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Un poeta leopardiano di nome Pasolini

Aggiornato il: giu 22


Pier Paolo Pasolini immortalato da Mario Dondero (1962) © Mario Dondero/riproduzione riservata

La rivista “Il belpaese” dell’editrice Camunia, diretta da Raffaele Crovi, pubblica nel suo secondo numero quattordici poesie inedite di Pier Paolo Pasolini. Custode di questi versi, e di altri che ancora non hanno visto la luce è Luciano Serra che divenne amico di Pasolini negli anni bolognesi del liceo e dell’università. È Serra stesso a raccontare, in una nota introduttiva, la storia di queste carte che risalgono all’estate del 1941.


Il diciannovenne Pasolini era andato, con la madre Susanna e il più giovane fratello Guido, in vacanza a Casarsa del Friuli, luogo d’origine della madre. Nel giro di tre mesi, dalla metà di luglio alla metà di settembre, Pasolini spedì all’indirizzo di Serra una quarantina di poesie. Chiedeva giudizi, raccomandava Serra e ad altri amici da leggerle “a voce alta” per arrivare a comprendere “quel tono di cupa contemplazione che mi pare una delle mie maggiori conquiste”.


Lo scopo era di mettere insieme una raccolta che si sarebbe intitolata “I confini”. Il progetto non si realizzò, e l’esordio di Pasolini avvenne l’anno dopo, nel ’42, con “Poesie a Casarsa” in dialetto friulano. Il libretto di nemmeno cinquanta pagine, edito dalla Libreria Antiquaria Mario Landi di Bologna, suscitò l’immediato entusiasmo di Gianfranco Contini che lo definì “la prima accessione della letteratura dialettale all’aura della poesia d’oggi, e pertanto una modificazione in profondità di quell’attributo”.


Ma torniamo al vagheggiamento di “Confini”. Stranamente, proprio nel ’41, un altro poeta, Vittorio Serini, debuttò con un libro intitolato “Frontiera” nelle Edizioni di Corrente. Non so se Pasolini lo conoscesse, e la cosa non ha comunque alcuna importanza. È invece rilevante il fatto che, in un poeta già prossimo alla trentina come sereni e in una “matricola” come Pasolini fosse dominante il tema del confine-frontiera, inteso nel suo duplice senso di limite e di distacco “a recupero – ha scritto anni fa Enzo Siciliano che aveva avuto qualche notizia di “Confini” – di una realtà estrema, da ultima spiaggia dell’umano”. Pasolini cercò di fissare questa poetica in una quartina che dice:


Giunto a questi confini

Io non so se riandare a soavi

detti del giorno , o rinunciare,

nella notte immergermi.


Il tono complessivo degli inediti è leopardiano: una poesia “Cane di notte”, prende addirittura spunto da una frase dello Zibaldone: “Cane di notte dal casolare, al passar del viandante”. Ma si sentono anche echi del Manzoni (soprattutto del racconto del diacono Martino in “adelchi”, del Pascoli e di Ungaretti: la personalità del giovane poeta dava ragione a quanti sostengono che “gli spiriti avvertiti”, e Pasolini sicuramente lo era, respirano le conquiste letterarie che sono nell’aria prima di esprimere compiutamente se stessi.


A Pasolini piaceva quelle che egli definiva un gioco “tecnicamente anomalo”: cioè, ripetere gli stessi versi, le stesse rime, spesso le stesse parole in un altro libro. L’esempio è noto: “La meglio gioventù” (1974). Il secondo libro aveva per oggetto il primo, come se il poeta fosse ossessionato dai fantasmi della folla ripetitiva, dal “terrore di non aver detto e non poter mai dire la parola ultima, o almeno non precisa”.


Con molto (e speriamo perdonabile) arbitrio, tentiamo un’operazione abbastanza simile. Il lettore vedrà accostate qui vicino “Ballata del fratello”, otto versi che appartengono al gruppo d’inediti pubblicati da “Il belpaese”, e la parte finale di “Vittoria”, tratta da un libro famoso di Pasolini “Poesia in forma di rosa”. In entrambe il protagonista è il fratello Guido, appena sedicenne al tempo della “Ballata”, ragazzo per il quale può continuare il suono immemore della chitarra.


Nel ’44 Guido si unì ai partigiani azionisti della brigata Osoppo-Friuli e assunse il nome di battaglia Ermes, in ricordo di un amico bolognese di Pier Oaiki, Ermes Parini detto Paria, morto sul fronte russo. Nel febbraio del ’45, Guido fu coinvolto in quell’orribile episodio della resistenza conosciuto come “la strage di Porzùs”. È difficile riassumere in poche righe quello che accade e che fu, nel dopoguerra, materia di due processi. I “garibaldiani”, cioè i partigiani di matrice comunista strettamente legati ai reparti sloveni di Tito, sospettarono quelli della Osoppo di contatti con il nemico e decisero di agire. Guido Pasolini fu fatto prigioniero insieme con altri e poi ucciso, dopo essere stato costretto a distendersi nella fossa già pronta.


Com’era accaduto per le due stesure di “La meglio gioventù”, dove le fresche e squillanti fontane degli anni verdi si erano mutate col tempo in secche conche, la figura del fratello assume, passando dalla “Ballata” a “Vittoria”, il tragico rilievo di un caduto che torna verso l’infinito silenzio delle montagne a riprendere “il sanguinoso sonno”, dopo aver constatato in mezzo ai vivi la fine di tanti ideali e di tanti sogni. “Vittori” fu ispirata dalla ricorrenza del 25 aprile.


Pasolini aveva già parlato del fratello in “La religione del mio tempo” (1961), ricordando la sua partenza per le zone tenute dai partigiani:


L’ho visto allontanarsi con la sua valigetta,

dove dentro un libro di Montale era stretta

tra pochi panni, la sua rivoltella,

nel bianco colore dell’aria e della terra.


Ma a me pare che questi versi non reggano il confronto con le emozionanti terzine finali di “Vittoria”: uno di quei risultati che sono assoluti, definitivi nella storia di un poeta.


Giulio Nascimbeni. Un poeta leopardiano di nome Pasolini. Il Corriere della Sera, 9 giugno 1985

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