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Il Volgar’eloquio di Pasolini. Ultimo incontro con il pubblico

Volgar’eloquio, è la trascrizione di un dibattito tenuto il 21 ottobre 1975, due settimane prima della tragica morte, nella biblioteca del liceo classico «Palmieri» di Lecce. Pasolini da una parte, professori e studenti dall'altra. Tema del confronto, «Dialetto a scuola».



Pier Paolo Pasolini durante l'incontro a Lecce (1975) © Archivio Piromalli / Riproduzione riservata

«Devo dirvi che io non so parlare, non saprei mai fare una conferenza o una lezione, e quindi direi di passar quasi immediatamente al dibattito. Forse come spunto, come indirizzo a questo dibattito, invece che improvvisare un cappello, che non saprei fare bene, vi leggerà un pezzettino di una mia poesia, che è il monologo finale di un dramma che si chiama Bestia da stile, e da cui mi è venuta l'idea di intitolare questo nostro incontro Volgar'eloquio. Prima vi leggo l'ultima strofa di questa poesia e poi vi informo di che cosa si tratta. E' una poesia che cita e, in un certo senso, rifa e mima i Cantos di Pound: quindi ci sono anche citazioni di Pound dentro, e altre citazioni, su cui magari dopo faremo una breve nota».


Così esordisce Pasolini. E già la premessa è una provocazione. Legge l'ultima strofa della poesia e quei versi suonano come una frustata.


«Nel tuo fascismo privo di violenza, di ignoranza, di volgarità, di bigotteria/ Destra sublime che è in tutti noi,/ "rapporto di intimità col Potere", prenditi sulle spalle tutto questo...».


Silenzio in aula. Occhi stupiti di studenti: perchè quei versi? Pasolini immagina di parlare a un giovane neofascista, e di invitarlo a caricarsi sulle spalle il fardello dì un mondo perduto: l'umanità contadina scomparsa, i valori di ieri ormai diventati retorici perchè sostituiti dai valori vuoti del presente. Il presente dei consumi. E Pasolini chiama in causa la «destra sublime che è in noi»: non la destra politica, naturalmente, ma una destra mitica, irreale, immaginaria, che sola, secondo lui, può assumersi il compito di difendere almeno nella memoria il patrimonio dei valori perduti.


«E' assurdo che queste case diventino appannaggio dei fascisti; sono valori, temi, problemi, amori, rimpianti, che in fondo valgono per tutti; se ne sono appropriati i fascisti per ragioni retoriche, per sfruttarne il senso. In realtà sono temi di tutti:..».


Perchè la sinistra, dirà Pasolini, continua a tacere? Un intervento «ambiguo», nota Gian Carlo Ferretti nell'introduzione al volume. Verissimo. Eppure tutto il Pasolini degli ultimi anni, dagli Scritti corsari alle Lettere luterane è volutamente ambiguo. Vuole scuotere, irritate, colpire. Vuole far vacillare certezze e sbriciolare dogmi. E uno dei bersagli preferiti è la «retorica di sinistra».


Nell'Italia del '75 quando alle elezioni amministrative di giugno il pci tocca il massimo storico e il clima culturale del Paese riflette l'euforia del successo, Pasolini, che pure vota per il pci, è l'unica voce stonata del coro.


«Da qualche tempo vado panando che in Italia si sta formando un nuovo tipo di chierico, ed è il progressista... Secondo me questo nuovo chierico, che comincia a diventare egemone nella cultura nazionale, è lui semmai l'antiquato. E' l'antiquato perchè non tiene conto dei cambiamenti profondi e totali che sono avvenuti in questi ultimi dieci anni e che sono dovuti a un nuovo tipo di capitalismo.


Quindi bisogna lottare in modo diverso, essere progressisti in modo diverso... L'Arcadia è chi riposa sulle idee progressiste di dieci anni fa, die gratificavano le coscienze di una grande pienezza democratica, di grande tolleranza, e invece adesso si sono rivelate vuote, svuotate. Vanno riverginate, rivitalizzate, queste vecchie idee progressiste».


E in che modo? Pasolini non lo sa. Ma almeno pone il problema in anni non sospetti, quando il pci è ad un passo dal potere e quasi tutta la cultura, si professa «progressista». Vedeva lontano, Pasolini. Oggi, a dodici anni di distanza, quei valori segnano il passo proprio come diceva lui, e l'attuale malessere del pei ne è la dimostrazione.


Quella voce pacata, quasi timida continua a parlare:


«Bisogna trovare un nuovo modo di essere, un nuovo modo di essere tolleranti, illuministi, progressisti, un nuovo modo di essere liberi. E' un problema centrale della nostra vita».


Chi era Pasolini? Un navigatore solitario che cercava e sfidava la tempesta. E oggi, proprio sotto le tavole di quella zattera, vive ancora un patrimonio da scoprire, un'eredità sommersa di documenti, scritti e idee che finiranno col gettare nuova luce sul personaggio. Articoli non pubblicati, interviste concesse a Radio e tv e mai frasai tte, interventi a conferenze, appunti, note. E poi i discorsi «sul campo», quando lui, invitato in qualche liceo o a una delle tante feste dell'Unità, vestiva i panni dell'eretico, sguainava la spada e si avventava contro le corazze dell'ortodossia.


I tabù della sinistra, la sua retorica, il finto benessere con i suoi falsi valori che trasformano il proletario felice in piccolo borghese infelice. E Pasolini si gettava nella mischia a gridare le sue profezie, si misurava a viso aperto con la gente e i giovani. Confronti accesi, dialoghi a volte aspri fra fischi, applausi e interruzioni. Pasolini seduto a tavolino in una sala, o circondato da tanti ragazzi in uno spiazzo all'aperto: giacca di velluto e un paio di jeans, gli occhiali dalle lenti spesse, il ciuffo ribelle. Lui che spiegava la fine e e il rimpianto per i vecchi valori dell'Italia contadina, e se la prendeva con la «falsa tolleranza» e il «progressismo» dei tempi, «che tende a diventare una nuova forma di clericalismo».


E quando diceva che «il Potere si accinge di fatto ad assumere gli intellettuali progressisti come propri chierici», sapeva di dare uno schiaffo a rutta la platea. E allora erano interruzioni e urla. Ma Pasolini continuava: «Le certezze laiche, razionali, democratiche, progressiste: così come sono non valgono più. Il divenire storico è divenuto, e quelle certezze sono rimaste com'erano».


Quanti combattimenti. E quante fra le analisi di allora suonano ancora come note stonate per chi ama cantare nel coro.


Mauro Anselmo Pasolini sulla coscienza © La Stampa, 29 giugno 1987


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