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Il glicine, una poesia di Pier Paolo Pasolini


Pier Paolo Pasolini © BFI London Southbank/Riproduzione riservata

Eccolo, ero morto?, sui

bastioni del Vascello - irreali

come quest’aria che non conosco da piccolo,

o questa lingua di italici

pagani o servi di chierici - i bui

festoni dei glicini. Il quartiere ricco

n’è pieno, dappertutto. Spiccano

viola nel viola delle nuvole e dei viali.

Assurdo miracolo, per un’anima 

per cui contano, gli anni,

che sono stati per lei ogni volta immortali.

Questi che ora nascono, sono

i glicini morti, non i loro figli barbarici

- dico barbarici se cupamente nuovo

è il loro essere, muto il loro monito...



Ma lo ripeto: non sono vergini

alla vita, sono dei calchi funerei,

che imitano la barbarie del dire

senza ancora possedere

parola, puro viola sopra il verde...

Io ero morto, e intanto era aprile,

e il glicine era qui, a rifiorire.

Com’è dolce questa tinta del cadavere

che copre i muraglioni di Villa Sciarra,

predestinato, prefigurato, alla

fine del tempo che si fa sempre più avido... 

Maledetti i miei sensi,

che sono, e sono stati, cosi abili,

ma non mai tanto perché, solo se recenti,

le antiche fioriture non li tentino!



Maledico i sensi di quei vivi,

per cui, un giorno, nei secoli tornerà aprile:

coi glicini, con questi chicchi lilla,

trepidi in carnali file,

quasi senza colore, quasi, direi, lividi...

E tanto dolci, contro i loro muri d’argilla

o travertino, misteriosi come camomilla,

tanto amici per i cuori che nascono con loro.

Maledico quei cuori, che tanto amo,

perché ancora non sanno, non solo

la vita, ma neanche la nascita!

Ah, la vita solo vera, è ancora

quella che sarà: vergine lascia

solo ai nascituri, il glicine, il suo fascino!



E io qui, con questa scheggia

immateriale in cuore, quest’involuta

coscienza di me, che si ridesta a un attimo

della stagione che muta.

Insufficienza ormonica in cui vaneggiano

i sensi? Indebolimento dei battiti

del cuore, o eccesso dei vitali atti

dell’intelligenza? Ah, certo qualcosa

che va in rovina. Questo fiore è segno,

nel mio intimo, del regno

della caducità - della religiosa

caducità - nient’altro.

La sua è una gioia dolorosa,

e, nel dolore di quel lilla quasi bianco,

a esaltarci è la ragione del pianto.



Ma è ridicolo, non posso

straziarmi qui su questa pallida ombra

sia pure stracarica di spasimi,

questa leggera onda

lilla che trapunge il muraglione rosso

con l’impudica ingenuità, l’afasica

festa degli eventi selvaggi!

Non posso: io che da anni prèdico

che tutto ciò non esiste, ch’è atto

di alienata volontà,

di cecità che non conosce altro rimedio

che morire nel cuore

del mondo avuto in dono nascendo,

di incosciente possesso della storia,

di coscienza solamente retorica...



E ora, per un misero glicine

fiorito agli angoli di Monteverde,

son qui a ragionare di sconfitta.

Ma chi è che mi perde?

Dio redivivo, la colpa felice?

Sì, mi sento vittima, è vero, ma vittima

di cosa? D’una storia apocalittica,

non di questa storia. Mi contraddico.

Rendo ridicola una mia lunga passione

di verità e ragione.

Passione... Sì, perché c’è un cuore antico,

preesistente al pensiero:

e un corpo - o fiorente o ferito,

povera vita mai certa davvero

di resistere alla vita informe dei nervi.



Da questo inesprimibile attrito

nasce la prima larva della Passione:

tra il corpo e la storia, c’è questa

musicalità che stona,

stupenda, in cui ciò ch’è finito

e ciò che comincia è uguale, e resta

tale nei secoli: dato dell’esistenza.

II confine tra la storia e l’io

si fende torto come un ebbro abisso

oltre cui talvolta, scisso,

alla deriva, è il glorioso brusio

dell’esistenza sensuale

piena di noi: dinnanzi a questa fisica

miseria non può che ritornare

ogni storico atto irrazionale...



o non so cosa sia

questa non-ragione, questa poca-ragione:

Vico, o Croce, o Freud. mi soccorrono,

ma con la sola suggestione

del mito, della scienza, nella mia abulia.

Non Marx. Solo ciò che ormai è parola

la sua parola muta, non il chiarore,

non il buio che c’è prima, povero glicine!

Quanto in te vive - e in me per te trema - 

resta represso gemito

di cui non si sa, di cui non si dice.

Ma è possibile amare

senza sapere cosa questo vuol dire? Felice

te, che sei solo amore, gemello vegetale,

che rinasci in un mondo prenatale!



Prepotente, feroce

rinasci, e di colpo, in una notte, copri

un’intera parete appena alzata, il muro

principesco d’un ocra

screpolato al nuovo sole che lo cuoce...



E basti tu, col tuo profumo, oscuro,

caduco rampicante, a farmi puro

di storia come un verme, come un monaco:

e non lo voglio, mi rivolto - arido

nella mia nuova rabbia,

puntellare lo scrostato intonaco

del mio nuovo edificio.

Qualcosa ha fatto allargare

l’abisso tra corpo e storia, m’ha indebolito,

inaridito, riaperto le ferite...



Un mostro senza storia,

feroce della ferocia barbarica

che compie le sue persecuzioni

nella stampa libera, nei miti confessionali,

brucia passioni, purezze, dolori,

che accetta la morte con crudeltà quasi ironica,

suo malgrado stoica, che non ha religione

se non quella di imporne una legale

con le sue regole, che non ha amore

se non quello che vuole

tutti uguali, nel bene e nel male,

che non conosce pietà,

perché per ognuno il conquistare

la vita è una tacita scommessa che lo fa

cieco padrone di tutto ciò che sa:



tutto questo ho trovato

nascendo, e subito mi ha dato dolore:

Ma un dolore glorioso, quasi, tanto

m’illudevo che il cuore

potesse trasformare ogni dato,

dentro, in un amore unificante:

da Cristo a Croce, che cammino consolante!

E poi, la speranza della Rivoluzione.

E ora eccomi qui: ricopre il glicine

le rosee superfici

d’un quartiere ch’è tomba d’ogni passione,

agiato e anonimo, caldo

al sole d’aprile che lo decompone.

Il mondo mi sfugge, ancora, non so dominarlo

più, mi sfugge, ah, un’altra volta è un altro...



Altre mode, altri idoli,

la massa, non il popolo, la massa

decisa a farsi corrompere

al mondo ora si affaccia,

e lo trasforma, a ogni schermo, a ogni video

si abbevera, orda pura che irrompe

con pura avidità, informe

desiderio di partecipare alla festa.

E s’assesta là dove il Nuovo Capitale vuole.

Muta il senso delle parole:

chi finora ha parlato, con speranza, resta

indietro, invecchiato.

Non serve, per ringiovanire, questo

offeso angosciarsi, questo disperato

arrendersi! Chi non parla, è dimenticato.



Tu che brutale ritorni,

non ringiovanito, ma addirittura rinato,

furia della natura, dolcissima,

mi stronchi uomo già stroncato

da una serie di miserabili giorni,

ti sporgi sopra i miei riaperti abissi,

profumi vergine sul mio eclissi,

antica sensualità, disgregata, pietà

spaurita, desiderio di morte...



Ho perduto le forze;

non so più il senso della razionalità;

decaduta si insabbia

- nella tua religiosa caducità –

la mia vita, disperata che abbia

solo ferocia il mondo, la mia anima rabbia.



Pier Paolo Pasolini Il glicine in La religione del mio tempo (1961), anche in Tutte le poesie, p.591.
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