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Il film di Pasolini nella capitale francese. Caos a Parigi per il "Vangelo", intervista pubblicata per la prima volta sul «Nouvel Observateur», poi M.A. MACCIOCCHI, su «L'Unità», marzo 1965.

  • Immagine del redattore: Città Pasolini
    Città Pasolini
  • 29 mag
  • Tempo di lettura: 4 min

Aggiornamento: 1 giu

Pier Paolo Pasolini in una libreria di Parigi, dicembre 1961 © Giancarlo Botti/Gamma-Rapho/Tutti i diritti riservati.jpeg
Pier Paolo Pasolini in una libreria di Parigi, dicembre 1961 © Giancarlo Botti/Gamma-Rapho/Tutti i diritti riservati

Dal nostro inviato


PARIGI, 5 — «Strana città», ha detto Pasolini, lasciando Parigi, dopo trentasei ore di soggiorno, per la prima del Vangelo secondo Matteo al cinema Avenue. «Chissà quando, e per quali ragioni, vi tornerò».


Parigi è apparsa al regista ancora una volta una città straniera, non intelligibile, chiusa in un duro nocciolo di umori, di gusti e di irrazionalità. L’opposto di Londra, che ha, secondo Pasolini, le proporzioni di una capitale universale, profondamente libera e anticonformista, che accorda spazio e sobrio rispetto a tutti, tanto a quelli che si aggirano nelle strade abbigliati in favolosi costumi indifferenti, quanto agli artisti e alle opere.


«Avrei bisogno, per comprendere, di vivere a Parigi un mese o due, e forse lo farò quando ne troverò il tempo», afferma Pasolini.


Il Vangelo è stato accolto da una messe di articoli. «Ma è un caos critico», afferma il regista commentando le recensioni comparse sui giornali. «E la violenza è altrettanto grande, sia nel dire bene che nel dire male del film. La confusione mi sembra totale. Mancano punti di riferimento critico da parte loro e, di conseguenza, mi sento anch’io preso nel turbine e incapace di seguirli e di capirli».


Alcuni di questi giudizi Pasolini ha esposto in una bella…intervista accordata al Nouvel Observateur e che il settimanale ha riprodotto, facendola precedere, con dubbio gusto, da un attacco che solo Freud potrebbe spiegare, contro il film e il suo autore, scritto dal critico cinematografico del periodico Cournot.


«Il film è una patacca — scrive Cournot —. Vi ho trovato, vedendolo, l’unto delle sottane e l’obliquità degli sguardi dei confessori dalla voce turbata, che da ragazzo mi davano, nell’ombra del confessionale, appuntamenti ai quali mi guardavo bene dall’andare. Esso è pieno di tutto quello che odio: la confusione, l’irresponsabilità, le scimmiottature, il manierismo, l’andatura danzante e sculettante, la civetteria ingiustificata, le leziosaggini superflue».


«Il film è fatto di una grande e severa probità», afferma, piazzandosi su posizioni opposte, il critico dell’Aurore. E mentre Cournot gridava allo scandalo perché «ottocento preti sono andati ad applaudirlo», per Combat, all’inverso, l’opera non ha nulla a che vedere con il rigore del Vangelo, «e si impegna in senso laico, come ha voluto il suo autore».


«Quello che Pasolini ha voluto mettere in scena è il fascino che prova il popolo davanti al cristianesimo — continua Combat —, reazione che non nasconde la sua natura pagana, e che solo i padri progressisti della Chiesa hanno interpretato come una mano tesa dagli atei verso i credenti. Ma il mistero che Pasolini ci ammannisce è appena degno di una favola del Medioevo, dispensata ad un popolaccio illetterato».


È proprio su questo giudizio che entra in conflitto il critico di France Soir, scrivendo: «La prima parte di questo film è di una vera grandezza. Questo Dio, questi santi ci sono presentati come fratelli, compagni di tutti i giorni. Lo spettatore si lascia prendere dal sortilegio e vincere da una vera emozione».


E veniamo al «marxismo del Cristo». Esso non esiste per L’Aurore. «Si dice di Pasolini che egli abbia interpretato il Cristo con spirito marxista. Se impietosirsi sui poveri, se reclamare più giustizia sociale, se rifiutare l’oppressione dello invasore denota uno spirito marxista, allora quale uomo di buona volontà non lo è?»



Ma ecco, sul Figaro, l’altra faccia della medaglia. Il Cristo è marxista, non vi è dubbio alcuno. «Pasolini, le cui concezioni politiche non sono un mistero per nessuno, trasforma le parole del Cristo in discorsi da comizio, con perfide sfumature di tono. Non è più il Vangelo secondo San Matteo, è il Vangelo secondo Carlo Marx».


A questa ansimante altalena di contrapposti giudizi sfugge forse soltanto Le Monde, la cui critica riesce a cogliere alcune componenti vere del film. «Pasolini ha respinto in lui lo storico, il critico, il filosofo, forse il miscredente, per non lasciare posto che al testimone. Testimone privilegiato che vuole attestare insieme della realtà e del mito, dell’avventura vera e di quella che essa è diventata attraverso i secoli. Ma il testimone è freddo, come il Cristo, e il film lascia l’impressione di un’opera glaciale».


Ho avuto la sensazione, salutando Pasolini in partenza, che il Vangelo sia già alle sue spalle, un’esperienza conclusa. Tuttavia il carattere tragico del racconto di Matteo, e il tono di «tragedia greca che alcuni cristiani rimproverano al film», continuano invece a stringere dappresso Pasolini, e a dominarlo, più di quello che egli non creda.


Non a caso il suo prossimo film sarà forse l’Orestiade, come egli mi dice. Ma i progetti sono anche altri. Pasolini, da anni, va preparando un film sull’Africa, capace di afferrare la realtà che è di due terzi dell’umanità, quella che Sartre ha compreso: la rivolta e l’avvento sulla scena della storia del Terzo mondo, che condiziona il progresso e il futuro stesso dell’umanità. Il progetto si imbatte ancora contro difficoltà finanziarie quasi insormontabili.


Pasolini prepara inoltre, in questi giorni, la storia di un suicidio da includere in un film a episodi prodotto da Ponti. Il regista, per essa, si è ispirato a un fatto di cronaca avvenuto ad Amsterdam: un professore si impicca dopo essersi travestito da donna. La macabra mascherata vuole rappresentare il gesto di sfida finale contro una intera vita spesa nel conformismo.


P.P. PASOLINI, Il film di Pasolini nella capitale francese. Caos critico a Parigi per il "Vangelo". «Una citta che mi e ostile», dice il regista, intervista pubblicata su per la prima volta sul «Nouvel Observateur», poi M.A. MACCIOCCHI su «L'unità», 6 marzo 1965, p.9.

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