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  • Immagine del redattoreCittà Pasolini

Sfida ai dirigenti della televisione. Pasolini, dicembre 1975. Il Corriere della sera.


Pier Paolo Pasolini durante le riprese a Roma del film "Il fiore delle Mille e una notte" (1973) © Gideon Bachmann/Cinemazero/Tutti i diritti riservati


Molti lamentano (in questo frangente dell’austerity) i disagi dovuti alla mancanza di una vita sociale e culturale organizzata fuori dal Centro «cattivo» nelle periferie «buone» (viste come dormitori senza verde, senza servizi, senza autonomia, senza più reali rapporti umani). Lamento retorico. Se infatti ciò di cui nelle periferie si lamenta la mancanza, ci fosse, esso sarebbe comunque organizzato dal Centro. Quello stesso Centro che, in pochi anni, ha distrutto tutte le culture periferiche dalle quali —appunto fino a pochi anni fa — era assicurata una vita propria, sostanzialmente libera, anche alle periferie più povere e addirittura miserabili.


Nessun centralismo fascista è riuscito a fare ciò che ha fatto il centralismo della civiltà dei consumi. Il fascismo proponeva un modello, reazionario e monumentale, che però restava lettera morta. Le varie culture particolari (contadine, sottoproletarie, operaie) continuavano imperturbabili a uniformarsi ai loro antichi modelli: la repressione si limitava ad ottenere la loro adesione a parole. Oggi, al contrario, l’adesione ai modelli imposti dal Centro, è totale e incondizionata. I modelli culturali reali sono rinnegati. L’abiura è compiuta. Si può dunque affermare che la «tolleranza » della ideologia edonistica voluta dal nuovo potere, è la peggiore delle repressioni della storia umana. Come si è potuta esercitare tale repressione? Attraverso due rivoluzioni, interne all’organizzazione borghese: la rivoluzione delle infrastrutture e la rivoluzione del sistema d’informazioni. Le strade, la motorizzazione ecc. hanno ormai strettamente unito la periferia al Centro, abolendo ogni distanza materiale. Ma la rivoluzione del sistema d’informazioni è stata ancora più radicale e decisiva. Per mezzo della televisione, il Centro ha assimilato a sé l’intero paese, che era così storicamente differenziato e ricco di culture originali. Ha cominciato un’opera di omologazione distruttrice di ogni autenticità e concretezza. Ha imposto cioè — come dicevo — i suoi modelli: che sono i modelli voluti dalla nuova industrializzazione, la quale non si accontenta più di un «uomo che consuma», ma pretende che non siano concepibili altre ideologie che quella del consumo. Un edonismo neolaico, ciecamente dimentico di ogni valore umanistico e ciecamente estraneo alle scienze umane.


L’antecedente ideologia voluta e imposta dal potere era, come si sa, la religione: e il cattolicesimo, infatti, era formalmente l’unico fenomeno culturale che «omologava» gli italiani. Ora esso è diventato concorrente di quel nuovo fenomeno culturale «omologatore» che è l’edonismo di massa: e, come concorrente, il nuovo potere già da qualche anno ha cominciato a liquidarlo.


Non c’è infatti niente di religioso nel modello del Giovane Uomo e della Giovane Donna proposti e imposti dalla televisione. Essi sono due Persone che avvalorano la vita solo attraverso i suoi Beni di consumo (e, s’intende, vanno ancora a messa la domenica: in macchina). Gli italiani hanno accettato con entusiasmo questo nuovo modello che la televisione impone loro secondo le norme della Produzione creatrice di benessere (o, meglio, di salvezza dalla miseria). Lo hanno accettato: ma sono davvero in grado di realizzarlo?


No. O lo realizzano materialmente solo in parte, diventandone la caricatura, o non riescono a realizzarlo che in misura così minima da diventarne vittime. Frustrazione o addirittura ansia nevrotica sono ormai stati d’animo collettivi. Per esempio, i sottoproletari, fino a pochi anni fa, rispettavano la cultura e non si vergognavano della propria ignoranza. Anzi, erano fieri del proprio modello popolare di analfabeti in possesso però del mistero della realtà. Guardavano con un certo disprezzo spavaldo i «figli di papà», i piccoli borghesi, da cui si dissociavano, anche quando erano costretti a servirli. Adesso, al contrario, essi cominciano a vergognarsi della propria ignoranza: hanno abiurato dal proprio modello culturale (i giovanissimi non lo ricordano neanche più, l’hanno completamente perduto), e il nuovo modello che cercano di imitare non prevede l’analfabetismo e la rozzezza. I ragazzi sottoproletari — umiliati — cancellano nella loro carta d’identità il termine del loro mestiere, per sostituirlo con la qualifica di «studente». Naturalmente, da quando hanno cominciato a vergognarsi della loro ignoranza, hanno cominciato anche a disprezzare la cultura (caratteristica piccolo borghese, che essi hanno subito acquisito per mimesi). Nel tempo stesso, il ragazzo piccolo borghese, nell’adeguarsi al modello «televisivo» — che, essendo la sua stessa classe a creare e a volere, gli è sostanzialmente naturale — diviene stranamente rozzo e infelice. Se i sottoproletari si sono imborghesiti, i borghesi si sono sottoproletarizzati. La cultura che essi producono, essendo di carattere tecnologico e strettamente pragmatico, impedisce al vecchio «uomo» che è ancora in loro di svilupparsi. Da ciò deriva in essi una specie di rattrappimento delle facoltà intellettuali e morali.



La responsabilità della televisione, in tutto questo, è enorme. Non certo in quanto «mezzo tecnico», ma in quanto strumento del potere e potere essa stessa. Essa non è soltanto un luogo attraverso cui passano i messaggi, ma è un centro elaboratore di messaggi. È il luogo dove si fa concreta una mentalità che altrimenti non si saprebbe dove collocare. È attraverso lo spirito della televisione che si manifesta in concreto lo spirito del nuovo potere.


Non c’è dubbio (lo si vede dai risultati) che la televisione sia autoritaria e repressiva come mai nessun mezzo di informazione al mondo. Il giornale fascista e le scritte sui cascinali di slogans mussoliniani fanno ridere: come (con dolore) l’aratro rispetto a un trattore. Il fascismo, voglio ripeterlo, non è stato sostanzialmente in grado nemmeno di scalfire l’anima del popolo italiano: il nuovo fascismo, attraverso i nuovi mezzi di comunicazione e di informazione (specie, appunto, la televisione), non solo l’ha scalfita, ma l’ha lacerata, violata, bruttata per sempre. Ora una circostanza che non è certo dovuta al fato, rimette parzialmente gli italiani in una situazione umana «antica». Come una volta (cioè non più cinque o sei anni fa) gli italiani della periferia sono materialmente lontani dal Centro. La notte scende su mondi separati. La giornata si svolge secondo ritualità sociali diverse. Il tempo riacquista caratteri che parevano perduti e ripropone forme di esistenza che hanno un ritmo dimenticato. È una crisi. Perché nessuno può riadattarsi a una forma superata di vita, specie se superata attraverso un’abiura. Poiché la vita del borgo, del quartiere, della campagna, è irrecuperabile, agli italiani si pone dunque, sia pure per un solo giorno alla settimana, o per poche serate, il problema di come vivere e cosa fare.


Ciò che, in tutto ciò, resta immutato, e assicura così la continuità del modo di vita che si è ormai storicamente imposto, è la televisione. Non è difficile supporre che in questi mesi di relegazione e di noia, è alla televisione che gli italiani si rivolgeranno senza possibilità di scelte per passare il tempo. Così che in un periodo di emergenza che sembra però destinato a fissarsi e a essere il nostro futuro, la televisione diventerà ancora più potente: e la violenza del suo bombardamento ideologico non avrà più limiti. La forma di vita — sottoculturale, qualunquistica e volgare — descritta e imposta dalla televisione non avrà più alternative.


Ora i dirigenti della televisione usano dichiararsi innocenti da tutto questo: la loro formazione umanistica e cattolica, se anziani, la loro preparazione tecnica elevata se di mezza età, non impedisce loro di rimuovere le proprie responsabilità. Fingono di non capire e di credere onestamente alle loro aperture a sinistra, ai loro programmi culturali...

Eccoli dunque all’ora della verità. Se essi sono in buona fede, se il loro antico umanesimo, cattolico o laico, se la loro nuova cultura tecnica «progressiva», sono veramente sinceri, adesso che la televisione è chiamata a svolgere un ruolo decisivo per lo «spirito» della nuova società, essi devono dimostrare di essere dalla parte giusta, anche a rischio dell’inattualità e dell’impopolarità. Non li sfido a una revisione totale dei loro programmi (e della loro coscienza): non voglio chiedere l’impossibile. Li sfido, programmaticamente e elementarmente, su un punto solo.


Essi sanno bene che la cultura di massa, così com’è, è sottocultura, anzi, anticultura; e se il fenomeno è ormai irreversibile — essendo le masse una realtà — esso, come ogni fenomeno storico, va affrontato, corretto, modificato. Essi sanno bene, anche, che le lunghe serate e le lunghe domeniche invernali a casa possono riproporre il problema, o la soluzione, della lettura: che al contrario della televisione, non è un fenomeno di sottocultura, ma di cultura. Gli italiani (se mai li hanno scoperti) possono oggi riscoprire i libri. Io dunque sfido i dirigenti della televisione a dimostrare la loro buona fede e la loro buona volontà, attraverso un lancio delle lettura e dei libri: lancio da non relegare però ai programmi culturali, alle trasmissioni privilegiate: ma da organizzare secondo le infallibili regole pubblicitarie che impongono di consumare. Il lettore-testimone mi scusi se questo mio dolente pamphlet, trascinato oggettivamente alla brachilogia, «desinit in piscem»: ma i Barnabei , i Fabiani, i Romanò, e i loro colleghi che contano, se vogliono possono superare ogni difficoltà burocratica e mettere ogni sera «Carosello» (?!) e le altre trasmissioni analoghe, abbondantemente a disposizione di questo nuovo compito, così nobile, altruistico e scandalosamente contraddittorio.


Pier Paolo Pasolini. Sfida ai dirigenti della televisione sul Corriere della sera, 9 dicembre 1973, p.3

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