Pasolini ci parla del suo nuovo romanzo "Il rio della grana". Intervista di G.FERRETTI, su «L'Unità» 1959.
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Incontro a Milano col giovane scrittore Pasolini. Parla del suo nuovo romanzo «Il rio della grana»: rappresenterà il dramma morale di un ragazzo meridionale, nutrito di superstizione, che arriva in una borgata romana.
(Nostro servizio particolare)
MILANO, 2 novembre.
Conoscere Pasolini a Milano significa incontrare un artista fuori del suo ambiente naturale, in una città e in un «clima» che non potrebbero essere più diversi da quello che impregna con tanta densità le sue pagine. Dopo aver tenuto una conferenza a Modena, Pasolini è venuto qua per collaborare alla sceneggiatura di un film sui «ragazzi di vita» milanesi. In Emilia e a Milano ha molti amici, ed anche qui in redazione ha trovato molte mani da stringere. Poi è uscito con me e abbiamo chiacchierato a lungo.
Di Roma, anzitutto, di quello che la «stupenda e misera città» (come lui la chiama nel Pianto della scavatrice) rappresenta per lui. Parliamo del successo di Una vita violenta e del «nuovo» che la critica letteraria più avanzata vi ha trovato rispetto a Ragazzi di vita. Gli dico che anche a mio parere questi ultimi anni hanno segnato una importante maturazione ideale e artistica per lui.
Se andiamo a rileggere un articolo di Pasolini pubblicato da Officina nel 1957, vi troviamo la crisi di un intellettuale ancora incapace di «scegliere» ideologicamente e di rompere del tutto con la sua origine borghese per aderire al marxismo; e insieme la dolorosa consapevolezza di non possedere ideologicamente la realtà e di sentirsi «escluso dall’azione». In una recente risposta a Nuovi Argomenti, invece, Pasolini parla del «realismo socialista» come «l’unica possibile ipotesi di lavoro» perché «il socialismo è l’unico metodo di conoscenza che consenta di porsi in un rapporto oggettivo e razionale col mondo». Un atteggiamento, questo, a cui si ricollega la lucida individuazione di problemi che dà forza a certi epigrammi, la prospettiva aperta da Una vita violenta, e così via.
«È vero — mi risponde — ma bisogna vedere questo passaggio non nel senso cronologico, ma nel senso ideale all’interno delle mie opere. Ad esempio, Una vita violenta era già organizzata nella mia mente, e in parte scritta, nel 1955. I momenti di quella maturazione sono perciò da vedersi come aspetti di uno stesso atteggiamento, che si manifesta in questa o in quella sede, in un modo o nell’altro. Non c’è dubbio, tuttavia, che dopo il XX Congresso del PCUS io mi sono sentito sempre meno dubbioso, sempre più sicuro, sereno e deciso sul piano ideologico».
Il «Ventesimo», del resto, rappresenta un punto di riferimento anche per il lavoro letterario di Pasolini.
«Una vita violenta — dice infatti — si svolge idealmente prima dei fatti d’Ungheria, del XX Congresso del PCUS ecc., mentre con Il rio della grana, il mio nuovo romanzo, siamo nel periodo del gollismo, nell’oscurità, nell’abisso di una nuova specie di restaurazione (prima del viaggio di Krusciov, insomma)».
Gli chiedo di spiegarmi meglio, di parlarmi del suo nuovo romanzo.
«Non ho ancora incominciato a scriverlo, ma ho solo tracciato alcuni appunti essenziali. Il rio della grana è il romanzo dei non residenti romani, delle aree depresse e dell’abbassamento del livello culturale sottoproletario, unito all’acuirsi dell’antico motivo della tradizionale coazione ideologica clericale.
Un ragazzo, Pietro, puro, ingenuo, goffo, rozzamente morale e religioso, da un paese d’area depressa (Abruzzo o Calabria) arriva a Roma nei giorni in cui muore Pio XII e viene eletto il nuovo papa. Lo fa venire il fratello, che è a Roma dall’immediato dopoguerra: si chiama Giovanni, e vive al Gelsomino, una lurida borgata dietro il Vaticano. Egli vive nel più triste e basso degli ambienti romani, quello delle prostitute e dei loro protettori. Tutta la storia è il rapporto, in sviluppo, tra Pietro e questo ambiente.
Passato dal terrore all’adattamento, dall’adattamento all’assimilazione, in realtà Pietro si conserva, nel fondo, ancora intatto (no, in due anni avrebbe tempo di mutarsi radicalmente). Il suo fondo moralistico-religioso meridionale, cioè quasi biblico, lo conduce a uccidere, con un pretesto che egli crede verità, una prostituta, come simbolo della società che l’ha corrotta».
La vicenda ricorda da vicino la situazione dell’epigramma A un Papa, in cui il contrasto tra la morte del pontefice «nobile e ricco» e quella di un «ragazzaccio plebeo» di Roma si allarga, con inesorabile sviluppo poetico, ad accusa spietata contro l’indifferenza del Vaticano per gli «stazzi e porcili» che si stendono «in vista della bella cupola di San Pietro».
Pasolini ammette il collegamento, anche se nell’epigramma egli criticava il Vaticano da cristiano a cristiano, mettendosi cioè all’interno della stessa ideologia cattolica. Qui, nel romanzo, il suo atteggiamento è diverso e la situazione è certamente più complessa. Il dramma moralistico-religioso del povero Pietro, arretrato e nutrito di una educazione cattolica quasi feroce, è inserito in un dramma più vasto, di una più vasta arretratezza.
«Anche questo romanzo farà ampio uso del dialetto?» domando.
«Nella prima parte userò una forte dose dialettale abruzzese o calabrese, che si estinguerà lentamente nel romanesco».
Il dialetto è uno dei problemi su cui la critica si è arrovellata di più, e molti si sono chiesti se Pasolini consideri transitoria questa fase, o meno.
«I pareri del pubblico e della critica — dice a questo proposito Pasolini — sull’impasto dialettale dei miei romanzi sono stati finora piuttosto contraddittori. Mi ha scritto un lettore di Como che lo comprende e lo apprezza, mentre molti romani non lo capiscono. Comunque, non posso pianificare il mio lavoro: per qualche anno continuerò a scrivere così i miei romanzi, poi si vedrà. La mia esperienza dialettale friulana, ad esempio, oggi la considero ormai esaurita con le poesie di allora».

Ma Il rio della grana non è la sola novità letteraria che Pasolini sta preparando. È imminente l’uscita di un nuovo volume di poesie, che costituirà, dice Pasolini, un arricchimento dell’esperienza delle Ceneri di Gramsci. Il volume prenderà il titolo da un poemetto, La religione del mio tempo, iniziato nel 1955 e rimasto frammentario, e raccoglierà altri poemetti, gli epigrammi già apparsi su Officina e alcuni epigrammi nuovi che usciranno fra poco su Nuovi Argomenti.
Pasolini sta anche rivedendo un suo vecchio romanzo inedito, che risale al 1949 e parla delle lotte dei braccianti friulani al tempo del lodo De Gasperi (si intitola I giorni del lodo De Gasperi): lo pubblicherà a puntate sul Contemporaneo. E infine sta scegliendo i saggi da pubblicare in volume:
«Sono un gran mucchio — dice — e non finisco mai di lavorarci».
Poi parliamo del premio Omegna e del premio Crotone, della novità che essi hanno rappresentato quest’anno per la cultura italiana. Pasolini è rimasto molto colpito dall’incontro con la povera gente del crotonese, e da questo incontro ha tratto gli appunti per una poesia; non li ha con sé, ma me ne riassume il contenuto.
«Un gruppo di giovani proletari, sottoproletari, studenti, erano venuti a Crotone da Cutro. E parlando con loro, sentendo raccontare da ciascuno le vicende della sua vita, di fronte a quella platea di gente semplice, io ho immaginato di vedere una serie di immagini tremende: i contadini che fanno sedici chilometri a piedi per lavorare, ma non trovano lavoro e tornano senza aver mangiato; la povera gente che va a spigolare nei campi, ma viene cacciata via dal padrone che vuol dare le spighe ai maiali; la “via longa” di Cutro, con i suoi tuguri miserabili, dove la gente dorme ammassata in una stanza insieme alle bestie; e così via.
La poesia si chiude sulla figura del più timido e rozzo di quei giovani, che se ne stava zitto in un angolo con un garofano rosso in mano, nel quale io ho visto come il simbolo di una vita cosciente che comincia a sorgere, a liberarsi dall’arretratezza: anche lui, insomma, partecipava alla manifestazione. E l’ultimo verso è appunto dedicato a quel garofano, al nuovissimo rosso dell’antico fiore».
È una situazione che rammenta la poesia Quadri friulani del 1955 e ne rappresenta la continuazione ideale, osservo. Là Pasolini ricordava le sue esperienze politiche ed umane di un tempo a contatto con i braccianti del Friuli, e contrapponeva dolorosamente la sua crisi di valori alla felice certezza di chi «credeva nel mondo senza altra misura che l’umana storia»; qui, a contatto con il popolo nel Sud, egli sembra ritrovare quella certezza perduta. L’esperienza meridionale lo riporta idealmente all’esperienza friulana del dopoguerra.
Pasolini è d’accordo; dice che è proprio così.
La chiacchierata volge al termine. Pasolini ha da fare. Gli chiedo quando tornerà a Milano: verrà con Moravia ai «lunedì letterari» dell’ACLI, per discutere sul romanzo.
P.P. PASOLINI, Incontro a Milano col giovane scrittore Pasolini. Parla del suo nuovo romanzo «Il rio della grana», intervista di G. FERRETTI, pubblicata su «L'Unità»27 novembre 1959, p.3.



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