teoria amo il colore. Tuttavia oggi è tecnicamente impossibile riprodurre i colori come in natura. Occorrerebbe lavorare un anno intero, selezionare ogni tonalità come in un quadro. Perciò bisogna adattarsi.
Musica e poesia
— Quanto conta la musica nei suoi film?
— Ha una funzione poetica, anzi molto poetica: aiuta a cogliere il significato delle cose, a chiarire ciò che è ambiguo. L’ambiguità è propria della poesia. La musica ha anche una funzione opposta: rende più comprensibile al pubblico ciò che intendo esprimere. Quando in Accattone uso Bach, ottengo l’effetto poetico e insieme indico che non si tratta di una storia violenta e volgare, ma di un racconto, in fondo, sacro.
— In Il Vangelo secondo Matteo ha usato anche musica ritmica, come la Misa Criolla.
— L’ho ascoltata in Africa; tornato in Italia volli sentirne ancora. Poiché l’intero film è una mescolanza di stili, anche la musica doveva esserlo, come nei dipinti in cui convivono registri differenti.
Il Vangelo del contrasto
— Nei suoi film alterna attori professionisti e non professionisti. Con quale criterio?
— Scelgo sempre gli attori per ciò che sono, non per ciò che fingono di essere. Se devo rappresentare il popolo, preferisco un non professionista; se devo raffigurare un industriale milanese e non trovo un vero industriale, ricorro a un professionista.
— Ha anche recitato.
— Preferisco non parlarne.
— Continuerà a scrivere sceneggiature per altri registi, come per Fellini o Bolognini?
— No, ormai scrivo soltanto per me stesso.
— Ha mai voluto realizzare un film sul contrasto tra Nord e Sud d’Italia?
— Tutti i miei film contengono, in profondità, questo contrasto, perché esso è in me. Accattone ho potuto farlo proprio perché vengo dal Nord, da una città dove si vive quasi come in Svezia o in Danimarca. La mia infanzia è stata quasi scandinava; quando arrivai a Roma fu come una mutilazione. Per questo nei miei film vi è sempre il contrasto tra l’intellettuale e il proletariato, tra Nord e Sud: una tensione che attraversa anche il mio Vangelo.
P.P. PASOLINI, Colloquio con Pasolini, intervista di P.CALUM, su«Kosmorama», marzo 1969, pp.80-83. Traduzione Silvia Martín Gutiérrez.


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