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Pasolini intervistato nel set di "Teorema" (1968) racconta Silvana Mangano


Pier Paolo Pasolini con Silvana Mangano durante le riprese del film "Teorema" (1968) © Angelo Frontoni/Fotografie nel numero di "Tempo" n.16/Tutti i diritti riservati

"È spirituale e sensuale al tempo stesso; pochi sanno che è una fervente cattolica, ma cattolica alla maniera lombarda" ha detto il regista. Ed ha aggiunto: "È un tipo strano, dopo diciotto anni di matrimonio chiama il marito ancora con il cognome. Ha chiuso il figlio in collegio perché non voleva che respirasse aria di cinema"



Roma, aprile 1968


"Per me la Mangano, - dice Pier Paolo Pasolini - ha una certa aria di famiglia; coi suoi zigomi alti, il viso allungato, così spirituale e sensuale al tempo stesso, così misteriosa, mi ricorda mia madre". Pasolini sta girando in questi giorni un nuovo film che si intitola "Teorema" perché, date certe premesse, si giunge a determinate conclusioni, ma potrebbe anche intitolarsi "Miracolo", visto che c'è di mezzo un inviato del Signore e una famiglia milanese allietata dalla sua presenza prima e sconvolta dalla sua partenza poi. Intanto un miracolo Pasolini l'ha già fatto, ed è stato portare Silvana mangano ad una conferenza-stampa.


L'attrice sedeva silenziosa tra il regista e Terence Stamp, con la sua pettinatura 1920, la sua princesse à pois, e i suoi, e ai suoi 36 anni che sembrano molti di meno. Se avesse aperto bocca, tutti si sarebbero accorti che, al terzo film, la Mangano dà ancora del lei al suo regista preferito; ma ciò rientra nel suo carattere, perché allora che cosa dovrebbe dire al marito il quale, dopo diciotto anni di matrimonio, si sente ancora chiamare con il cognome? "De Laurentiis passami il sale". Dicono che sia molto serena, distesa, di buon umore e si capisce: i pesi della famiglia si sono un po' alleggeriti. Veronica, la figlia maggiore è ormai fidanzata. La seconda, Raffaella, ha sedici anni e a scuola ba vene. Quanto a Federico, l'unico figlio maschio, la Mangano l'ha messo in collegio. Non per punizione, come si faceva una volta, ma per evitare che, tra sorelle, nurses e padre, il quale stravede per lui e non perde occasione per fargli annusare aria di cinema, il ragazzo non crescesse troppo coccolato e viziato. Così la Mangano può dedicarsi con più libertà a quello che per lei è un impegno serio e piacevole, senza altre ambizioni che fare del buon cinema. Quest'anno, divisi tra la Vitti e la Loren, i giornalisti cinematografici non hanno assegnato l?oscar italiano per la miglio attrice protagonista.


Decisione salomonica, che però ha il torto d'aver ignorato la splendida interpretazione della Mangano in "Edipo re". All'attrice la cosa è dispiaciuta assai moderatamente, mentre Pasolini è furente. "Per me - scatta il regista- la Mangano si strameritava questo premio. Purtroppo i critici non sanno fare i critici. Si lasciano incantare dalle smorfie, dall'abilità demagogica, magari ad alto livello, e non sanno apprezzare un'attrice come lei che riesce ad esprimersi con niente". La Mangano, secondo Pasolini, unisce all'abilità dell'attrice consumata dalla naturalezza degli attori pressi dalla strada. Per questo ha potuto unirla ai suoi ex-"ragazzi di vita", a Franco Citti, per esempio, e ora a Terence Stamp (Il collezionista) il quale, su un altro piano, però, ha la stessa aria ribalda, la stessa corporatura atletica,e gli stessi occhi penetranti dei giovani delle borgate. "Come donna, è una donna priva di miti e piena di mistero. È il mistero di tutti gli uomini - dice Pasolini - solo che in lei è più visibile, più espresso". Come tale, andava benissimo per il suo nuovo film, che racconta una storia molto allegorica, e che è pieno di mistero da cima a fondo. Un inviato del Padreterno bussa una mattina alla porta di una hollywoodiana villa di San Siro. La domestica introduce il giovane alla presenza del padrone di casa, un solido industriale milanese, e della sua famiglia: la moglie, la figlia che studia alle Marcelline, il ragazzo che frequenta il liceo Parini. Lo ospite diventa di casa e profonde le sue immense doti di simpatia e di amore. Poi, un bel giorno, così com'è arrivato sparisce, e lascia dietro di sè un vuoto incolmabile, sconvolgente. Partito l'ospite, comincia per tutti i personaggi l'affannosa ricerca di qualcosa che gli assomigli, che possa sostituirlo. I figli, estremisti come i giovani d'oggi, cadono in eccessi: il giovane sceglie una vocazione artistica sbagliata, la ragazza finisce in una casa di cura. Gli adulti si sforzano di trovare un nuovo equilibrio: il padre, novello San Francesco, si spoglia dei suoi beni e la madre va incontro ad una serie di esperienze penose. L'amore improvviso per il giovane ospite l'ha sconvolta:inizialmente, essa cerca un ragazzo che gli assomigli, poi ha una serie di spiacevoli avventure sentimentali.


Alla fine, si capisce che ritorna alla religione della sua infanzia, al serio cattolicesimo lombardo. Non per nulla si chiama Lucia: come la Lucia dei "Promessi sposi". E la sua "conversione" finale avviene, sottolinea Pasolini, come si dice sia avvenuta la conversione del Manzoni. "La Mangano - dice il regista - assomiglia un po' al personaggio. ê di famiglia borghese. Il carattere, tra una scioltezza intelligente e una inibizione di fondo, è lo stesso. Anche lei è religiosa e osservante, ma di un cattolicesimo per l'appunto lombardo, con un accento puritano" E allora come ha fatto per girare le scene d'amore, in déshabillé? "Tutto, - dice Pasolini - è stato girato in modo molto delicato, e poi, quando è in gioco un buon risultato del film, è lei anzi che mi spinge".


Per Pasolini, la Mangano farebbe qualsiasi cosa. Ormai si fida. Quell'incontro che per lui è avvenuto tramite "un'aria di famiglia", per lei è avvenuto tramite la lettura delle poesie, dei romanzi, dei film di Pasolini. Ella ha molto rispetto per la cultura. Come attrice ama il difficile. Idem Pasolini, che anche questa volta non ha scelto certo argomento facile.


Ma direte, come finisce questo film? "Con una grande disperazione e un'assurda speranza". In sostanza, tutti i personaggi escono in qualche modo nobilitati dal loro "breve incontro" con l'Amore divino, ivi compresi i produttori di "Teorema" che, dopo aver fatto i soldi con i western, volevano anche loro riscattarsi, nobilitarsi; e Pasolini, pronto, gliene ha offerto il destro.


Stelio Martini. "A colloquio con Pier Paolo Pasolini che dirige ancora una volta la sua attrice preferita. La Mangano mi ricorda mia madre" Fotografie di Angelo Frontoni. Il Tempo nº16 (1968)

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