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Cesare Pavese ou la mort viendra et elle aura tes yeux. Pier Paolo Pasolini parla dello scrittore piemontese, intervista per il documentario, di Franco Contini (1972).

9 set
Tempo di lettura: 4 min

Nel 1972 Franco Contini era impegnato nella realizzazione del film-documentario Cesare Pavese ou la mort viendra et elle aura tes yeux. Nel corso della lavorazione ebbe modo di incontrare Pier Paolo Pasolini in un albergo a Torino, e decise di coinvolgerlo nel progetto, chiedendogli di rilasciare un’intervista sullo scrittore e poeta piemontese. Pasolini accettò, ma l’intervento non fu mai trasmesso. Nel corso dell’intervista espresse infatti un giudizio fortemente critico nei confronti di Pavese, definendolo «mediocre» e «provinciale». A suo avviso, soltanto l’impegno politico dello scrittore e la fedeltà alla propria concezione della morale letteraria potevano essere riconosciuti, seppure con qualche riserva, come elementi di valore.


Il giudizio espresso in questa occasione non rappresentava, tuttavia, una posizione isolata. In precedenza, Pasolini aveva manifestato più volte la propria avversione nei confronti di Pavese, estendendo la sua valutazione critica anche alla più ampia tradizione della poesia e della letteratura piemontese.


Già nel 1961, infatti, in riferimento alla produzione letteraria di quest’area geografica, osservava polemicamente: «Mi si perdoni l’istituzione di questa componente, e mi si capisca col grano di sale. Non sono mica razzista! Ma questo severo salotto pedemontano che è la letteratura piemontese, presenta, oggettivamente, sempre lo stesso tipo di pudore espressivo. La stessa mancanza di colore: tutto diventa marrone, grigio, gialletto, come mangiato dal tempo. Il colore del moralismo. Il colore di Gobetti. La funzione Pavese». [1]


Nel dicembre 1973, in una recensione su Fenoglio: «La mia avversione a Pavese non è, per gli addetti ai lavori, un mistero. Il dovere di occuparmi di quei paesi, di quelle cittadine e di quelle campagne, cercando di decifrare quella prosa così grigia ma insieme così oracolare, che le esprimeva, mi è parsa subito una fatica quasi insormontabile. Mi sono ripreso trasformando la mia domanda di lettore da “cosa scrive Fenoglio?” in “come scrive Fenoglio?”. Da quel momento ho potuto continuare a leggere». [2]


INTERVISTA


Franco Contini: Pasolini, lei è un famoso romanziere e famoso cineasta che tutti conosciamo e ammiriamo e vorrei che ci dica che cosa Pavese è stato, è e cosa è ancora per lei.


Pier Paolo Pasolini: Penso che lei mi chiede un giudizio sull’opera di Pavese in conclusione. Ogni giudizio critico all’inizio è sempre assiologico, consiste in un sì o in un no. Su Pavese il mio giudizio è no; da sempre, da quando ho iniziato a leggerlo che ero quasi ragazzo. Ed è no, non tanto perché non lo considero un grande scrittore, è no perché lo considero uno scrittore medio, che non va oltre la media di uno scrittore italiano.


FC: Nessuna opera va salvata da questo giudizio?


PPP: Per me Pavese è un letterato medio italiano, nessuno sopra va oltre questa linea media o addirittura mediocre insomma.


FC: Pavese è stato, nella sua epoca uno scrittore impegnato, sappiamo che anche lei si occupa molto di politica e da questo punto di vista cosa pensa dell’impegno di Pavese?


PPP: L’impegno di Pavese è stato molto corretto. In quegli anni era facile avere un impegno politico corretto perché consisteva soprattutto nell’essere antifascisti e immediatamente dopo la guerra consisteva nell’adeguarsi ai valori nati dalla resistenza. Era l’inizio di quell’epoca che si è chiamata “dell’impegno letterario”. A quel punto era facile e il suo impegno politico è stato corretto e forse da questo dipende la sua fortuna: è uno scrittore che non suscita grandi problemi, né letterari né politici.


FC: Cosa pensa che Pavese rappresenti nella cultura italiana?


PPP: Nella cultura italiana, quella viva e operante, non rappresenta molto; ha il suo posto, è ben catalogato in una storia della letteratura italiana contemporanea perché, ripeto, è uno scrittore medio e mediocre ma assolutamente rigoroso, mai venuto meno alla sua morale letteraria, questo bisogna assolutamente ammetterlo.


Per quel che riguarda la popolarità, la letteratura intesa come consumo popolare, Pavese continua ad avere una certa rilevanza sempre. Anzi direi che soprattutto in provincia, presso l’élite culturale della provincia italiana, guai a non fare subito il nome di Pavese; una specie di distintivo che uno ha all’occhiello e che lo distingue dalla massa che non conosce Pavese, una specie di vanto.


FC: I giovani, quelli nati dopo il ’68, nati culturalmente dopo il ’68, leggono Pavese o no?


PPP: Ho l’impressione che il ’68 abbia dato un brutto colpo alla letteratura, a tutti i livelli e tutti gli autori e che anche Pavese abbia un po’ traballato dopo il colpo inferto dal ’68 alla cultura italiana. Però continua ad avere quella funzione che le dicevo, soprattutto in provincia, un giovane provinciale anche di 18-19 anni fa il nome di Pavese come se fosse un distintivo, che lo lega ai centri culturali, quali si guardano bene dal deluderlo perché temono l’impopolarità.


Cesare Pavese ou la mort viendra et elle aura tes yeux

Réalisé par Franco Contini • Écrit par Franco Contini

France • 1972

ORTF - Office de Radiodiffusion-Télévision Française


[1] P.P. PASOLINI, Piemonte, Scrittori della realtà dall'VIII al XIX secolo, Garzanti, Milano, 1961, ora in Altri saggi della maturità, SLA II, p.2326.

[2] P.P. PASOLINI, Prefazione di Pasolini all'edizione Palazzi di Fenoglio, datata dicembre 1973, ora in Descrizioni di descrizioni, SLA II, p.1951.


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