Pier Paolo Pasolini e Maria Callas. Viaggio in Argentina e due interviste pubblicate sulla rivista «Gente», 1970.

Così è la signora Maria Callas
Nata a New York e cresciuta in Grecia, Maria Ana Cecilia Sofia Cale Geropoulos ha 46 anni, è alta un metro e settanta, ha i capelli neri, mai tinti, un naso enorme, la pelle segnata da pori profondi e pesa 60 chili. Un matrimonio adolescenziale, una relazione sentimentale con Onassis, una vita interamente dedicata all’opera, gli applausi del pubblico di tutto il mondo. Nervosa, originale, coltissima, brutta e incredibilmente attraente quando sorride.
Che brutta donna. Gli occhi grandi e sporgenti. Il naso, che tradisce le sue origini e la radice del suo vero nome: Maria Ana Cecilia Sofia Calegeropoulos. Greca d’adozione, anche se i suoi genitori sono nati ad Atene, lei vide la luce a New York il 2 dicembre 1923. Non nasconde i suoi 46 anni. I capelli sono neri, senza un filo bianco, e giura di non averli mai tinti. A volte quella chioma corvina si trasforma nello chignon che l’ha resa celebre nei ritrovi dell’alta società internazionale. Li porta liscissimi, tirati all’indietro, e le arrivano quasi alle spalle. Le orecchie sporgono a punta.
I pori della pelle sono profondi, quasi piccole cavità scavate dal trucco e dalle luci del palcoscenico, da anni di angosce e applausi davanti ai pubblici più prestigiosi del mondo.
Ora porta poco trucco, molto chiaro, senza fondotinta: così gli occhi risaltano ancora di più. Hanno un luccichio isterico. È stanca e nervosa. Ma è sempre stata così: protesta contro i giornalisti, contro il pubblico che le dà la caccia, contro i cacciatori di autografi, contro i poliziotti che la scortano. Nessun giornalista l’ha mai vista comportarsi diversamente.
Le mani sono lunghe e robuste, con unghie affilate e laccate di rosso. È alta un metro e settanta, peserà forse sessanta chili; i fianchi...Le mani sono lunghe e robuste, con le unghie affilate e laccate di rosso. È alta un metro e settanta, peserà forse sessanta chili; i fianchi sono larghi e risaltano ancor più per via della vita troppo stretta rispetto al busto, che con i fianchi sembra contendersi la simmetria. Si muove con gesti bruschi, quasi violenti. Cerca qualcosa nelle valigie: cinque in bella vista, altrettante riposte nel vano guardaroba. Occupa la suite 503 — comunicante con la 505, riservata a Pier Paolo Pasolini — dell’Hermitage di Mar del Plata.
«L’ho dimenticato… Le ho dimenticate», borbotta mentre continua a frugare, ma non vuole dire che cosa abbia dimenticato.
Fuori c’è la polizia, che chiede se qualcuno l’abbia importunata.
«No, signori, quell’uomo è entrato perché gliel’ho permesso…»
Non avevo un appuntamento. Mi sono semplicemente spinto fino al quinto piano, ho bussato alla porta e sono entrato.
«Sì, certo, un’intervista… E va bene, ma facciamo il più in fretta possibile. Sono in viaggio da tre giorni e praticamente non ho dormito cinque ore di fila… Io dormo sempre molto, e senza interruzioni. Mi chieda tutto quello che vuole, ma rapidamente… D’accordo?»
Com’è bella questa donna. Perché adesso sorride. Per la prima volta vedo il sorriso sul suo volto…
La Callas si era rinchiusa in una dimensione privata che non ammetteva intrusioni da parte dei giornalisti. Alla fine, però, aveva ceduto e accettato l’intervista.
Porosa e rude. Eppure, adesso, è bellissima. Quella risata ha una magia speciale: le trasforma il volto, i gesti; affascina, conquista. Solo allora si riesce a capire perché la sua presenza abbia un effetto tanto travolgente nella vita di tanti uomini, perché emani quell’aria da conquistatrice, da donna disposta a vincere a ogni costo tutto ciò che si prefigge. Perché tante fortune siano state deposte ai suoi piedi.
Tutto merito del sorriso, di quel sorriso meraviglioso che ora dispiega senza alcuna riserva, senza trattenersi, lasciando cadere ogni durezza e distendendo tutti i muscoli, come abbandonandosi a un rilassamento dolcissimo, tutto suo, profondamente introverso.
Non c’era un motivo apparente per quella risata, se non il fatto che poco prima lei stessa aveva esclamato, davanti a me, di aver dimenticato qualcosa, e che naturalmente soltanto lei sapeva di che cosa si trattasse. Rideva semplicemente perché la presenza di un giornalista nella sua stanza, nella sua intimità, le sembrava insolita e ancora non sapeva bene come avesse potuto accettarla. Ma era lì, sorrideva, si apriva al dialogo, pur mettendo subito in chiaro i propri limiti.
La vita privata, no. La vita sentimentale, nemmeno. Jacqueline, neppure.
«No, signora, niente di tutto questo… Soltanto la sua vita, lei, le sue cose…»
E certo, lei, Maria Callas, è tutto questo. È la sua vita sentimentale, sono le sue opere, i palcoscenici trionfali, le interpretazioni straordinarie, le fortune più importanti del mondo. Il matrimonio con Meneghini, quella camera da letto con le decorazioni in oro che aveva ricevuto in dono per le nozze, il divorzio scandaloso e le pareti ammaccate dal suo temperamento impetuoso, che l’aveva portata a scagliare stoviglie e porcellane per tutta la casa, testimone del suo unico e breve matrimonio.
Poi il fidanzamento con Onassis, così lungo, così commentato, così fotografato, così deformato dalle menzogne nei particolari più minuti, così inseguito dai giornalisti di tutto il mondo. E poi la rottura, improvvisa e clamorosa, decisa da lui, che aveva scelto Jacqueline Bouvier, vedova di Kennedy, come per il suo secondo matrimonio. La sua amicizia con Marlon Brando, che si tradusse in un lungo viaggio in Oriente, senza una meta precisa, dal quale nacque un piccolo libro di memorie, mai tradotto in spagnolo, che soltanto negli Stati Uniti vendette oltre cinque milioni di copie.
La sua vita è anche un’infanzia intensa, cominciata negli Stati Uniti, dove risiedevano i suoi genitori greci multimilionari, e proseguita in tutta Europa. Studi in Grecia e in Svizzera, numerosi percorsi universitari intrapresi — lettere, antropologia, filosofia — e nessuno portato a termine.
— E i suoi giochi?
— Erano molto strani. La mia famiglia si trasferiva praticamente ogni anno e, quando arrivava il momento di imballare i giocattoli, si decideva che erano la cosa meno importante di tutte e che non valeva la pena appesantire i bagagli con oggetti che si potevano comprare altrove. Così i miei giocattoli erano un po’ speciali: le sciocchezze con cui mi divertivo in Italia le dimenticavo a Parigi; quei bicchieri che si trovavano nelle confezioni del cioccolato che bevevo a colazione negli Stati Uniti non li ritrovavo quando arrivavo in Grecia, dove usavo come bambole certi amorini che decoravano i giardini della casa dei miei genitori.
Ma preferivo sempre tutto ciò che riuscivo a scoprire da sola e che poteva servire per giocare. Per esempio, i bicchieri sono ciò che ricordo meglio, per i loro disegni e i loro colori. Gli amorini, invece, si rompevano ogni giorno e il giardiniere provvedeva a sostituirli ogni settimana, non prima di avermi denunciata alla mamma, accusandomi di aver decimato quelli del giardino.
E poi, naturalmente, tanto pianoforte e tanta cetra, che suonavo quando la governante mi lasciava libera, verso le sei del pomeriggio, dopo aver studiato inglese, francese, tedesco, un po’ d’italiano, greco antico, le basi del latino e tante altre cose che nella mia testa di bambina non riuscivano a entrare neppure per caso, ma che mio padre considerava indispensabili per affrontare la vita.
Avevo pochissimi amici, appena i bambini che abitavano nelle case vicine. Una volta alla settimana ci riunivamo, a turno, nella residenza di uno di noi. Ma c’erano sempre le governanti a sorvegliare i nostri movimenti e le parole che potevamo pronunciare.
Ricordo il giorno in cui dissi la mia prima parolaccia davanti a una delle governanti — in realtà le dicevo già da molto tempo, ma senza altri testimoni se non quelli che le ricevevano — e, naturalmente, si organizzò una specie di riunione di famiglia per stabilire quale linea adottare nel caso si fosse ripetuto l’episodio e quale punizione meritassi.
Avevo dieci anni e partecipavo alla discussione come se si trattasse di un grande processo e io fossi l’imputata. Al contrario, mi divertiva tutto quello che accadeva intorno a me, anche perché, in fondo, l’avevo provocato io. Ricordo che fui espulsa perché mi venne in mente di chiedere perché si preoccupassero tanto, visto che la parolaccia l’avevo detta io, non loro.
Licenziarono la governante, accusandola di non aver saputo educarmi, e da quel momento passai a una scuola privata, dove per la prima volta entrai in contatto con ragazze e ragazzi della mia età.
Per la famiglia Calegeropoulos non era stata una decisione facile. In qualche modo significava stabilire quale sarebbe stato il destino degli altri tre figli — due femmine e un maschio — che venivano dopo quella figlia, portatrice di un «germe» di irriverenza e anticonformismo.
La scuola era l’unica via d’uscita, ma rappresentava anche il fallimento dell’educazione individualistica, privata, protetta da ogni contaminazione esterna. Era opportuno, quindi, che non rimanesse troppo a lungo nello stesso istituto: per questo la facevano passare da una scuola all’altra. E forse è anche per questo che, come lei stessa racconta:
«Non ho mai attribuito alle cose un valore definitivo. L’amico che avevo oggi, il giorno dopo potevo non vederlo mai più. A forza di vivere così, mi sono abituata a non rattristarmi quando perdevo qualcosa o quando, semplicemente, mi allontanavo da qualcuno».
— A quindici anni aveva già uno spirito mondano sorprendente. Conosceva mezzo mondo, frequentava le grandi feste, gli immensi saloni dai soffitti a cassettoni dorati. La sua cultura barocca era incredibile. Teneva lezioni di musica carolingia ed era circondata da un’aura intellettuale che spaventava tutti quelli che le stavano intorno.
— Tranne una persona, credo, perché a quell’età si sposò con Meneghini…
— Un anno dopo. Esattamente. E fu proprio così: lui fu l’unica persona che non ebbe paura di me, l’unico che mi si avvicinò senza lasciarsi intimidire, senza riserve, e mi offrì tutto, tranne la sua cultura, che era quella di casa sua. Una grande fortuna, grandi viaggi, l’assedio dei fotografi ogni volta che ci vedevano insieme: eravamo diventati l’argomento di conversazione di tutto il mondo, perché la grande stella della finanza voleva sposare quella stellina dell’opera, dotata di un’enorme cultura intellettuale, ma allora famosa più per le sue eccentricità e i suoi gusti che per la sua voce.
Per Meneghini tutto questo non aveva importanza. Era innamorato di me e io ne ero affascinata. Aveva trent’anni più di me e, inoltre, una conoscenza delle donne che stupiva tutti. Credo che sia stato proprio per questo che riuscì a conquistarmi.
Confesso che mi impressionò fin dal giorno in cui lo vidi: la sua disinvoltura, la sua capacità di comprendere, pur con tutti i suoi limiti. Mi lasciava parlare di ciò che mi piaceva, mi ascoltava con piacere e io trascorrevo ore a raccontargli le mie prove, i testi che imparavo a memoria e la filosofia di ciascuna delle opere che avrei interpretato.
Mi propose di abbandonare le scene, di vivere e studiare fino ai vent’anni, o anche un po’ più a lungo, e di decidere soltanto in seguito, una volta raggiunta la maturità, se continuare oppure no. Ma non ci fu niente da fare: avevo scelto quella strada molto prima e non c’era forza al mondo che potesse distogliermi da quel percorso. Neppure il profondo affetto che provavo per l’uomo che sarebbe diventato mio marito.
Il viaggio di nozze durò appena un anno. Con lunghe soste a St. Moritz, sulla Costa Brava, nell’isola di Capri, allora ancora non invasa dai turisti, a Saint-Tropez, all’epoca quasi inaccessibile, e sulle spiagge della Sardegna, ancora selvagge e poco frequentate da chi non disponeva di imbarcazioni di grande stazza per i propri viaggi di piacere.
Durante quell’anno studiò molto. Scoprì nuovi metodi interpretativi. Immaginò scenografie essenziali, inondate di luce, perché l’unica cosa davvero importante fossero il suono e le voci. Cercò un modo nuovo di comunicare attraverso un’arte che già allora sembrava in declino, sotto l’avanzata del cinema e del teatro d’avanguardia.
Voleva che l’opera andasse oltre i palcoscenici raffinati. Sognava anfiteatri popolari gremiti e un pubblico capace di scoprire l’opera attraverso di lei.
— E ci sono riuscita. Ho innovato, partendo dalla tradizione, ma ho innovato. Ho trovato una maggiore naturalezza, ho reso l’interpretazione molto più libera, mi sono lasciata andare sul palcoscenico, ho tolto all’opera quell’oscurità, quell’aria impenetrabile che la circondava.
Più o meno ciò che Isadora Duncan aveva fatto con la danza: purezza e spontaneità, libertà nell’interpretazione, nei movimenti, nelle evoluzioni. Credo di esserci riuscita grazie alla straordinaria maturità che avevo raggiunto a un’età in cui, di solito, si comincia appena a pensare a ciò che si farà in futuro.
— E ora che tutto questo non c’è più, che non esiste più, come si sente?
— Bene. Realizzata, nella misura in cui ho fatto tutto ciò di cui avevo bisogno. E noti che faccio una distinzione: non tutto ciò che volevo, ma ciò che avevo bisogno di fare per giustificare la mia esistenza, per affermare che il passaggio attraverso la vita è importante quanto la vita stessa.
Senza inseguire grandi traguardi, senza percorrere strade impervie: semplicemente seguendo le direzioni che rendevano più chiaro tutto ciò che desideravo. E illuminavo io stessa quelle strade con tutta la ricchezza interiore che avevo conquistato.
Non avevo angosce di alcun genere. Sapevo che, in qualunque momento della mia vita, non mi sarebbe mancato nulla e, da allora, potevo stabilire senza ansie che cosa mi avrebbe resa felice. E ho seguito meticolosamente quella traccia.
— Fuma spesso?
— Quasi mai. Ho cominciato a fumare a trent’anni. Provai la mia prima sigaretta e mi fece schifo. Qualche volta, quando sono in viaggio, fumo. Ma non mi interessa e, soprattutto, non mi dà alcun piacere. Al contrario, devo avere lo stomaco vuoto, altrimenti mi sconvolge l’organismo e mi fa girare la testa.
— Mangia molto?
— Quando ho fame, sì. Non ho problemi di peso. Da cinque anni non perdo né acquisto un grammo, fatta eccezione per il periodo successivo all’intervento per i calcoli, quando persi quasi dieci chili, che recuperai nel mese successivo alle dimissioni dalla clinica. Ho sempre un buon appetito, ma un pessimo carattere.
Le macchine fotografiche distrutte e le teste dei fotografi fracassate nel corso della sua vita sono diventate leggendarie.
— E… dipende dal momento, dalle circostanze. A volte non si è proprio dell’umore giusto per sopportare la presenza dei giornalisti. Inoltre, lei, come giornalista, dovrebbe sapere che a volte non è il momento di fare domande. Se sono in viaggio proprio il giorno in cui Onassis decide di sposare Jacqueline Kennedy, non ho alcun obbligo di avere voglia di parlare della vicenda. E non voglio parlare con qualunque giornalista mi si avvicini. Ho tutto il diritto del mondo di scegliere il mio interlocutore e di non aprirmi con una persona che forse è molto lontana dal comprendere ciò che dico e ciò che voglio esprimere con i miei silenzi.
— Ha conosciuto la famiglia Kennedy?
— Sì, abbastanza intimamente. Sono stata persino alla Casa Bianca, durante un ricevimento organizzato da John Kennedy. In quell’occasione ho conosciuto Jacqueline e Rose Kennedy, una donna affascinante per la quale provo una grande ammirazione.
— Perché crede che Onassis abbia sposato Jacqueline?
— Ah, bella domanda… È un po’ come chiedere a Einstein e Fermi perché abbiano sviluppato la bomba atomica, oppure a von Braun perché abbia costruito la B-2… O qualcosa del genere. Sicuramente l’unico che può risponderle è lui, anche perché è il solo autorizzato a farlo e conosce bene le ragioni della propria scelta.
— E gli anni di amicizia che ha condiviso con lui non le conferiscono qualche diritto?
— Guardi, circa due mesi fa Lietta Tornabuoni, per me una delle migliori giornaliste italiane, mi ha intervistata insieme a Renzo Trionfera, vicedirettore de L’Europeo. Si è parlato di Onassis e ho detto chiaramente che continua a essere un mio grande amico, ma di quelli che vanno ben oltre la semplice amicizia.
È forse l’uomo che meglio mi ha interpretata, che ha capito meglio di chiunque altro tutte le mie cose. Hanno insistito nel farmi domande, ma ho chiarito che non spettava a me parlare di qualcosa che era ormai completamente superato.
La grandezza di un rapporto non può essere lasciata in balìa del pettegolezzo e dei commenti meschini. Quando deciderò di parlare di questa vicenda, mi siederò davanti a una macchina da scrivere e racconterò tutto, nei dettagli e con la dovuta dignità. Ma non mi limiterò a rispondere a una domanda: sarò io stessa a pormi tutti gli interrogativi che riterrò necessari, per custodire una volta per tutte una delle parti più belle della mia vita.
— È ambiziosa?
— No. A che scopo?
Forse perché ha già tutto…
— Forse perché una donna con il mio naso e la mia bruttezza non ha alcun motivo di ambire a qualcosa di più di ciò che riesce realmente a ottenere nel corso della vita. E io non ho obiettivi che vadano oltre ciò che ho effettivamente conquistato.
— Perché il cinema, adesso?
— E perché, se abbiamo la Terra, vogliamo la Luna? È una delle domande che mi sono posta.
Volevo dirle che l’ho fatto per durare nel tempo, per arrivare a una comprensione più profonda di me stessa e per lasciare una testimonianza più viva di un’epoca che, almeno per me, appartiene ormai al passato. E forse, da questo momento in poi, sarà il cinema a permettermelo.
Pasolini mi ha raccontato che la stessa domanda se la pongono tutti coloro che cambiano mezzo espressivo, ma che l’unica cosa davvero importante è che restino intatti il desiderio e la volontà di comunicare: il bisogno straordinario di offrire agli altri tutto ciò che si porta dentro. È la cosa più importante che un essere umano possa fare.
— È soddisfatta del suo lavoro in Medea?
— Quando mi ascolto, sì. Quando mi guardo, no. Una volta, nella sala di proiezione, chiusi gli occhi e mi ascoltai: non volevo vedere la mia immagine. In quel momento trovai il mio personaggio molto preciso; sentivo che il clima che avevo creato attraverso la voce di Medea era quello giusto per non tradire la tragedia.
Ma poi, vedendomi sullo schermo, mi accorsi che il personaggio aveva un peso enorme e che soltanto con una grande disponibilità e una sensibilità straordinaria si poteva arrivare a decifrare tutta la terribile carica di messaggi e testimonianze che portava con sé.
— Crede che un’attrice professionista avrebbe fatto meglio?
— Un anno fa, quando Medea non era ancora uscita dalle proiezioni private, incontrai Anouk Aimée in uno studio e le chiesi di venire a vedere il film. Alla fine, quasi con le lacrime agli occhi, mi disse di essere rimasta affascinata da ciò che aveva visto.
In quel preciso momento capii che Anouk sarebbe stata una Medea molto migliore di me, perché il suo professionalismo avrebbe arricchito il personaggio con tutti quei piccoli artifici che un’attrice di carriera sa utilizzare.
— E quale commento le ha fatto Pasolini?
— È completamente innamorato del mio personaggio ed era già soddisfatto dopo le prime prove, perché riteneva che il mio volto portasse in sé la tragedia.
Dopo le prime prove con il trucco, si decise di sbiancarmi molto il viso, in modo che risaltasse soltanto la profondità degli occhi e che fosse questa a trasmettere il messaggio.
Quel gioco del bianco mi piacque così tanto che decisi, proprio quel giorno, di cambiare il mio modo di truccarmi. Mi sentivo più a mio agio, più semplice, più autentica con il bianco del viso in evidenza e con la purezza delle linee che deriva da tutto ciò che non è sovraccarico.
Fino ad allora truccavo Medea con fondotinta pesanti, colori forti e contrasti violenti; portavo chignon molto più elaborati e indossavo abiti estremamente fantasiosi.
In un certo senso, Medea mi ha cambiato la vita. E soprattutto ha influenzato il mio aspetto esteriore, cioè la superficie di ciò che è profondo.
Lei dirà che tutto questo è un po’ sartriano. Ma, poiché sono molto fenomenologica — credo cioè che ciò che è esteriore sia lo specchio di ciò che è interiore —, lo sento davvero e considero importante essere ancora così aperta, alla mia età, ai cambiamenti e alle novità.
— E Pasolini è una novità anche sul piano sentimentale?
— Sarò curiosa: lei e tutti i giornalisti che mi fanno la stessa domanda… Da dove avete ricavato l’idea che io e Pasolini…
[Il testo originale qui presenta diversi passaggi corrotti o illeggibili; la risposta della Callas non è ricostruibile con sufficiente certezza.]
— Eppure, nonostante tutto, alla fine dobbiamo sempre scappare di corsa, perché è vero. Non ci faccia questo, per favore.
— Andiamo.
Forse il matrimonio più clamoroso del nostro secolo è sfuggito a tutti i giornalisti proprio perché nessuno lo aveva immaginato. Non è mai apparsa una sola riga su una possibile relazione tra Jacqueline e Onassis; lo hanno scoperto soltanto quando i diretti interessati hanno deciso di renderlo pubblico. Altrimenti, ancora oggi il mondo non saprebbe nulla.
Sorride di nuovo. Dopo due ore, sul suo volto ricompare con estrema naturalezza quel sorriso che cattura, che la rende bella, che la consacra come una donna capace di conquistare semplicemente dischiudendo le labbra e lasciando che la bocca enorme assuma la forma della gioia. Ride dentro di sé, senza emettere suoni.
È come se volesse smentire l’immagine della donna brutta di cui tutti si domandano: com’è possibile che sia fatta così?
È semplicemente così: dotata di un fascino travolgente, nonostante sia tanto poco avvenente nelle fotografie quanto irresistibilmente attraente quando la si incontra di persona e la si scopre nella ricchezza della sua intimità, nella sua cultura e nella sua semplicità, nei gesti esagerati e in quella bocca smisurata, resa ancora più evidente da un rossetto molto opaco.
— Quando ha deciso di ritirarsi gradualmente dalle scene?
— Quando la mia voce ha cominciato a chiedermi di ritirarmi. In realtà, ho ammesso soltanto di essere un po’ stanca, ma l’ho ammesso a me stessa, che è molto più difficile per chiunque viva per lo spettacolo.
Allora ho cominciato a pensare al mio futuro: non al futuro di Maria Callas, l’interprete d’opera, ma a quello della donna che è così profondamente immersa nel proprio personaggio da confondere, a volte, le due identità.
— Signora, perché non ha avuto figli?
Un lungo sospiro. Sta pensando alla risposta, e io mi sto avvicinando alla fine del tempo che ci eravamo concessi, ormai ampiamente superato. Soltanto in quel momento prendo coscienza del prezzo che si può arrivare a pagare per essere e chiamarsi Maria Callas.
Per la prima volta la vedo triste, senza isterismi, con una calma che non era riuscita a mantenere in nessun altro momento dell’intervista.
— Sono in pace con me stessa. A volte mi sento sola, come qualunque altra persona: come lei, come il poliziotto che è fuori dalla porta, come il pilota dell’aereo che mi ha portata a Buenos Aires.
Non oso cambiare argomento. Alla domanda sul perché non abbia avuto figli sta rispondendo con qualcos’altro, e la lascio parlare. Rispetto il suo silenzio e continuo ad ascoltare questa sua teoria, niente affatto originale, sulla solitudine. Finché, all’improvviso, sembra ricordarsi di qualcosa.
— Ah, lei parlava dei figli… Che belli…
Così è la signora Maria Callas, di Samuel Gelblung. Fotografie di Janetti, Gabriel Alvarado e Mario Pagán, su «Gente», gennaio-marzo 1970, pp. 5-7.

Pier Paolo Pasolini. Un creatore disperato
Pier Paolo Pasolini, un uomo alla disperata ricerca di una strada per l’umanità attraverso le sue poesie, i suoi romanzi e la sua opera cinematografica: Mamma Roma, Accattone, Il Vangelo secondo Matteo, Edipo re, La terra vista dalla luna, Medea, presentato a Mar del Plata durante il Festival Internazionale del Cinema.
Un incontro con un uomo dotato di una forza creativa feroce, che si è immerso volontariamente nel sottobosco romano, ha vissuto a contatto con gli emarginati, i violenti, i corrotti, i disperati. Dalla preoccupazione politica a quella religiosa, il risultato è un evidente, amaro e doloroso scetticismo.
Pasolini cammina da solo per l’albergo. Dietro gli occhiali, lo sguardo è triste; gli zigomi, più sporgenti del solito; la giacca grigia, stropicciata. Non è facile indovinare, dietro o dentro quell’omino, un creatore furioso e disperato, un poeta folgorante, un romanziere, un autore di film fondamentali, un esploratore della sporcizia e della bellezza della tribù umana.
Qualche capello bianco sorveglia la fronte. Sul viso si sono depositate ore terribili. Ogni ruga, ogni piega della pelle sembra custodire e raccontare la storia di un uomo che si è trovato di fronte al proprio tempo e vi si è immerso fino alle orecchie, alla ricerca dell’orrore e della luce.
— Sono nato a Bologna. La mia era una famiglia borghese, relativamente ricca, circondata da bei quadri, buoni libri e una buona reputazione.
— La sua infanzia?
— Non lo so. Penso di conservarne un’immagine ideale, che dubito corrisponda a ciò che è stata davvero. Di tanto in tanto, però, credo di ritrovarla in cose che hanno a che fare con me oggi.
— Quali?
— Alcune paure, alcune fobie. Probabilmente, la paura del buio nella sala da pranzo di casa, oggi diventata la paura dell’oscurità che ci avvolge ogni giorno. Quando si immagina che dietro il buio ci siano dei colpevoli, arriva la rabbia. Forse, molti anni fa, il gioco consisteva proprio nell’avere paura e nell’arrabbiarsi per questo. Oggi penso che il rapporto tra paura e rabbia sia utile, purché lo accompagni a elementi chiari, a propositi ben definiti, che metto sul tavolo ogni volta che mi accingo a scrivere o a immaginare un’opera cinematografica.
Il giovane Pasolini, con il volto ancora privo di rughe, ma certamente già attraversato dalle sue fobie e dalle sue paure, decise un giorno di studiare lettere. Si laureò. I documenti parlano chiaro: pubblicò il suo primo libro di poesie, La meglio gioventù.
— Le poesie erano scritte in dialetto friulano per una ragione ben precisa: Pasolini sentiva che il dialetto esprimeva la lingua di alcune classi popolari, prive di una coscienza autonoma e lontane dai centri del potere politico ed economico, e dunque impossibilitate a esprimersi nella lingua delle classi dirigenti. Il dialetto diventava così uno specchio del problema politico. Se la lingua è in crisi, significa che esiste un’altra realtà che preme per trovare espressione.
In quegli anni, un Pier Paolo Pasolini tormentato, pieno di contraddizioni, si lancia verso Roma.
— Dubitavo soprattutto della funzione della letteratura. Mi interrogavo sul modo migliore di fare poesia, su una poesia capace di provocare uno shock, concepita come un’arma. Mi ossessionavano il problema della Seconda guerra mondiale e, ancor più che politico, il significato morale della Resistenza. Eppure, nella mia poesia dovevano sopravvivere elementi irrazionali e ampie dosi di estetismo. Scrivere una poesia politica mi risultava difficile. Capii che le cose migliori nascevano quando mi abbandonavo alla logica del cuore, non quando mi ostinavo a combattere.
— Bene, lei arriva a Roma e continua a scrivere?
— No, non immediatamente. Il mio primo contatto con la città avvenne attraverso il mondo di Ragazzi di vita, raccontato in romanesco.
— Come avvenne questo primo contatto?
Pasolini lascia che il suo sguardo si perda nei ricordi, poi si adagia su un divano di cuoio. Le sue mani robuste si muovono mentre parla. Lo sguardo ritorna a quel mondo di emarginati, estraneo al suo ambiente d’origine, governato da leggi proprie e da una peculiare inconsapevolezza.
Mi immersi in un mondo insieme infernale e meraviglioso: la Roma degli emarginati, in un ambiente plebeo e sottoproletario. Gli esclusi formavano un mondo che non aveva nulla a che vedere con quello che li aveva espulsi, un mondo con leggi proprie e una propria inconsapevolezza. Le bande di ragazzi delle borgate, sospese tra meschinità, innocenza, corruzione e crudeltà, mi attrassero profondamente e divennero il fulcro di Ragazzi di vita.
— Perché ha scelto proprio quell’universo?
— Volevo comprendere il mistero dell’inconsapevolezza sociale attraverso uno sguardo impassibile. Anche se, a ben pensarci, forse mi muoveva la pietà; e forse, insieme a essa, anche la consapevolezza che la corruzione fosse presente in me. In ogni caso, fu attraverso quel mondo che entrai a Roma. Scelsi i condannati a vivere nell’età della violenza. Li osservai crescere nella violenza, respinti verso una zona in cui la salvezza coincideva con il furto e lo sfruttamento. In Una vita violenta, un altro mio romanzo, questi caratteri sono ancora più accentuati. Il protagonista è violento con gli altri perché lo è prima di tutto con se stesso; è arrogante perché teme di non essere preso sul serio. Nel profondo, desidera soltanto essere una brava persona, sposarsi, avere dei figli e vivere in una casa luminosa. Ma tutto questo rimane dentro di lui: all’esterno prevalgono i fattori negativi. La mia intenzione, naturalmente, non era quella di fare della morale, ma di dire qualcosa che può sembrare molto semplice e che tuttavia è profondamente vero: gli uomini, per natura, sono buoni. Sono le condizioni di vita a corromperli. Per questo la salvezza non può essere affidata alle coscienze individuali, alle illuminazioni improvvise. La condanna e la salvezza dipendono entrambe, allo stesso modo, dalla società. Io sono stato — e forse sono ancora — visceralmente dalla parte di questi diseredati.
— Non lo è più?
— In questo momento, come può constatare chiunque si sieda in una sala cinematografica e guardi i miei ultimi film, in me è avvenuta una trasformazione.
— In che cosa consiste?
Una nube di fumo vela gli occhiali di Pier Paolo Pasolini, il poeta. Quando si prepara a parlare delle sue opere più recenti, quelle che tanta gente vede e discute in tutto il mondo, la mano tremante gli passa sulla fronte. Tossisce.
— Lei lo sa: continuo ad amare i diseredati.
— Ha parlato di un cambiamento. È così?
— Sì, ne parlerò.
Si toglie gli occhiali e li pulisce. Gli occhi sembrano sprofondare nelle orbite, quasi risalire verso la nuca. Poi si volgono al soffitto. Pasolini si prepara a soffrire a ogni lettera, a ogni sillaba, davanti alla massa di parole che dovrà pronunciare.
— Ha visto Medea? La chiave del film può essere riassunta così: c’è un’opposizione tra il mondo religioso, rappresentato da Medea, e il mondo laico, razionale e tecnico, simboleggiato da Giasone. È un’opposizione fondamentale.
— Si riferisce a qualcosa che riguarda il mondo attuale?
— Sì, naturalmente. Scelgo la tragedia classica greca perché mi sembra che racchiuda temi strettamente legati alla nostra attualità, al momento storico che stiamo vivendo. La lotta tra il religioso e il razionale — una lotta che, in definitiva, nasconde una feroce irrazionalità — è in corso anche oggi.
— Perché, allora, non affrontare direttamente temi contemporanei?
— Perché, al di là del romanzo e del cinema, mi interessa la poesia. Bisogna capire che la rivelazione poetica non è diretta: è circolare, metaforica. In questa fase della mia vita, la tragedia classica è la metafora attraverso cui cerco di raggiungere e illuminare il mondo contemporaneo. Ne ho diritto, non crede?
— In ogni caso, il risultato può essere di difficile comprensione.
— È vero. Ma non posso sacrificare il mio rigore stilistico. Mi piacerebbe moltissimo che tante persone vedessero e comprendessero la mia opera. Se non accade, non è colpa mia. Ho un mio stile per raccontare, mettere in discussione e interpretare il mondo. Non posso decapitarlo pur di inseguire il successo.
— Tra queste due possibilità, il mondo religioso e quello laico, apparentemente razionale, quale sceglie?
— Il mondo religioso. Credo che lì la carneficina sia minore.
— Questo sembra indicare una svolta nel suo pensiero.
— Sì, la svolta è reale.
— Può spiegarla?
— Ho il presentimento che il segreto stia nell’aver raggiunto lo scetticismo. Non so se sia un bene o un male. Oggi mi riesce difficile credere nella redenzione di chi soffre. Ci sono molti elementi che sembrano indicare che il mondo stia crescendo dentro una battaglia in cui non c’è posto per la pietà. Nemmeno per una pietà violenta. Non mi spiego?
Voglio dire che un atto di pietà può consistere nell’uccidere chi opprime. Ma temo che nemmeno questo serva a qualcosa.
— Quello che dice suona, in qualche modo, come disperazione.
— È disperazione.
Per l’orologio d’argento di Pier Paolo Pasolini sono le tre e mezza del mattino. Le luci bianche disegnano il suo cranio sullo sfondo degli sguardi di chi gli sta accanto.
— Cercherò di chiarire: mi dispera sapere che la lotta per il progresso dell’uomo possa essere inutile, perché tutto sembra già predisposto affinché gli uomini divorino gli uomini.
— Conosce Porcile?
— No.
— È un mio film che ha un’enorme affinità con Medea, del 1970.
Con voce acuta, quasi stridula, Pasolini comincia a raccontare una storia. È un terremoto, un’alienazione: quella di Porcile.
— Nel film ci sono due racconti.
Il primo non ha coordinate precise di spazio e di tempo. Potrebbe svolgersi in qualsiasi luogo e in qualsiasi epoca della storia. Un uomo vaga affamato nel deserto, alla ricerca di cibo. Mangia piante, insetti, serpenti. Attraversando un campo di battaglia, indossa l’armatura di un cadavere e si mette in attesa.
Arriva qualcuno che uccide, smembra e mangia. L’uomo si unisce a un altro antropofago e, in seguito, altri ancora si aggiungono a loro. Violentano, assassinano e divorano esseri umani.
Allarmata, l’autorità religiosa decide di attirare i cannibali esponendo alla loro vista un uomo e una ragazza. La banda si avventa sulle vittime e viene catturata. I suoi componenti sono condannati a essere sbranati dalle belve e a baciare un crocifisso.
Tutti accettano, tranne il vagabondo iniziale. Lui si alza e grida: «Ho ucciso mio padre, ho divorato carne umana e tremo di gioia».
Il secondo racconto descrive invece il conflitto tra due industriali tedeschi: un capitalista tradizionale e un neocapitalista, interpretato da Ugo Tognazzi. I due competono, possiedono industrie simili e si ricattano a vicenda con le informazioni compromettenti che i rispettivi investigatori hanno raccolto.
Uno di loro, il signor Hirt, ex criminale nazista che collezionava crani di ebrei per l’Università di Strasburgo, ha un figlio che riesce a comunicare soltanto con i maiali.
Alla fine, invece di continuare la guerra attraverso i ricatti, i due industriali decidono di fondere le proprie aziende. Per festeggiare organizzano una grande festa.
Nel pieno dei festeggiamenti, arriva la notizia che il figlio di Hirt, recatosi come al solito a incontrare i maiali, è stato divorato da loro. Gli animali hanno inghiottito tutto: i capelli, le mani, persino i bottoni.
Il film termina con l’ordine di Hirt di mantenere il silenzio su quanto è accaduto. I maiali hanno divorato qualcuno che era molto più maiale di loro.
— Non sembra un’opera particolarmente ottimista.
— No, non lo è. Ho gettato il mio ottimismo in mare, con un giogo ai piedi. Per me la sintesi è chiarissima: si tratta del bene e del male, della luce e dell’ombra. Il male trionfa e io non posso fare altro che dirlo. Non è una questione politica, ma teologica.
— Intr vede una possibile soluzione?
— No, nessuna.
A quel punto Pier Paolo Pasolini si alza e si avvicina alla finestra. Guarda l’alba senza parlare. Poi si volta, porta l’indice e il pollice sugli zigomi e decide che è arrivato il momento di provare a dormire.
Pier Paolo Pasolini. Un creatore disperato, di Mario Mactas. Fotografie: Gabriel Alvarado e Mario Paganetti, su «Gente», gennaio-marzo 1970, pp. 8-10.


