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Una premessa in versi. Pier Paolo Pasolini, una poesia del 1967




Pier Paolo Pasolini a casa sua, 1973 © Grazia Neri/Riproduzione riservata

Sono uno che è nato in una città piena di portici nel 1922. Ho dunque quarantaquattro anni, che porto bene (soltanto ieri due o tre soldati, in un boschetto di puttane, me ne hanno datia ventiquattro — poveri ragazzi che hanno preso un bambino per un loro coetaneo); mio padre è morto nel '59, mia madre è viva. Piango ancora, ogni volta che ci penso, su mio fratello Guido, un partigiano ucciso da altri partigiani, comunisti (era del Partito d'Azione, ma su mio consiglio; lui, aveva cominciato la Resistenza come comunista); sui monti, maledetti, di un confine disboscato con piccoli colli grigi e sconsolate prealpi. Quanto alla poesia, ho cominciato a sette anni: ma non ero precoce se non nella volontà. Sono stato un «poeta di sette anni» - come Rimbaud — ma solo nella vita. Ora, in un paese tra il mare e la montagna, dove scoppiano grandi temporali, d'inverno piove molto, in Febbraio si vedono le montagne chiare come il vetro, appena al di là dei rami nudi, e poi nascono le primule inodore, e d'estate gli appezzamenti, piccoli, di granoturco alternati a quelli verdecupo dell'erba medica si disegnano contro il cielo sfumato come un paesaggio misteriosamente orientale - ora, in quel paese, c'è una cassapanca piena dei manoscritti di uno dei tanti [ragazzi poeti. La cosa più importante della mia vita è stata mia madre (le si è aggiunto, solo ora, Ninetto). Nel '42 in una città dove il mio paese è così se stesso da sembrare un paese di sogno, con la grande poesia [dell'impoeticità, formicolante di gente contadina e piccole industrie, molto benessere, buon vino, buona tavola, gente educata e grossolana, un po' volgare ma sensibile, in quella città ho pubblicato il primo libriccino di versi, col titolo, per allora, conformista di «Poesie a Casarsa», dedicato, per conformismo, a mio padre, che l'ha ricevuto nel Kenia. Era là prigioniero, vittima ignara e senza critica della guerra fascista. Gli ha fatto un immenso piacere, lo so, riceverlo: eravamo grandi nemici, ma la nostra inimicizia faceva parte del destino, era [fuori di noi. E segno di quel nostro odio, segno ineluttabile, segno per un'indagine filologica che non sbaglia —che non può sbagliare - quel libro dedicato a lui era scritto in dialetto friulano! Il dialetto di mia madre! Il dialetto di un mondo piccolo, ch'egli non poteva non disprezzare, —o comunque accettare paternalisticamente E ciò per una precedente contraddizione: una di quelle, ancora, che non possono tradire gli scienziati! Là dove si parlava quel dialetto, egli si era infatti Innamorato di mia madre. Così, attraverso lei, il mondo piccolo, inferiore, contadino, quasi negro, ch'egli disprezzava l'aveva reso schiavo: ma anche stavolta, lui non lo sapeva. Non sapeva che il suo padrone era quell'amore che attraverso una donna bambina (mia madre!) bella, dalla bella gola, dall'anima troppo innocente di angelo inadatto a vivere fuori dai paesi, appunto, dai aveva vanificato tutte le sue certezze morali di misero uomo fatto per essere lui, il padrone. Così ora, quel dialetto, era una cosa diabolica. Era il centro di mille altre contraddizioni. Di cui la più cocente consisteva nel fatto che non poteva [essere ammesso <perché> era consacrata dalla stampa e dalle candide pagine di un libro di poesia di cui il figlio ventenne era l'Autore. Dunque non si poteva nemmeno cominciare l'esame, dato che non erano ammissibili, di quelle contraddizioni: che furono così come nubi nere con spaventosi tuoni, indice di totale sconfitta e di morte, in fondo all'orizzonte luminoso dell'orgoglio di un [padre prigioniero. Basta,a alla fine della guerra è tornato in Italia, con quel libretto di versi friulani nella valigia. Cimelio sacro, ricordo di famiglia, attestato di grandezza anche futura. Devo aggiungere che mio padre approvava il fascismo. E qui c'è la seconda contraddizione, quella pubblica: il fascismo non tollerava i dialetti, segni dell'irrealizzata unità di questo paese dove sono nato, inammissibili e spudorate realtà nel cuore dei nazionalisti. Per questo quel mio libro non fu recensito nelle riviste [ufficiali. E Gianfranco Contini dovette inviare la sua recensione (la gioia letteraria, quella, più grande della mia vita) ad un giornale di Lugano. Con la fine del fascismo, cominciò la fine di mio padre. Questo del fascismo è un alibi, con cui pure giustifico il [mio odio, ingiusto, per quel povero uomo: e devo dire tuttavia [ch'è un odio, orrendamente misto a compassione. Ora che ho immeritatamente quarantaquattro anni, circa l'età che lui aveva al tempo delle mie prime poesie, lo vedo fuori dalla mia storia, in una vicenda che mi è totalmente estranea, in cui io sono un colpevole eroe oggettivo. Perché devo ricordare che, col mio amore iniziale per mia madre, c'è stato un amore anche per lui: e dei sensi. Devo ricordare i miei passetti di ragazzino di tre anni, in una città perduta miseramente tra i monti, dall'aria già un po' austriaca, quasi alle sorgenti di un fiume dal nome di museo e di e di miseria, [guerra un fiume celeste fra grandi ghiaie pedemontane - i miei passetti lungo il ciglio di una strada colpita da un sole che non era della mia vita ma di quella dei miei genitori, verso il ciglio dove mio padre, uomo giovane, stava orinando... Devo aggiungere, ancora, per finire questa storia — asimmetrica nell'insieme del mio poema - che quei miei versi friulani sono i miei più belli (insieme a quelli scritti fino a ventitré, ventiquattro anni, pubblicati più tardi col titolo «La meglio gioventù», e insieme anche ai coevi versi italiani, nati da quella profonda elegia friulana di autolesionista, esibizionista e masturbatore, tra i gelsi e le vigne viste con l'occhio più puro del mondo; si chiamano, quei versi, «L'Usignolo della Chiesa Cattolica», e il loro «falsetto» è ancora una musica atroce e sottile che, da laggiù, mi affascina e mi attira indietro. Non posso dirvi altre cose del mio soggiorno in quel paese di temporali e primule, un po' d'Oriente ai confini piccolo borghesi con l'Austria: s'incaricheranno magari dei giornalisti italiani fascisti o semplicemente anticomunisti. Fuggii con mia madre e una valigia e un po' di gioie che [risultarono false, su un treno lento come un merci, per la pianura friulana coperta da un leggero e duro strato Andavamo verso Roma. Avevamo dunque, abbandonato mio padre accanto a una stufetta di poveri, col suo vecchio pastrano militare e le sue orrende furie di malato di cirrosi e sindromi Ho vissuto [paranoidee. quella pagina di romanzo, l'unica della mia vita: per il resto, che volete, son vissuto dentro una lirica, come ogni ossesso. Avevo tra i miei manoscritti anche il mio primo romanzo: erano quelli i tempi di «Ladri di biciclette» e i letterati stavano scoprendo l'Italia. (Ora io non sono più un letterato, evito gli altri, non ho niente a che fare coi loro premi e con riviste.a) Arrivammo a Roma, aiutati da un mio dolce zio, che mi ha dato un po' del suo sangue: io vivevo come può vivere un condannato a morte sempre con quel pensiero come una cosa addosso, — disonore, disoccupazione, miseria. Mia madre si ridusse per qualche tempo a fare la serva. E io non guarirò mai più di questo male. Perché io sono un piccolo borghese, e non so sorridere... come Mozart... In un film — che ho chiamato «Uccellacci e uccellini» - ho tentato sì è vero l'opera buffa, suprema ambizione di [uno scrittore, — ma ci sono riuscito solo in parte, perché io sono un piccolo borghese e tendo a drammatizzare tutto. Come sono diventato marxista? Ebbene... andavo tra fiorellini candidi e azzurrini di [primavera, quelli che nascono subito dopo le primule, — e poco prima che le acacie si carichino di fiori, odorosi come carne umana, che si decompone al calore della più bella stagione — [sublime e scrivevo sulle rive dí piccoli stagni che laggiù, nel paese di mia madre, con uno di quei nomi intraducibili si dicono «fonde», coi ragazzi figli dei contadini che facevano il loro bagno innocente (perché erano impassibili dí fronte alla loro vita mentre io li credevo coscienti di quelloa che erano) scrivevo le poesie dell'«Usignolo della Chiesa Cattolica»: questo avveniva nel '43: nel '45 fu tutt'un'altra cosa. Quei figli di contadini, divenuti un poco più grandi, si erano messi un giorno un fazzoletto rosso al collo ed erano marciati verso il centro mandamentale, con le sue porte e i suoi palazzetti veneziani. Fu così che io seppi ch'erano braccianti, e che dunque c'erano i padroni. Fuí dalla parte dei braccianti, e lessi Marx. [...] Grande è il tuo spiritualismo, America! Ma sarà ancora più grande quanto sarà sfatata la sua Io amo Ginsberg: [innocenza! era tanto che non leggevo poesie di un poeta fratello - credo dai tempi, in quel paese di temporali e di primule, in cui ho letto i canti greci di Tommaseo, e Machado. Nessun artista in nessun paese è libero. Egli è una vivente contestazione. Pound va in prigione come Siniavskij e Daniel, e il Sig. Lennon ha scandalizzato tutti, credo anche i Quanto a me, un innocente non è mai creduto, ed egli del resto è troppo occupato a pensare a un fiume celeste tra grandi ghiaie pedemontane, che scorre nel sole dei suoi genitori, in altre vite, in vite interpretate in altro modo, in un significato diverso della vita, che non è neanche quello dei sogni, se la nostra vita non è che un'ombra sulla nostra vera vita che non conosciamo. A Roma, dal '50 a oggi, Agosto del 1966, non ho fatto altro che soffrire e lavorare avidamente.a Ho insegnato, dopo quell'anno di disoccupazione e fine [della vita, in una scuoletta privata, a ventisette mila lireb al mese: frattanto mio padre ci aveva raggiunto e non parlammo mai della nostra fuga, mia e di mia madre. Fu un fatto normale, un trasferimento in due tempi. Abitammo in una casa senza tetto e senza intonaco, una casa di poveri, all'estrema periferia, vicino a un [carcere. C'era un palmo di polvere d'estate, e la palude d'inverno. Ma era l'Italia, l'Italia scoperta coi suoi ragazzi, le sue donne, i suoi «odori di gelsomini e povere minestre», i tramonti sui campi dell'Aniene, i mucchi di spazzature: e, quanto a me, i miei sogni integri di poesia. Tutto poteva, nella poesia, avere una soluzione. Mi pareva che l'Italia, la sua descrizione e il suo destino, dipendesse da quello che io ne scrivevo, in quei versi intrisi di realtà immediata, non più nostalgica, quasi l'avessi guadagnata col mio [sudore, <Certo, quanto conta, anche nel senso più misero una condizione economica:> non aveva peso il fatto ch'io fossi ricco di cultura e amore, aveva molto più peso il fatto che io, certi giorni, non spendessi nemmeno le cento lire per andarea [dal barbiere: la mia figura economica, benché instabile e folle, era in quel momento, per molti aspetti, simile a quella della gente tra cui abitavo: in questo eravamo proprio fratelli, o almeno pari. Perciò, credo, ho molto potuto capirli. E per capire i miei romanzi intraducibili, leggete la prefazione di Oscar Lewis al suo romanzo si tratta di quello. [registrato: [...] Anche la borghesia italiana può essere, dunque, razzista. Non ne ha avuto finora occasione, la prima occasione minima, i miei romanzi, l'hanno scatenato. Ho provato quello che può provare un negro a Chicago, il terrore. Ma io dimentico presto, e tutti i terrori non sono divenuti che una cosa sopra e addosso a me, una cosa speciale, quella cosa, e così l'ho accantonata e sofferta nelle viscere: mi si è aperta un'ulcera, di cui certamente prima o poi morirò. Brutto colpo per il sogno ininterrotto della mia giovinezza! La borghesia italiana intorno a me è una torma di assassini. Non spero certo migliore accoglienza dalla borghesia [americana. Nel mondo del capitale la vita è una scommessa da vincere o da perdere: è la condizione umana del laicismo borghese. Chi si scopre, o si confessa, o non teme il ridicolo, finisce male: è la legge. Cari Americani, non pacifisti e non spiritualisti, ossia enorme maggioranza benpensante, il vostro Dio è un idiota come ogni cittadino medio che desidera con tutte le sue forze e con tutto il suo spirito di essere come tutti gli altri: ed è per questo suo amore folle per l'uguaglianza, che la Chi di voi ha pianto [odia. per il ragazzo greco condannato a morte per obiezione di coscienza? Fate un breve esame di coscienza: chi non ha versato queste lacrime è un porco. Ma io non sto facendo che un poema bio-bibliografico, torniamo all'argomento: «Ragazzi di vita» e «Una vita violenta» sono i titoli di quei miei due romanzi che hanno spiato l'odio razzista italiano. Scritti nel cuore degli Anni Cinquanta. Mentre i titoli dei miei libri di versi, scritti in gestione contemporanea, sono: «Le ceneri di Gramsci», «La religione del mio tempo», «Poesia in forma di rosa». È in quest'ultimo che qualcosa si è rotto: forse era la presenza, ancora a me non direttamente nota, della nuova sinistra americana, <e l'operare lontano di [Ginsberg. Vi ho falsamente abiurato dall'impegno, ma perché so che l'impegno è inderogabile, e oggi più che mai. E oggi, vi dirò, che non solo bisogna impegnarsi nello ma nel vivere: scrivere, bisogna resistere nello scandalo e nella rabbia, più che mai, ingenui come caprettia al macello, torbidi come vittime, appunto: bisogna dire più alto che mai il disprezzo verso la borghesia, urlare contro la sua volgarità, sputare sopra la sua irrealtà che essa ha eletto a realtà, non cedere in un atto e in una parola nell'odio totale contro di esse, le sue polizie, le sue magistrature, le sue televisioni, i suoi giornali: e qui io, piccolo borghese che drammatizza tutto, così ben educato da una madre dalla dolce e timida anima della morale contadina, vorrei tessere un elogio della sporcizia, della miseria, della droga e del suicidio: io privilegiato poeta marxista che ha strumenti e armi ideologiche per combattere, e abbastanza moralismo per condannare il puro atto di io, profondamente perbene, [scandalo, faccio questo elogio, perché, la droga, lo schifo, la rabbia, íl suicidio sono, con la religione, la sola speranza rimasta: contestazione pura e azione su cui si misura l'enorme torto del mondo. Non è necessario che una vittima sappia e parli. Nel '60 ho poi girato il mio primo film, che, come ho detto, s'intitola «Accattone». Perché sono passato dalla letteratura al cinema? Questa è, nelle domande prevedibili in un'intervista, una domanda inevitabile, e lo è stata. Rispondevo dunque ch'era per cambiare tecnica, che io avevo bisogno di una nuova tecnica per dire una [cosa nuova, o, il contrario, che dicevo la stessa cosa, sempre, e perciò dovevo cambiare tecnica: secondo le varianti [dell'ossessione. Ma ero solo in parte sincero nel dare questa risposta: il vero di essa era in quello che avevo fatto fino allora. Poi mi accorsi che non si trattava di una tecnica letteraria, quasi appartenente alla stessa lingua con cui si scrive: ma era, essa stessa una lingua... E allora dissi le ragioni oscure che presiedettero alla mia scelta: quante volte rabbiosamente e avventatamente avevo detto di voler rinunciare alla mia cittadinanza italiana! Ebbene, abbandonando la lingua italiana, e con essa, un po' alla volta, la letteratura, io rinunciavo alla mia nazionalità. Dicevo no alle mie origini piccolo borghesi, voltavo le spalle a tutto ciò che fa italiano, protestavo, ingenuamente, inscenando un'abiura che, nel momento di umiliarmi e castrarmi, mi esaltava. Ma non ero del tutto sincero, ancora. Poiché il cinema non è solo un'esperienza linguistica, ma, proprio in quanto ricerca linguistica, è [un'esperienza filosofica. Un giorno andavo, come un pesce fuori dalla rete, nell'aria secca nei dintorni di un promontorio vacante d'anime, malato nell'azzurro, e ora vi dirò cosa mi successe e come realmente [andarono le cose. Andavo, quel giorno, per una strada secca, con le mani altrettanto secche e così il cervello — vi dirò che solo il ventre era vivo, come quel promontorio [nell'inutile azzurro, Tutti i miti erano crollati e decomposti ma almeno nel promontorio qualcuno viveva. Insomma, spinto dal ventre vivente e dalla mia miopia, mi pilotai nel sole secco, su un po' d'asfalto, tra alcuni cespugliacci d'autunno ancora estivi, contro un casale solo al sole, con disegni vivaci di vecchie pareti e vecchi paletti e [vecchie reti e vecchie stecconate, azzurro e bianco, — siamo in Italia — dove il sole misto alla pioggia [dolcemente puzzava. Là dentro c'era un ragazzo torvo, col grembiule (credo [di ricordare), i capelli fitti da donna, la pelle pallida e tirata, una certa folle innocenza negli [occhi, di santo ostinato, di figlio che si vuole uguale alla buona [madre. <In pratica — lo vidi subito — un povero ossesso: cui l'ignoranza dava tradizionali sicurezze, trasformando la sua cadaverica nevrosi in rigore d'obbediente figlio identificato coi padri.> Come ti chiami, che fai, vai a ballare, hai la ragazza, guadagni abbastanza, furono gli argomenti con cui retrocessi dal primo impeto della vecchia libidine della controra come un pesce prendendo la coca cola. [seccato, Voi avete visto il mio Vangelo. Avete visto i volti del mio Vangelo. Non potevo sbagliare, perché talvolta, quando si gira, le in pochi minuti: [decisioni dovevano avvenire non ho sbagliato mai, nei volti, nei volti <...> perché la mia libidine e la mia timidezza mi hanno costretto a conoscere bene i miei simili. Conobbi subito in pochi minuti anche lui, il misero indemoniato del casale assediato dal sole.

L'inverno veniva, a contraddire il superstite sole <...> alle avventure, e l'inverno veniva ed era lì nel suo volto, con le sue tenebre e, le sue case silenziose, la sua <...> Mi ritirai. [castità. Ma non in tempo perché egli non sentisse, come una [donna, il terrore per il padre non simile ai padri che avevano costituito, per la sua obbedienza, il mondo. Ebbene, prima non so che piccola autorità di quel promontorio abbandonato dagli uomini e assalito dai borghesi <calanti> da Roma, idioti e consacrati alla gli credette. [norma, Gli credette poi non so che colonnello,a dal viso pestato da un destino poveramente mondano. Gli credette un giudice istruttore con negli occhi la stessa espressione di bianco caprone dei palazzetti novecento di quel dove operava. [borgo assurdo, Gli credette infine il Presidente del tribunale che mi condannò, sia pure a venti o trenta giorni, formali. Il ragazzo dal pallore di santo aveva raccontato che era entrato nella sua bottega, quel giorno di sole, un bandito, con un cappello nero, il quale si era infilato un paio di guanti neri, aveva caricato una pistola con una pallottola d'oro, gli aveva intimato la resa e aveva sottratto dal suo cassetto circa tre dollari. Andandosene, poi, lo aveva minacciato, poiché lui, l'aggredito, aveva afferrato, per difendersi, [un coltello Vi ho raccontato queste cose in uno stile non poetico perché tu non mi leggessi come si legge un poeta. Esisteva poi in Italia un certo Salvatore Pagliuca, senatore di non so che partito, esisteva giù, nel Sud di Levi, tra villaggi secchi al sole delle alluvioni, dove crescono splendidi ulivi e splendide ginestre. A digiuno di ulivi e di ginestre, come io ero a digiuno della sua esistenza, questo Signor Salvatore Pagliuca, vide la mia storia sopra Accattone, e sentì che un moro dai denti scintillanti, come un lupo feroce dal calcio prezioso, si chiamava Salvatore Pagliuco. Si ritenne offeso, mi fece querela, vinse il processo e ottenne molti milioni di danni. Ti ho raccontato questa cosa in uno stile non poetico perché tu non mi leggessi come si legge un poeta. Un giorno dei primi Anni Sessanta (il periodo in cui tutto questo accade) consegnai a un piccolo re del cinema di nome Amato e [al suo compare Amoroso una sceneggiatura che porta l'agreste titolo di: «Ricotta». Forse avrete visto questo mio film al Festival di New York di qualche anno fa. In quello scenario, scritto come scrive uno scrittore, c'era qualche parola non lieve, e poca grazia verso la religione della borghesia cattolica del mio paese. Per una delle tante ragioni che tu, critico [cinematografico, conosci bene, il film andò a monte, Amatoa morì, e Amoroso,b mi intentò un processo accusando il mio copione scabroso per il pubblico medio di avergli impedito di fare íl suo film. Sarebbe come se il Sig. Crawther consegnasse a Levin, per richiesta dello stesso Levin, un manoscritto troppo roseo, buono solo per educande, e il Sig. Levin, non trovandolo buono, per ragioni sue, gli facesse un processo perché l'eccessivo color roseo del copione di Crawther, del dolce Crawther, gli aveva impedito dí realizzare il film ch'egli voleva. Ho perso anche questo processo e non so quante decine [di milioni dovrei sborsare a quella perla del signor Loving rovinato da quella mia prima stesura di un copione inadatto agli italiani medi. Anche questa cosa te l'ho raccontata in uno stile non poetico perché tu non mi leggessi come si legge un poeta. Così è decaduta la stima per la poesia, tipica delle infanzie che credono nell'eterno; illusione che non depenna` i nazionalismi, inconsciamente, [credendo (con infantile passione) nell'assolutezza della lingua di una nazione; nel suo uso di canto o musica (ch'è assolutamente assurda appena al di là dei confinid); illusione che non affossa neanche la logica e il classicismo (un misero filologo può ricostruire tra parola e parola — isolata e confitta nel silenzio — il discorso tagliato, un povero discorso senza idee, senza religione se non il culto assai poco religioso, infine, della poesia cona letteratura). Ma non solo è caduta la stima per questa poesia che è della storia piccola del mio tempo (in cui mi trovo incastrato, senza potervi sfilare un solo volto, anche il più estraneo, un solo libro, anche il più dimenticato); ma per la poesia stessa. Non è essa, dunque, che conta, Almeno se concepita come poesia. [mai. La lingua dell'azione, della vita che si rappresenta è così infinitamente più affascinante! È essa che si ricostituisce — appena chiuso - da un libro di versi: essa è prima e dopo: in mezzo c'è un veicolo espressivo che la evoca, ecco tutto. Opera di stregoni. Solo l'amore per quella lingua del non-io che si esprime con pari diritto, pari forza dell'io, dà al poeta l'abilità. Ma la professione di poeta in quanto poeta è sempre più insignificante. E proprio necessario immettere quella lingua vivente in una lingua di [convenzione, perché poí si liberi, tornando quella che è, vivente, nel [lettore? Non sa, egli, dialogare con la realtà? L'umile valore del poeta è rievocarla così come egli la vede? Ma ciò è serio? Perché non la contempla in silenzio, — santo, e non letterato? Tuttavia i giovani, cosa fanno, nelle sere delle loro città di provincia, o anche nelle grandi metropoli, se non parlare di letteratura? Coi loro passi faziosi, lungo le vie appena scoperte cariche di sensi segreti e di storia? Scoprendo i letterati, come le puttane o i misteri di un quartiere, o le abitudini di una vita sociale ch'è ormai loro, mentre è ancora dei padri (che perciò preparano una guerra per mandarli a morire)? Interrogandomi alla luce del sole di Agosto a Manhattan deserto (come vengo a sapere che [vi dicevo), io (che solo attraverso la letteratura ho potuto essere non sono più un letterato. [poeta) Io ho in sorte di ricordare brevi colli, su un fiume anch'esso con acque blu molto trasparenti sui piccoli sassi, tra ghiaie come ossari prima tra i magredi, tristemente verdi, poi tra i vigneti (folli l'estate, di umido, sfumato silenzio quasi orientale) dei colli, e infine tra bonifiche íl cui odore basta a scatenare, per due occhi selvaggi e un grembo selvaggiamente puro, lo sfinimento che e fa venir voglia di morire. [attanaglia Su quei grami colli — veri cimiteri, senza fiori - si lottò contro i fascisti e i Tedeschi, e mio fratello, come vi ho detto, vi ha lasciato i suoi diciannove anni, come un falco che sapeva appena volare, e volava così [bene. Quello che voi, con una piega di sorriso ironico ma [antipatico (che vi sforma íl volto falsamente sicuro, di malati) chiamate, vistosamente sottolineandolo, l'«impegno», è, per una quindicina d'anni, vissuto da parassita sulla gloria e il dolore di quei cimiteri. Cioè, non è stato. È ora, che esso comincia a essere. Ora che quei cimiteri senza fiori hanno anch'essi la loro fioritura. <Per un'ansia d'impopolarità forse, anche il mio amico Moravia ha paura, quando non vuol comprendere questo. E con lui, e molto peggio di lui (che arcanamente è teso in una imperterrita volontà di capire) tutti gli altri che in Italia hanno il nome e la funzione di «letterati».> Tutti rinnegano quell'impegno con la taciuta nevrotica volontà di adularvi: chi lo fa con contrizione, chi gonfiando il petto come una puttana. Io non voglio tornare a quei colli, né come turista né come visitatore di tombe, sia chiaro. Anch'io, anch'io li ho dimenticati. E a ragione! Nella loro azione e nell'ideologia che la dettava, come una sublime catechismo, ebbi la mia ribellione di giovane. Vi ho preso forse anche abitudini indelebili di moralismo e dignità. Ma non ci torno, in quei luoghi che ci sono ma <non si A questo punto, <halt!> Non voglio commuovermi sulle cioè sul fatto [mie ragioni, che non solo, l'«impegno», non è finito, ma che anzi, incomincia. Mai l'Italia fu più odiosa. Oltretutto con il tradimento degli intellettuali, con questo revisionismo del Partito Comunista, lupo che stavolta veramente è agnello, — il <compagno> Longo allo Spiegel aveva una faccia adulatrice di letterato che si finge disperatamente in pari coi tempi, seppellendoti così ogni violenza palingenetica del [comunismo: sì, anche il comunista è un borghese. Questa è ormai la forma razziale dell'umanità. Forse, impegnarsi contro tutto questo non vuol dire scrivere, da impegnati, direi, ma vivere. Quanto alle mie opere future, ... vedrai un giovane arrivare un giorno in una bella casa dove un padre, una madre, un figlio e una figlia, vivono da ricchi, in uno state che non critica se stesso, quasi fosse un tutto, la vita pura e semplice; c'è anche una serva (di paesi sottoproletari); viene, íl giovane, bello come un americano, e subito, per prima, la serva si innamora di lui, e si tira su le sottane. Egli le dà la dolce pesante rabbia del suo membro. S'innamora, poi, di lui, il figlio; dormono i due, nella stessa camera del ragazzo, coi resti dell'infanzia; ed anche al figlio egli dona il suo membro di seta, più adulto e potente; e lo stesso dono, accondiscendente e generoso, perché egli è colui che dà, egli farà alla madre, adoratrice delle sue vesti, i calzoni, la maglietta, gli slip, lasciati in uno chalet in un caldo giorno d'estate, sul Tirreno; e ancora lo stesso dono egli farà al padre, divenendo padre del padre — poiché egli con ambigua dolcezza è, per nome, padre — [materna, al padre svegliato all'alba da un dolore che lo taglia a metà, alla pancia, e scopre, alzandosi per andare in bagno la bellezza muta delle quattro del mattino col sole già radioso'... e scoprirà il suo amore con la stessa meraviglia, con cui ha scoperto quel sole: un amore come quello di Ilja Ilic per il suo servo contadino e ragazzo; ma cosciente, e drammatico perché egli il vecchio industriale con la faccia di Orson Welles, è un piccolo borghese, e drammatizza [tutto. Lo stesso dono del membro, durante le ore della malattia del padre — e prima che al padre - egli farà alla figlia quattordicenne, innamorata di suo padre, e che lo scopre, il giovane tutto amore, attraverso gli occhi innamorati, appunto, del padre. Poi il giovane se ne va: la strada in fondo a cui scompare resta deserta per sempre. E ognuno, nell'attesa, nel ricordo, come apostolo di un Cristo non crocefisso ma perduto, ha la sua sorte. È un teorema: e ogni sorte è una conseguenza.b Le sorti sono quelle che sai, quelle del mondo dove tu col tuo antipatico sorriso anticomunista, e io col mio infantile odio antiborghese, siamo fratelli: ne sappiamo tutto! Come prende una nevrosi d'ansia e come una piccola vittima femmina di quattordici anni, finisca nel letto di una clinica, coi pugni così chiusi" che nemmeno uno scalpello potrebbe scalzarli, come un ragazzo parli tra sé come un matto dipingendo e inventando nuove tecniche, fino a diventare un Giacometti, un Bacon, con lo spettacolo dei suoi spettri figurativi simboli della tragedia del mondo in un'anima malata maleodorante del livore meschino del male; come una donna di mezza età, bella ancora, e curata, non sappia dimenticare il Cristo della Chiesa e insieme, una volta perduta, non sappia resistere al desiderio di perdersi, ancora, e così viva tra ragazzi facili e angoscie cristiane; e come infine un padre che aveva confuso la vita con il possesso, una volta posseduto, perda la vita, la butti via: doni cioè il suo possesso — una fabbrica alla periferia della grande città - ai suoi operai; e si perda nel deserto, come gli Ebrei. Casi di coscienza, tutti questi. Ma la serva diventa, invece, una santa matta, va nel cortile della sua vecchia casa sottoproletaria, tace, prega, e fa miracoli, guarisce gente, mangia ortiche soltanto, finché i capelli le divengono e infine, per morire, [verdi, si fa seppellire piangendo da una scavatrice, e le sue lacrime rampollando dal fango divengono una fonte miracolosa. Prima del Padre e della Madre, nel paradiso terrestre, c'era un Primo Padre, è nella sua intimità che, primamente, siamo vissuti. Ma poi, l'importante è stato l'amore della madre con cui ci siamo identificati perché non possiamo vivere se non identificandoci con qualcuno. Non possiamo, [quindi, concepire amore che non abbia la dolcezza materna. Quel primo Padre ha così dolcezza di Madre. Ma in una famiglia borghese egli non è più in grado che di scatenare drammi morali. La religione, la religione del rapporto diretto con Dio è ancora nel mondo anteriore a quello borghese. Gli operai stanno a guardare. Ti tacerò, amico, quello che, in stasimi e episodi, e cori al luogo delle dissolvenze, scriverò sul silenzio di Pilade, che diverrà rivolta, e tradimento, contro l'amico dell'adolescenza dal membro eretto Oreste, íl principe socialista, e il degenerare di alcune delle Furie purificate e segregate sui monti festosi nel cielo e nel cielo perduti: il ritorno di queste furie regredite al primitivo" stato nella città liberata, con loro, dalla monarchia; la regressione di Elettra, lei figlia, che amò íl padre Re, e ora è fascista come si è fascisti nel cupo rimpianto di errate origini; la fuga di Pilade nei monti delle Furie divenute Ecumenici, le dee dei partigiani e dell'amore improvviso che lega un partigiano a un altro partigiano; la preparazione della lotta e il ritorno a capo di un esercito irregolare, — il misterioso esercito dei monti; l'alleanza tra Elettra fascista e Oreste liberale e fautore di riforme, nella città divenuta opulenta; l'intervento di Atena che protegge Elettra e Oreste figli della ragione e li unisce, mettendo a tacere l'ululato delle Furie antiche che vagano per la nuova città; l'incertezza di Pilade di fronte alla città arricchita che non ha più bisogno di lui; il suo incontro nella notte della vigilia che precede la battaglia col vecchio amico dell'adolescenza, rimasto giovane, bello come ai tempi dei loro primi amori quando le donne erano sconosciute; e il loro abbandonarsi a discorsi sull'amore e sull'anima che nulla hanno a che fare con la realtà presente, e che li accomuna; e, infine, la solitudine di Pilade, alla fine della notte, che, prima dell'alba, dovrà pur prendere una decisione. E poi, tu credi, che si possa fare un sogno, non ricordarlo, e avere da questo sogno, mutata la vita? Tu credi che un padre possa fare un sogno, in cui veda se stesso amare suo figlio, non so sotto che vesti, se del padre stesso ragazzo, o di un estraneo che è il padre del padre (ragazzo) o l'identificazione a sé della propria madre... Nessuno, neanche io, saprà mai quel sogno. Ma il padre ne avrà mutata tutta la vita. Ricordi Eracle che chiede al figlio di chiamare tutti i suoi compagni più forti, e di portarlo sulle spalle, in cima al monte vicino alla città, il monte della città quello ch'è meta di pellegrinaggi e di avventure di ragazzi come succede nei mondi preindustriali? E giunti lì in cima, il figlio e gli altri ragazzi, avrebbero dovuto preparargli il rogo, e farlo morire? Entra in quel sogno, se sei padre. Tu, padre, che magari innocentemente, sei complice dei padri che vogliono liberarsi dei figli mandandoli a morire in guerre che si combattono nei luoghi dell'Alibi, l'estremo Oriente della storia. Qui, per una volta, il padre non vuole la morte del figlio, ma il suo amore. Diviene lui il figlio, e nel figlio, ragazzo, vede forse il [padre, e lo ama, non vuole ucciderlo, ma esserne ucciso, non possederlo, ma esserne posseduto. Sì, ma quel padre è un uomo borghese del nostro mondo, ha un'industria sotto i monti della Brianza (festosi nel [cielo e nel cielo perduti): come potrà accettare le conseguenze di quel sogno, del non ricordato? [resto, Le accetterà stravolgendole. Sapendo e non sapendo. Si farà cogliere dal figlio nudo sopra la madre. Cercherà dei pretesti per colpire il figlio, e quindi, farsi colpire. Aggredirà il figlio per attirarlo su lui, per essere il centro della sua vita. Finché il figlio, il lieve figlio mozartiano, pacifista e obiettore di coscienza, se ne andrà dalla casa ricca, avendo ascoltato dal padre delirante una dichiarazione [d'amore. Non lo odierà — ti dico — il ragazzo (uno di quei ragazzi nuovi, tanto migliori di noi), e, se avesse potuto farlo, avrebbe dato al padre mendicante tutto il suo oro, l'avrebbe posseduto come il ragazzo del popolo possiede, per pochi dollari, colui che non ha forza d'essere e lo invoca dunque come un salvatore... [uomo Se ne va, per le vie del mondo, con una ragazza, nient'altro che una puttana, e un amico: né si saprà mai a chi vada il suo amore benché egli, certamente, profonda il suo oro sul grembo della ragazza. Viene il padre, spia, lo trova, corrompe la ragazza, sta a guardare dietro alla porta il loro amore, scopre quello che il figlio ha senza mistero, come ognuno ha, eppure è in lui orrendamente, insopportabilmente [misterioso. Non può il padre, vivere dopo aver visto quell'amore, entra e colpisce a morte il figlio, che esce piangendo e salutando la vita dalla stanza di uno dei mille coiti della sua vita. Muore. E su lui morto il padre sí china ad abbottonare i calzoni aperti sul fulgore immacolato della canottiera. Il padre, dopo tanti anni, come nei romanzi d'appendice, conclude il lungo sogno della sua vita sognando sul terrapieno di una stazione come in un verso di Ginsberg. Ecco. Ecco, queste sono le opere che vorrei fare, che sono la mia vita futura — ma anche passata — e presente. Tu sai, tuttavia te l'ho detto, anziano amico, padre un po' intimidito dal figlio, ospite alloglotta potente dalle umili origini, che nulla vale la vita. Perciò io vorrei soltanto vivere pur essendo poeta perché la vita si esprime anche solo con se stessa. Vorrei esprimermi con gli esempi. Gettare il mio corpo nella lotta. Ma se le azioni della vita sono espressive, anche l'espressione è azione. Non questa mia espressione dí poeta rinunciatario, che dice solo cose, e usa la lingua come te, povero, diretto strumento; ma l'espressione staccata dalle cose, i segni fatti musica, la poesia cantata e oscura, che non esprime nulla se non se stessa, per una barbara e squisita idea ch'essa sia misterioso nei poveri segni orali di una lingua. [suono Io ho abbandonato ai miei coetanei e anche ai più giovani tale barbara e squisita illusione: e ti parlo brutalmente. E, poiché non posso tornare indietro, a fingermi un ragazzo barbaro, che crede la sua lingua l'unica lingua del mondo, e nelle sue sillabe sente misteri di musica che solo i suoi connazionali, simili a lui per carattere e letteraria follia, possono sentire — in quanto poeta sarò poeta di cose. Le azioni della vita saranno solo comunicate, e saranno esse, la poesia, poiché, ti ripeto, non c'è altra poesia che l'azione reale (tu tremi solo quando la ritrovi nei versi, o nelle pagine in prosa, quando la loro evocazione è perfetta). Non farò questo con gioia. Avrò sempre il rimpianto di quella poesia che è azione essa stessa, nel suo distacco dalle cose, nella sua musica che non esprime nulla se non la propria arida e sublime passione per se stessa. Ebbene, ti confiderò, prima di lasciarti, che io vorrei essere scrittore di musica, vivere con degli strumenti dentro la torre di Viterbo che non riesco a comprare, nel paesaggio più bello del mondo, dove l'Ariosto sarebbe impazzito di gioia nel vedersi ricreato con tanta innocenza di querce, colli, acque e botri, e lì comporre musica l'unica azione espressiva forse, alta, e indefinibile come le azioni della realtà.


Pier Paolo Pasolini "Una premessa in versi '' (1967) in Betti, Laura e Michele Gulinucci. Pier Paolo Pasolini. Le regole di un'illusione (1991) Roma: Fondo Pier Paolo Pasolini.

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