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Pasolini, senza scandali ricordato dagli "amici", 1977


Pier Paolo Pasolini durante la conferenza-stampa di "Salò", Cinecittà, teatro 15, 9 maggio 1975 © Gideon Bachmann/Riproduzione riservata

Alberto Moravia, infagottato in un cappotto da marinaio, sale sul palco del Teatro Tenda, dice in fretta la sua («era un poeta dell'impegno, come Rimbaud» ), si alza e se ne va. Così comincia la «tre giorni» che la Compagnia di Gassman dedica al poeta assassinato. «Per conoscere Pasolini» è scritto sullo striscione accanto all'ingresso. Fa freddo, a tratti piove di stravento e sotto la tenda è come se crepitassero le mitragliatrici. La sala è piena di giovani incuriositi e inquieti, c'è da non credere ai propri occhi vedendo questa affluenza a un convegno di studi (del resto, chi avrebbe previsto il successo clamoroso dello spettacolo allestito da Gassman con Aftabulazione'). Ognuno porta la sua testimonianza e, in genere, fa come Moravia. Dice e se ne torna a casa, soddisfatto del dovere compiuto e dell'omaggio reso all'amico scomparso. Sembra che Pier Paolo Pasolini avesse soltanto amici, ed ebbe invece soprattutto nemici, accaniti e crudeli. Un anno prima che morisse, Balestrini osservò che il poeta andava sciorinando, «in modo apodittico e repressivo», «un cumulo di sciocchezze, un chiacchiericcio inutile».


C'era il rischio che l'incontro si trasformasse in una passerella di testimoni e di critici, di cineasti e di letterati, convenuti per raccontare l'episodio significativo (Massimo Girotti ne ha raccontato uno bellissimo, sulla difficoltà di imbastire un vero dialogo con Pasolini), per tentare una interpretazione ideologica, per chiarire aspetti e problemi d'un singolare modo di fare cinema, per divagare intorno ai casi della letteratura, della religione, della politica. Ma, alla fine del primo giorno, i giovani in sala, sempre meno curiosi e sempre più inquieti, abbozzano una ribellione. «Credete di celebrare un morto — fa uno di loro, scandendo le sillabe dentro il microfono — ma i morti siete voi». «Nessuno di voi — protesta un altro — ha parlato della omosessualità di Pasolini. Il solito ritegno borghese, la solita cattiva coscienza nei confronti dei diversi». E il primo pomeriggio finisce qui, nervosamente (i testimoni in passerella ricevono la definizione di «capoccioni» ; del palco e del microfono si parla come di strumenti del potere). Con le avvisaglie del terremoto.


Passa il secondo e passa anche il terzo pomeriggio. Sciaguratamente la passerella continua, il terremoto non esplode. Intervengono ancora, più volte, i giovani, fra un discorso e l'altro, fra una difesa d'ufficio («l'omosessualità — ricorda Zigaina — fu sempre vissuta da Pasolini con pudore e dolore, mai volgarmente ») e una lettura di poesie, come c'era da aspettarsi (Vannucchi dice malaccio un brano delle Ceneri di i Gramsci, Gassman presenta in maniera limpida e dimessa una lirica inedita, Girotti legge con lo strazio necessario Supplica a mia madre). I giovani cercano di infilarsi, spinti dall'ansia di appropriarsi di questo Pasolini avversario del potere, di questo «maledetto » che parlò e inveì mentre gli altri tacevano o bisbigliavano, ma poco ottengono, e nemmeno riescono a far scandalo. Sul palco, metodici sotto la guida di Luciano Lucignani, si alternano i registi cinematografici (Scola, Bertolucci, Rosi, Monicelli, Jancsó, Sergio Citti: il più concreto è l'autore di Un borghese piccolo piccolo, che spiega come Pasolini «reinventò» quella «vergogna nazionale» d'un grande attore come Totò), i gesuiti (Virgilio Fantuzzi), i marxisti (una bolla schiera, si capisce, in testa il concettoso Scalia), le femministe, i critici di varia dottrina e acutezza (Siciliano, Abruzzese, Miccichè, Gambetti, Turigliatto, Vallora), gli editori.


Non trema la terra e non scoppia lo scandalo, come sarebbe stato giusto, perché si fa presto a seppellire un poeta commemorandolo. Anche un poeta come Pasolini che in una intervista del 1970 (lui che odiava e amava le interviste, che disprezzava e riveriva gli intervistatori) diceva: «L'amore per la vita è divenuto per me un vizio più micidiale della cocaina. Io divoro la mia esistenza con un appetito insaziabile. Come finirà tutto ciò? Lo ignoro ». Scalia ricorda che con noi — con i suoi lettori, i suoi spettatori, con tutti — è stato crudele e che ancora oggi continua, dopo morto, a farci domande intollerabili. Questo convegno ha dimostrato che noi le tolleriamo benissimo, che perfino il potere le tollera. E' stato un convegno ricco e utile. Illuminante.


F. Di Giammatteo Tre giorni di commemorazione al Teatro Tenda . Pasolini, senza scandali ricordato dagli "amici" © La Stampa, 9 dicembre 1977, p.7.
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