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"Pasolini all'inferno". Un'intervista del febbraio 1965 sul settimanale "Tempo".

"Nella mia vita - dice lo scrittore in questo incontro - non ho commesso niente di cui debba pentirmi". Lucido e intelligente, Pasolini, che sta attraversando una crisi profonda, parla di sè, della società contemporanea e della sua nuova opera, un "Inferno" popolato da peccatori del nostro tempo.




È pallido, tetro, con gli zigomi che spuntano dalla pelle tirata, gli occhi incavati, mobilissimi e febbrili, la faccia segnata da solchi profondi. Compìto e attento, Pier Paolo Pasolini risponde alle domande con la quieta gentilezza di un primo della classe sicuro di sè. Ha un'aria stanca, annoiata. È a Milano da più di una settimana: ha tenuto conferenze alle vecchie signore sui problemi della lingua; ha parlato del suo film Il Vangelo secondo Matteo, nei circoli di democrazia laica e in un dibattito organizzato dai gesuiti; ha discusso di letteratura alla comunista casa della cultura. Ha frequentato i salotti borghesi e quelli dei grandi industriali con le case gremite di credenze quattrocentesche e di quadri di bacon; è stato il vero protagonista alla serata-happening - il teatro che si fa da sè - nello studio di un pittore: gli altri invitati - era di rigore per tutti un peplo di tela bianca senza tasche - cucinavano spaghetti, bruciavano incenso, discorrevano di Trotski e della rivoluzione.


E in tutti questi posti, salotti, teatri, studi, lo scrittore è sempre comparso al centro di una breve processione: l'apriva facondo e grasso, con la testa a uovo, tutto chiuso in un cappottone giallo, il poeta Leonetti che nel Vangelo fa la parte di Erode, intimidito dagli sguardi, con il suo viso di statua gotica di legno che si accorda male al corpo piccolino e fragile; chiudeva la fila, quasi nascosto dietro le spalle dei due scrittori, un giovane delle borgate romane - attore anche lui del Vangelo nella parte di un pastorello - ricciuto, imbarazzato, gli occhi ridenti e forse ironici.


Siamo ora nella hall di un grande albergo: nel salone accanto hanno appena installato le passerelle per una sfilata di moda; i lifts vanno e vengono tra e poltrone e i divani, vestiti di celeste, con i berrettini tondi e bassi; si sentono i rumori dei tram che corrono verso la Scala, e che giungono fin quei smorzati dai tappeti soffici. Pasolini siede in un angolo, proprio sotto a una grande lampada: ha la sua solita, faccia tirata, colma di un'angoscia che dà angoscia e che fa sentire in colpa chi è allegro, in pace col mondo. Il discorso va avanti lento, faticoso, impacciato. Pasolini è di legno anche lui come la sua testa gotica: no fa concessioni, forse ha finalmente imparato a difendersi.


- "In questi anni - gli dico - oltre che poeta, scrittore e regista, lei è stato protagonista della cronaca nera. Ed è stato al centro di vere e proprie persecuzioni ideologiche e provate. Ma non ha aggravato la sua spiacevole situazione compiacendosene, esibendosi, insomma".


- " No, no - risponde seccamente lo scrittore, ma con una sfumatura di voce che mi sembra accorata; - io non sono responsabile del mio inconscio. Ma per quanto riguarda la mia coscienza dovrei dire che non è vero: in questi anni ho avuto, sempre e soltanto, una disperata volontà di stare tranquillo e in pace. Non ho commesso niente di cui debba pentirmi, non mi sono esibito".


Gli amici di Pasolini lo descrivono come un uomo generoso, affabile e gentile, che per uscire dal suo cliché ha bisogno di quiete, di abbandono. Oros si è un poco sciolto, anche se la mia domanda ha acutizzato i non piacevoli ricordi di questi anni. Gli tremano le labbra, ma il suo viso ha perso la fissità di poco fa, Poesia in forma di rosa, del resto scotta e fa male come un ferro rovente.


- "Come spiega - gli domando adesso - queste persecuzioni di cui è rimasto vittima; gli insulti, le manovre, gli oltraggi che ha suscitato sul suo cammino?".


- "Con il moralismo e il qualunquismo. Sono le mie scelte estreme che non mi si perdonano; il mio comunismo di uomo libero, non iscritto la partito; la mia vita privata senza ipocrisie".


- "Come mai - gli dico ora - lei che si dichiara marxista e che della società dà naturalmente un giudizio di classe, frequenta, mi pare con piacere, i salotti della borghesia capitalistica?".


- "Mah - risponde Pasolini - non so mai dire di no quando mi invitano".


Lo osservo, la sua faccia è ancora composta e dura, ma credo di capire che quella dello scrittore è solo una maschera di durezza, più apparente che reale, e che la sua guardi è troppo aperta, piane di invisibili "talloni" fragili. E mi viene in mente una nota del Cavallo di Caligola, il romanzo-diario di Soldini: "Sceso dalla provincia nella città più ambigua del mondo, Pasolini è finito in mezzo a gente che, un po' per paura della sua intelligenza e un po' per innata malvagità, finirà per mettergli in mano un coltello facendogli credere di essere l'erede di Villon.


Ma ecco, Pasolini ci ha ripensato e rimedia subito alla sua ingenuità.


- "Sa - dice - io sto scrivendo una specie di "Inferno" dantesco gremito dei personaggi che hanno animato la vita italiana dalla fine della guerra ad ora. Per questa opera vorrei conoscere tutti gli ambienti: non posso rifiutare niente, il più delle volte, dunque: ho bisogno di vedere ricchi e poveri nelle loro case. Ci saranno tutti nel mio "Inferno"".


Pasolini: uno scrittore inquieto, qualche volta contraddittorio, lucido, sul filo della bravura; un fenomeno poetico e culturale del nostro secolo. Ma a parlargli insieme dà solo un'impressione, netta: quella di trovarsi di fronte a un uomo in crisi, una crisi profonda, politica, morale, religiosa.


La realtà lo colloca sempre in una posizione imbarazzante: i comunisti lo giudicano un loro uomo; i cattolici, nello stesso tempo, lo portano alle stelle: hanno premiato due volte il suo film, a Venezia ed ad Assisi, anche se distinguono di continuo tra l'opera e l'autore per evitare le domande imbarazzanti della loro "base" parrocchiale.


Il Vangelo secondo Matteo - ha detto il critico cinematografico Morando Morandini durante il dibattito al milanese Circolo Turati - è nella sostanza, un film laico, rivolto più all'umanità che alla divinità di Cristo. Gli manca una vera e propria dimensione sopranaturale. E ancora:


- "È però il film di un poeta nei momenti in cui ha trovato l'occasione di far coincidere il testo con l'autobiografia, la passione con l'ideologia e di dare al Cristo tutta la sua ingenuità e tutto il suo sangue".


Migliaia di persone, alla fine di dicembre, hanno gremito le navate della Cattedrale di Notre-Dame a Parigi dando vita a un vivacissimo dibattito sul film che per due anni non riuscì ad ottenere un soldo di finanziamento e che ora si è rivelato anche un ottimo affare commerciale. Pasolini non ha ancora deciso se continuerà a fare il regista cinematografico. È bella sua natura, del resto. Non era una sfida, la sua? Sta lavorando invece a una raccolta di racconti Il rio della grana e a un altro volume che dovrebbe chiamarsi Bestemmia, oltre, naturalmente all'opera che più gli sta a cuore, L'Inferno, che dovrebbe descrivere, ma senza cattiveria, i vizi del mondo di oggi. Secondo le premesse dell'autore, in questo Inferno dell'età neocapitalistica ritroveremo un po' tutti i peccatori: i conformisti, i volgari, i cinici, i deboli, gli ambigui e i paurosi, gli incontinenti, i benpensanti, Soldati, Piovene, le sacerdotesse dei salotti letterari, i critici venduti che hanno militato sotto tutte le bandiere e se ne sono dimenticati.


E lui, Pasolini, dove sarà? Si salverà in qualche limbo?


La sua vita a Roma è schematica, piena di attese e di lavoro. Si alza presto, lavora fino alle due - abita all'EUR, in un quartiere fra il Tevere e il mare - nel pomeriggio fa lunghe passeggiate, la serva va a pranzo con gli amici, Moravia, la Morante, Bertolucci.


Vive con la madre, la donna mite e accorata che nel Vangelo fa la parte della Madonna. Suo padre, ufficiale di carriera, morì nel 1959.


- "Quando sono nato, a Bologna, nel 1922 - dice Pasolini - era tenente de fanteria: apparteneva a un'antica famiglia di Ravenna, e aveva sperperato tutto il patrimonio. Passionale, sensuale, violento di carattere: ed era finito in Libia, senza un soldo; così aveva cominciato la carriera militare, da cui sarebbe poi stato deformato e represso fino al conformismo più definitivo. Aveva puntato tutto su di me, sulla mia carriera letteraria, fin da quando ero piccolo, dato che ho scritto le prime poesie a sette anni: aveva intuito, pover'uomo, ma non aveva previsto, con le soddisfazioni, le umiliazioni. Nel 1942 uscì il mio primo libretto di versi, in friulano, Poesie a Casarsa, e mio padre lo ricevette nel Kenia. dove era prigionero. Il volume era dedicato a lui. Quando tornò ero proprio a Casarsa, sfollato con mia madre. Mio fratello Guido era morto in guerra, partigiano. Mia madre e io eravamo mezzo distrutti dal dolore. Mio padre vide uscire i miei libretti, seguì i miei primi piccoli successi critici, mi vide laureato in lettere: e intanto mi capiva sempre meno. Poi ci trasferimmo a Roma, trovai un posto d'insegnante in una scuola privata di Ciampino, per venticinquemila lire al mese. Furono anni di lavoro accanito, di pura lotta: e mio padre era sempre là, in attesa, solo nella povera cucinetta, coi gomiti sul tavolo e la faccia contro i pugni, immobile, dolorante; riempiva lo spazio del piccolo vano con la grandezza che hanno sempre i corpi morti".


Pasolini è sempre sulla sua poltrona, sotto la luce della lampada che lo fa sembrare ancora più magro, essenziale come un fascio di linee o di muscoli tesi. Sembra un animale continuamente intento a leccarsi le ferite.


Ora parla di letteratura:


- "In Italia - dice- c'è una situazione di caos, un vuoto culturale"


Che lui, scrittore borghese, cerca di colmare con le idee di Gramsci; le avanguardie le giudica "di una vità almeno apparente".


-"Lo scrittore - dice ancora Pasolini - per conoscere la realtà deve farsi anche scienziato".


- "Che cosa vuol dire?" - gli domando.


Pasolini mi osserva con gravità con severità, come un professore agli esami.


- "Deve, naturalmente, diventare uno "scienzato" nel campo della sua attività e delle sue competenze, moccuparsi con accanimento dei problemi ideologici, dei problemi linguistici".


- "Ma tutte queste polemiche sulla letteratura, sulla lingua, sul nuovo e il vecchio - gli dico - non sono un po' degli alibi per scrittori che non sanno abbandonarsi o non hanno più niente da dire e si perdono in disquisizioni puramente accademiche? l'uomo è sempre l'uomo insomma".


- "Oh no - replica Pasolini - Occuparsi di queste cose per uno scrittore è un dovere e un presupposto essenziale dell'attività creativa: si tratta di conoscere meglio l'uomo, in questo modo, e una nuova cultura riedifica l'uomo. Non c'è stato problema italiano che Dante e Petrarca, ad esempio, non abbiano trattato e discusso".


Pasolini è scrittore colto e scrittore del popolo: al "Quarticciolo" e nelle altre borgate romane hanno letto in molti i suoi libri e in molti hanno visto i suoi film: si son visti rappresentati nelle disperate storie della Roma plebea e sottoproletaria raccontate dai romanzi Ragazzi di vita e Una vita violenta e dai film Accattone e Mamma Roma, e hanno semplicemente commentato: "È tutto vero".


A ricordarglielo, Pasolini sorride, per la prima volta. Come un ragazzo. Ha un grande bisogno di lealtà e di chiarezza: ora è disteso, libero. E mi vengono in mente le parole di una sua piccola autobiografia scritta qualche anno fa: "Amo la vita così ferocemente, così disperatamente che non me ne può venire bene: dico i dati fisici della vita, il sole, l'erba, la giovinezza: è un vizio molto più tremendo di quello della cocaina, non mi costa nulla e ce n'è in abbondanza sconfinata, senza limiti: e io divoro, divoro... Come andrà a finire, non lo so".


Corrado Stajano. "Pasolini all'Inferno" su "Tempo", A. XXVII, Milano 3 febbraio 1965, pp.28-30
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