Pasolini. Le ragioni della pietà, su «Vie Nuove»,n. 15, 15 aprile 1961.
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LE RAGIONI DELLA PIETÀ
Egregio Signore, in questo giorno di tanta gioia e di tanta commozione per il cuore di ogni cristiano, non posso fare a meno di farle conoscere tutta l'amarezza, tutto il dolore e, in un primo tempo, lo sdegno che un suo scritto suscitò nel mio animo.
Io non sono colta, non sono iscritta ad alcuna associazione. Sono una semplice donna, che vive la sua vita di lavoro, di preoccupazioni, di sofferenze; sempre serena, perché una grande fede dà forza al mio animo e mi dice che la nostra vita non finisce con la morte del corpo.
Qualche mese fa, Tortolano mi inviò della verdura in una pagina di giornale. Non leggo mai nulla, perché non ne ho il tempo, ma quel giorno posai gli occhi sugli ultimi versi di una sua poesia: «Vengano tra noi coloro a cui non è rimasta che la speranza di una lotta che dispera, non c’è più luce di Natale o di Pasqua. Tu sei la luce, ormai, dell’Italia vera».
Forse non avrò interpretato bene i suoi versi (e vorrei che fosse così), perché è tanto grande la pena che lei mi ha dato. Ho un figlio di 22 anni e penso quanto sarebbe grande il mio dolore se egli avesse i suoi sentimenti.
Proprio oggi mi sono ripetuta: il Natale e La Risurrezione del Manzoni, poesie studiate quando ero quasi una bambina. Ho pianto di gioia e di commozione, ringraziando il Signore, perché c’è ancora tanta gente che sente, tutta, la grandiosa potenza della luce di Natale e di Pasqua!
Fernanda Meoni Gelli – viale Monte Grappa 174, Prato (Firenze)

Ognuno ha una sua luce e, poiché questa luce è irrazionale, indistinta, mistica, senza limiti, cioè psicologici e storici, ognuno tende a darle una forma.
Per lei, la forma della sua luce sono Natale e Pasqua, in quanto feste cristiane; per me non lo sono più. Io ho molto più tempo di lei per pensare a queste cose: anzi, pensare a queste cose è il mio mestiere. Anch’io da ragazzo ho letto Il Natale e La Risurrezione del Manzoni, ma poi ci ho pensato e ripensato. Se le rileggo, non le trovo più uguali a allora. Non sono quella che Proust chiama intermittence de cœur. Il cattolicesimo del Manzoni è un fatto storico molto più complesso e profondo di quello che lei ingenuamente crede: esso è stato, non è. Ogni cosa si muove col muoversi della storia. Non esistono cose immobili: neanche le poesie sono immobili, esse che sembrano superbamente collocarsi al di là del tempo.
Per il Manzoni, il cattolicesimo era un’ideologia che, nel suo particolare momento storico, nella sua particolare psicologia, era un elemento di equilibrio; e, nella sua componente liberale, era anche progressivo. Ora, coloro che insegnano a scuola ad amare il cattolicesimo del Manzoni e il cattolicesimo tout court non sono in alcun modo degli illuminati: sono dei reazionari. La luce che essi propongono ai loro fedeli sotto forma di rito religioso (Natale, Pasqua ecc.) è una luce che serve ad accecare. Non c’è più una scintilla sola dello spirito di Cristo nei Natali dell’operazione-panettoni e nelle Pasque dell’operazione-colombe. Il monopolio e la Chiesa sono strettamente uniti. Ogni spirito religioso non può non sentirsi profondamente offeso e quindi non cercare altrove la sua luce.

Per me non c’è niente di più simile allo spirito evangelico dei morti di luglio e di tutti gli altri umili morti che hanno lottato per un più vero rapporto religioso tra gli uomini. Natale e Pasqua sono state antiche feste religiose pagane (la nascita del sole e l’avvento della primavera) piene di rozzo, mitico spirito religioso; si sono poi trasfuse nelle feste cristiane, portando la loro antica ingenuità nella nuova insegnata da Cristo. Ma dopo la Controriforma, e nell’attuale momento storico, non c’è niente di più prosaico, ipocrita, conformista dello spirito impresso dal clero a simili occasioni d’amore.
Qui le scrivo in modo molto elementare: il problema è infinitamente più complesso. Ma voglio essere intesa in modo elementare. Se poi lei volesse conoscere le mie più interne ragioni, legga il mio libro di versi che deve uscire entro la primavera e che si intitola appunto La religione del mio tempo, visto che il mio caso personale la interessa con tanta pietas. Ma lei intanto esamini e osservi bene questa sua pietas; forse, con un po’ di coraggio, potrà intravedere quanta viltà, quanta pigrizia e quanto narcisismo essa contiene, o almeno quanta retorica.
P.P. PASOLINI, Le ragioni della pietà, su «Vie Nuove»,n. 15, 15 aprile 1961, p.6.



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