Bozza di un ritratto di Pasolini. Intervista pubblicata nella rivista polacca «FILM», n.39, 1974.
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Claude Mauriac pubblica sulle pagine del Figaro Littéraire un frammento del suo libro inedito Le Temps immobile. Vi descrive un incontro fortuito a Venezia con Pier Paolo Pasolini, uno dei registi più celebri del cinema contemporaneo, autore di Edipo Re, Il Vangelo secondo Matteo e Decameron. Il pubblico dei cinema d’essai in Polonia potrà presto vedere uno dei suoi film più recenti, Mamma Roma.
Pasolini vuole parlare del suo nuovo lavoro, Mille e una notte.
Ci troviamo nel luogo forse più anonimo e privo di colore locale di Venezia: il ristorante Harry’s Bar. Con Pasolini è presente l’attrice Laura Betti. La stessa sera partiranno insieme per Roma.
«Gli ho chiesto di sposarmi. Ha rifiutato», racconta Laura ridendo. Pasolini resta impassibile. Lo osservo: appare profondamente diverso dalle persone sedute ai tavoli vicini.
«La poetica delle Mille e una notte si distingue da quella dei miei film precedenti», dice Pasolini. «È… erotica».
Intervengo. Dopo aver visto alcuni frammenti che mi sono stati mostrati, ho avuto l’impressione che, nonostante la grande audacia di molte scene, vi regni una sorta di atmosfera di innocenza, di purezza. L’amore vi appare nella sua bellezza quando si manifesta tra coloro che si amano.
Pasolini sorride.
«Forse perché io stesso sono ancora… troppo ingenuo?»
Laura Betti scoppia a ridere: «È pazzo! È straordinario!»

Pasolini, come parlando a se stesso, prosegue:
«Forse devo semplicemente liberarmi di certi freni. Quando ho girato Il Decameron sono andato a Napoli perché cercavo persone che conservassero ancora quel tipo fisico esistito secoli fa. Ma erano gusci vuoti. Dovevo costruire i personaggi: li avevo solo come materiali. Invece nell’Edipo Re ho incontrato persone che sembravano vivere ancora come mille anni fa. Non ho dovuto ricostruire nulla: bastava osservare, ascoltare. Erano le comparse naturali del film. Non avevano bisogno di trucco. Il Decameron tende quindi al documento. Ma la base comune dei miei film resta l’erotismo legato al destino.»
Ritiene di essersi espresso male in francese e si corregge:
«Destino… per gli Arabi il destino è un concetto mistico, mitico. Le Mille e una notte è un’eccezione nella letteratura erotica: ogni personaggio rappresenta una diversa anomalia del destino. E solo alla fine ogni individuo riconosce la propria legge comune…»
Gli chiedo dei cineasti che lo hanno influenzato.
«Nei miei film c’è il comico, in parte Chaplin, e la visione epica di Mizoguchi. Ma oltre a Chaplin e Mizoguchi ammiro molti registi. Prima di tutto Jacques Tati: lo venero. È per me uno dei più grandi. E anche Bergman. Ma non ha avuto alcuna influenza su di me. Vivo in un mondo completamente diverso.»
Indossa jeans sbiaditi, una camicia sportiva azzurra, occhiali scuri. E continua a trasmettere un senso costante di alterità, di distanza dagli altri. Parla senza affettazione, con semplicità.
Gli confesso di essere rimasto deluso da La dolce vita. Splendide immagini, ma personaggi vuoti.
Pasolini non è sorpreso.

«È proprio questo, in fondo, ciò che quel film ha mostrato di me dieci anni fa. Fellini crea magnifici ritratti di esseri umani di secondo o terzo ordine, privi di valore, fatti di materia artificiale. Roma è il suo capolavoro. È una Roma bellissima.»
Gli chiedo se, oltre a essere regista, si considera soprattutto uno scrittore. Parliamo quindi di letteratura, di romanzi, di poesia.
«Per ora non ho molto da dire. Forse tra quattro o cinque anni. Poesia, no: ciò che devo dire lo esprimo attraverso i personaggi dei miei film. Ora mi interessa soprattutto il teatro. Ho già scritto sei opere, in versi.»
Laura Betti interviene: «È stato un grande successo, enorme. Ma solo per me. In quel periodo lui stava lavorando a Medea e non si possono fare due cose insieme.»
Gli chiedo se continua a scrivere nel dialetto romano.
«Nelle mie opere teatrali uso la lingua letteraria.»
Parla dei suoi maestri: «Rimbaud, soprattutto. Poi Carlo Emilio Gadda. E Attilio Bertolucci, il più grande poeta italiano contemporaneo insieme a Sandro Penna. E posso dire anche chi non amo: tra gli italiani Pavese, tra i francesi Céline.»
Infine, sul rapporto con la critica:
«Sono insieme esaltato e distrutto. Ieri, qui a Venezia, ho incontrato il pubblico. Sempre le stesse domande idiote: la richiesta che i miei film siano più razionali, più impegnati politicamente. Non appartengo al Partito comunista, ma mi sento vicino ad esso. Accusano la borghesia italiana di essere rimasta identica al 1868, come figure di un museo delle cere. Non capiscono nulla, non leggono, non sanno. La borghesia italiana è la peggiore d’Europa.»
E conclude:
«Quando preparo un nuovo film penso al pubblico francese, alla critica francese. Purtroppo alla critica italiana manca ogni nobiltà.»
P.P. PASOLINI, Bozza di un ritratto di Pasolini, intervista pubblicata nella rivista polacca «FILM», n.39, 29 settembre 1974, p.11. Traduzione Silvia Martín Gutiérrez.



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