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Cultura borghese – cultura marxista – cultura popolare. Un testo di Pier Paolo Pasolini su «Tempo», 12 aprile 1974.

  • Immagine del redattore: Città Pasolini
    Città Pasolini
  • 4 ore fa
  • Tempo di lettura: 7 min
 Pier Paolo Pasolini nella Torre di Chia, Viterbo, 1974 © Gideon Bachmann/CINEMAZERO/Tutti i diritti riservati
Pier Paolo Pasolini nella Torre di Chia, Viterbo, 1974 © Gideon Bachmann/CINEMAZERO/Tutti i diritti riservati

Ci sono degli intellettuali che non conoscono il significato dell’espressione «cultura popolare»; o non la distinguono dalla «cultura» storica, quella della classe dominante, oppure danno alla qualifica «popolare» la connotazione tipica della stampa comunista, che vuol dire tutt’altra cosa e che non viene mai comunque legata alla parola «cultura» (se non in qualche particolare contesto).

Non c’è da meravigliarsi che questi nostri intellettuali non conoscano De Martino, né i testi scientifici di etnologia. Tutta la loro foga conoscitiva pare esaurirsi nelle poche letture letterarie e giornalistiche d’obbligo. Linguistica ed etnologia sono accuratamente ignorate. Ma Lévi-Strauss? Ma lo strutturalismo? Non sono stati d’obbligo? Evidentemente se ne è parlato, ma non sono stati letti.


Certamente Valerio Riva non li ha letti. Egli è completamente all’oscuro di cosa significhi «cultura popolare». Come discutere con lui? Se io parlo di «culture (popolari) particolaristiche, eccentriche, regionali» che vengono distrutte e omologate dalla cultura del Centro, che cosa passa nella testa di Valerio Riva?


Nella fattispecie ho detto, in sintesi, questo: il centralismo fascista non è riuscito a nessuna specie di «acculturazione» se non perfettamente formale (cerimonie, divise, motti, canti, adunate, saggi ginnici), dovuta all’imposizione di un «modello culturale» a sua volta perfettamente formale. Le varie «culture popolari», in senso demartiniano e diciamo pure strutturalistico, sono rimaste intatte: i modelli umani che esse avevano elaborato da secoli (proprio secondo le norme che regolano i «canti popolari», in cui le invenzioni non sono evolutive) venivano realizzati perfettamente da chi li viveva, come se, in questo senso, il fascismo non fosse che puro flatus vocis.


Le centinaia di migliaia di giovani proletari e sottoproletari che il fascismo ha mandato a morire nei vari fronti della sua guerra erano identici a quelli già sepolti a Redipuglia.


Oggi le cose sono sostanzialmente cambiate: la cultura del Centro sta distruggendo giorno per giorno, a vista d’occhio, le culture eccentriche. Essa ha a sua disposizione mezzi di informazione e di imposizione dei propri modelli come mai nessun potere precedente al mondo. Inoltre essa, anziché eroismo, richiede alle «masse» una pura e semplice disposizione all’edonismo: la felicità (in parte realizzabile) del consumo (superfluo). Eccetera. È un bene? È un male?


A persone perfettamente ciniche per infantilismo, come Valerio Riva, che per vivere tranquillamente e dalla parte giusta non trovano altra soluzione che l’ottimismo dei più fatui sociologi, o quello di Amendola (di ben altre dimensioni e origini), ciò che si presenta come novità e movimento in avanti viene accettato acriticamente. Bisogna inserirvisi. Secondo la tradizione illuministica del borghese avanzato, che convenzionalizza immediatamente, sotto il segno di vecchi schemi sociali, il suo nuovo modo di essere.


È del resto abbastanza commovente — per quanto riguarda questa polemica — vedere un uomo perdere letteralmente la testa soltanto perché viene messo in discussione uno dei capisaldi su cui si fonda la sua certezza di essere dalla parte giusta una volta per sempre: l’antifascismo. Sconvolto da un dubbio che egli non può accettare e non può non condannare con la tipica e ridicola indignazione di chi «si scandalizza», egli è corso addirittura in Friuli (luogo cui egli erroneamente supponeva si riferissero in modo particolare i miei rimpianti), per andare a scoprire i danni, naturalmente atroci, che il fascismo vi aveva perpetrato.


Non so in che giro, nel viaggetto in quel di Udine, il nostro Riva si sia inserito. A me, che conosco il Friuli come il luogo primo della vita, e il «mistero della sua realtà» mi è chiaro per diritto d’origine, il giro dell’inchiesta di Riva è sembrato molto ridicolo. Ma ciò che è più ridicolo è la conferma che egli è andato a cercarvi: che il fascismo, cioè, è stata una dittatura criminale, che ha distrutto ogni diritto civile, comprese le antiche libertà locali.


Non lo si sapeva. A parte il fatto che io conosco il Friuli da sempre — a parte cioè il mio lungo poema familiare — io ci sono vissuto, in Friuli, dal ’42 al ’49, e ho visto coi miei occhi che, malgrado la distruzione di ogni libertà locale, malgrado l’imposizione brutale di gesti e gesticolamenti, di culti di modelli «centralistici», il Friuli, nella sua gente, è rimasto perfettamente intatto: le vecchie erano identiche alla mia bisnonna e a mia nonna, le donne a mia madre, i ragazzi riproducevano perfettamente i padri, nel rigore morale e nell’obbedienza, nello spirito e nella lingua.


Quando è scoppiata la guerra, i miei amici più grandi sono partiti come al macello. Ho ancora nelle orecchie il canto della Divisione Julia, che non cessa di darmi una commozione sorda e furente. In quegli anni io ho scritto i miei primi versi in dialetto friulano. Sono usciti nel ’42. Gianfranco Contini ne aveva scritto una recensione per «Primato» (rivista della sinistra fascista); ma la sua recensione era stata rifiutata, perché il fascismo, appunto, non riconosceva né ammetteva le realtà regionali e i loro dialetti. Contini ha dovuto pubblicare la sua recensione in un giornale svizzero.


Che grandi novità Riva è andato a scoprire in Friuli!


Inoltre io ho vissuto in Friuli tutto il periodo del «Litorale Adriatico» e della Resistenza. E quindi ho visto tutto il naturale antifascismo del Friuli, come stato d’animo di una «cultura popolare» che si era mantenuta perfettamente estranea al potere centrale (pur dandogli tuttavia, bisogna dirlo, la sua adesione formale, passiva e rassegnata).


Vorrei precisare a questo punto, peraltro, che io, nei miei articoli qui pubblicati, specie quello su Sandro Penna cui si riferisce Riva, non parlavo affatto del Friuli: gli accenni paesaggistici sono chiaramente attinenti al mondo centro-italiano di Penna e alla periferia di Roma. Tanto per mettere in chiaro la rozzezza (cinica?) di questo Riva.


E veniamo al punto. Di fronte al presente, cioè alla civiltà dei consumi e alla sua reale violenza dittatoriale, che distrugge in concreto ogni libertà (proprio mentre mette in pratica, e realmente, una morale tollerante), omologando una civiltà così profondamente differenziata com’è la civiltà italiana e quindi imponendo un modello umano irreale (alienante) al posto dei molti modelli umani reali, tutto questo ha causato in me un trauma violento (anche perché i mutamenti storici, trasformando hic et nunc la gente, mi riguardano personalmente e addirittura fisicamente — a differenza dei Riva e degli altri suoi simili, il cui piccolo clan umano, fatto di rapporti fissi e tutti borghesi, è immutabile).


Tale trauma mi ha spinto, insieme, a una specie di «destra», costituita da nient’altro che da un rimpianto personale di com’era il mondo prima dello «sviluppo» (è un caso che tale mondo io l’abbia conosciuto nascendo sotto il fascismo); e, contemporaneamente, mi ha spinto verso una «sinistra» estrema, e non magari estremistica (gli estremisti hanno verso la «cultura» un atteggiamento di disprezzo piccolo-borghese, che li accomuna da una parte ai fascisti e dall’altra ai giornalisti sostanzialmente qualunquisti come appunto Riva).


Una «sinistra» dalla quale vedo la possibilità di un’alternativa al «compromesso storico», in quanto probabilmente un arresto dello sviluppo o addirittura una recessione porrà come primo problema quello di strappare la piazza ai vecchi fascisti assassini (a Reggio Calabria, a Napoli e poi forse dappertutto); mentre vanificherà il senso di una collaborazione coi partiti al potere e coi responsabili di quello che è stato lo «sviluppo», se tale collaborazione era giustificabile solo nel caso che tale «sviluppo» fosse stato l’unico corso possibile della storia, il nostro reale futuro.


Allora sì sarebbe stato perfettamente giusto che i comunisti cercassero di «salvare il salvabile», intervenendo sugli investimenti, sui profitti, sulla produzione e correggendo col vecchio umanesimo marxista l’aberrazione tecnologica (non dico, si badi bene, scientifica).


È stato Scelba a definire la cultura «culturame». Ma Scelba non apparteneva a una qualche cultura (che ovviamente ai suoi occhi non poteva apparire «culturame»)? Sì, è così: Scelba apparteneva alla cultura borghese italiana istituita, la cultura adottata dal potere, dalle sue scuole, dall’opinione pubblica, ecc. La cultura del latino di Don Abbondio e dell’umanesimo di Azzeccagarbugli (la cultura che, in conclusione, ha espresso il fascismo).


Agli occhi di tale cultura, la cultura avanzata — quella dei grandi letterati, la cui ideologia fosse magari conservatrice — e specialmente quella dei grandi intellettuali rivoluzionari, non può che apparire «culturame». Si tratta infatti di una cultura scandalosa, perché ambigua: essa è borghese, ma contraddice la borghesia (nei grandi conservatori, rivoluzionari solo stilisticamente) e addirittura mira a distruggere la borghesia nei grandi intellettuali rivoluzionari (Marx, Engels, Lenin, Gramsci…).


Quando un intellettuale come me parla di «cultura», intende parlare di questa cultura: della cultura che Scelba ha definito «culturame». Mentre quando parla di «cultura popolare» si riferisce scientificamente agli etnologi come De Martino o ai sociologi più avanzati (e non neutrali).


Il nostro Riva (per tornare a lui) ha trovato che in qualche luogo del Friuli c’è stato prima del fascismo un esperimento di tipo comunista, che poi naturalmente il fascismo ha distrutto. Per Riva quell’esperimento è stato un caso di «cultura popolare». E il fatto che il fascismo abbia cancellato dalla faccia della terra tale esperimento sta a dimostrare (contro la mia tesi!) che il fascismo era in realtà distruttore di forme di «culture popolari».


Ma quella non era «cultura popolare»: era «cultura borghese marxista». Era la cultura di Marx, di Engels, di Lenin, di Gramsci. Quella che voleva strappare il mondo contadino arcaico e misero (com’era in Friuli al principio del secolo) al suo fato. Essa poteva e può essere immaginosamente (e non scientificamente) chiamata «popolare» dal momento che c’è stata una presa di coscienza e un’accettazione da parte del «popolo».


Il fascismo ha cancellato di forza dalla faccia della terra l’esperimento di carattere borghese-marxista. Ma non ha potuto far niente contro la reale «cultura popolare» friulana, sul cui contesto quell’esperimento era stato fatto. Stalin, del resto, ha imposto una cultura borghese-marxista all’immenso mondo popolare della Russia contadina. Ne è nato un mostruoso connubio, da cui si è originato, secondo antichi modelli popolari, il «culto della personalità».


Del resto è ridicolo cercare nuove prove contro l’abiezione fascista. Tutti i più nefandi particolari non sono nulla in confronto al fenomeno nella sua totalità. Quando, per esempio, nella sua versione nazista il fascismo ha distrutto nei Lager sei milioni di ebrei, il fatto che ci sia stata una repressione in Friuli diventa irrisorio.


Ma questo è il punto: anche del fascismo e del nazismo peggiori, quelli dei genocidi e della più spaventosa negazione di ogni libertà, va ormai pronunciata una condanna storica che non implichi la gratificazione di un antifascismo fatto per tranquillizzare le coscienze e dare patenti di progressismo e intransigenza democratica.


Basta — come dice Pannella (che ho più volte citato nei miei scritti, senza che i miei avversari si degnassero di prenderne atto) — basta con il «tetro esercito della salvezza» che è diventato il vecchio antifascismo. I radicali, i migliori dei gruppi estremisti, «il manifesto», in questo hanno perfettamente ragione: i veri fascisti sono coloro che detengono oggi il potere e che hanno fatto tanto male alla società italiana, dalla ricostruzione in poi, da far impallidire il ricordo del «tedesco lurco e del fascista abbietto» (Saba).


P.P. PASOLINI, Cultura borghese – cultura marxista – cultura popolare, su «Tempo», 12 aprile 1974.

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