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Pier Paolo Pasolini. La prima, vera rivoluzione di destra, su Tempo illustrato (1973)


Pier Paolo Pasolini. Prix Raoul Levy per il suo film "Il Decameron", 22 febbraio 1972/Photo © AGIP/Tutti i diritti riservati

Nel 1971-72 è cominciato uno dei periodi di reazione più violenti e forse più definitivi della storia. In esso coesistono due nature: una è profonda, sostanziale e assolutamente nuova, l’altra è epidermica, contingente e vecchia. La natura profonda di questa reazione degli anni settanta è dunque irriconoscibile; la natura esteriore è invece ben riconoscibile. Non c’è nessuno infatti che non la individui nel risorgere del fascismo, in tutte le sue forme, comprese quelle decrepite del fascismo mussoliniano, e del tradizionalismo clericale-liberale, se possiamo usare questa definizione tanto inedita quanto ovvia.


Questo aspetto della restaurazione (che però nel nostro contesto si presenta come termine improprio, perché in realtà niente d’importante viene restaurato) è un comodo pretesto per ignorare l’altro aspetto, più profondo e reale, che sfugge alle nostre abitudini interpretative di ogni specie. Esso viene colto solo empiricamente e fenomenologicamente dai sociologi o dai biologi, che naturalmente sospendono il giudizio, oppure lo rendono ingenuamente apocalittico. La restaurazione o reazione reale cominciata nel 1971-72 (dopo l’intervallo del 1968) è in realtà una rivoluzione. Ecco perché non restaura niente e non ritorna a niente; anzi, essa tende letteralmente a cancellare il passato, coi suoi «padri», le sue religioni, le sue ideologie e le sue forme di vita (ridotte oggi a mera sopravvivenza). Questa rivoluzione di destra, che ha distrutto prima di ogni cosa la destra, è avvenuta fattualmente, pragmaticamente. Attraverso una progressiva accumulazione di novità (dovute quasi tutte all’applicazione della scienza): ed è cominciata dalla rivoluzione silenziosa delle infrastrutture. Naturalmente non è cessata, in tutti questi anni, la lotta di classe; e continua naturalmente ancora. E, infatti, ecco l’aspetto esteriore, di questa reazione rivoluzionaria; aspetto esteriore che si presenta appunto nelle forme tradizionali della destra fascista e clerical-liberale.


Mentre la reazione prima distrugge rivoluzionariamente (rispetto a se stessa) tutte le vecchie istituzioni sociali – famiglia, cultura, lingua, chiesa – la reazione seconda (di cui la prima temporaneamente si serve, per poter adempiersi al riparo della lotta diretta di classe), si dà da fare per difendere tali istituzioni dagli attacchi degli operai e degli intellettuali. E’ così che questi sono anni di falsa lotta, sui vecchi temi della restaurazione classica, in cui credono ancora sia i suoi portatori che i suoi oppositori. Mentre, alle spalle di tutti, la «vera» tradizione umanistica (non quella falsa dei ministeri, delle accademie, dei tribunali e delle scuole) viene distrutta dalla nuova cultura di massa e dal nuovo rapporto che la tecnologia ha istituito – con prospettive ormai secolari – tra prodotto e consumo; e la vecchia borghesia paleoindustriale sta cedendo il posto a una borghesia nuova che comprende sempre di più e più profondamente anche le classi operaie, tendendo finalmente alla identificazione di borghesia con umanità. Questo stato di cose viene accettato dalle sinistre: perché non c’è altra alternativa a tale accettazione che quella di restare fuori dal gioco. Di qui un generale ottimismo delle sinistre, un vitale tentativo di annettersi il nuovo mondo – totalmente diverso da ogni mondo precedente – creato dalla civiltà tecnologica. I gauchisti vanno ancora più avanti in tale illusione (protervi e trionfalistici come sono) attribuendo a tale nuova forma di storia creata dalla civiltà tecnologica, una potenzialità miracolosa di riscatto e di rigenerazione.


Essi son convinti che questo piano diabolico della borghesia che tende a ridurre a sé l’intero universo, compresi gli operai, finirà col portare all’esplosione di un’entropia così costituita, e l’ultima scintilla della coscienza operaia sarà capace, allora, di far risorgere dalle sue ceneri quel mondo esploso (per sua propria colpa) in una sorta di palingenesi (vecchio sogno borghese-cristiano dei comunisti non operai). Tutti dunque fingono di non vedere (o forse non vedono realmente) qual è la vera, nuova reazione; e così tutti lottano contro la vecchia reazione che la maschera. I temi d’italiano assegnati agli ultimi esami di maturità sono un esempio del falso dilemma e della falsa lotta che ho qui delineato. Da parte delle autorità c’è stato, evidentemente, prima di tutto un tacito patteggiamento: la destra tradizionalistica ha concesso qualcosa ai moderati e ai progressisti, e questi ultimi hanno concesso qualcosa alla destra tradizionalistica: cosicché il mondo accademico e ministeriale clerical-liberale si è compiutamente espresso.


Al tema liberaleggiante proposto dalla spagnolesca frase del Croce, si oppone il tema fatalistico estrapolato teppisticamente dal De Sanctis; alla lettura, che non può essere che moderna, anche se di carattere agnostico e sociologico, di una città, si oppone la lettura meramente scolastica di Pascoli e D’Annunzio eccetera, eccetera. La finzione però è unica. Tutti coloro che hanno inventato questi bei temi si sono attenuti a un tradizionalismo e a un riformismo classici, ignorando di perfetto accordo che si tratta di termini di riferimento assolutamente privi di ogni rapporto con la realtà. I «padri» di cui si parla nella frase del Croce sono padri che andavano bene per i figli della fine dell’Ottocento o di tutto il Novecento fino a una decina d’anni fa: ora non più (anche se i figli, come vedremo, non lo sanno o lo sanno male). Semanticamente il termine «padre» ha cominciato a cambiare, naturalmente con Freud e la psicanalisi, per cui l’«eredità» del padre non è più necessariamente un dato positivo; può anzi essere lecitamente interpretato come totalmente negativo.


E’ cambiato ancor più, il termine «padre», attraverso l’analisi marxista della società: infatti i «padri» cui si riferisce candidamente Croce, sono tutti dei bellissimi signori borghesi (come lui) con barbe solenni e venerate canizie, davanti a tavoli pieni di carte, o seduti dignitosamente su seggiole dorate: sono insomma i padri del privilegio e del potere. Non c’è riferimento benché minimo a padri spazzini o muratori, braccianti o minatori, metalmeccanici o tornitori, oppure ladri e vagabondi. L’eredità di cui si parla è una eredità classista di padri classisticamente definiti. Occorrono molti sforzi, non c’è dubbio, per poter tenersi stretti «solidamente» i privilegi. Ma, a parte tutto questo (che io avrei potuto osservare anche dieci o quindici anni fa) c’è qualcosa di totalmente nuovo: è proprio il vero nuovo potere che non vuole più avere tra i piedi simili padri.


E’proprio questo potere che non vuole più che i figli si impossessino di simili eredità ideali. Il rapporto, dunque, tra chi ha assegnato il tema e chi lo ha svolto, è un rapporto che avviene su quel margine di finto potere che il potere reale lascia ancora in concessione ai suoi difensori e ai suoi avversari, perché vi smaltiscano, accademicamente, i vecchi sentimenti. Anche il meraviglioso diritto alla «interiorizzazione» – attribuito peraltro, attraverso un De Sanctis falsificato a un Leopardi falsificato – non ha più rapporto con la realtà odierna: perché, evidentemente, si può interiorizzare solo ciò che è esteriore. L’uomo medio dei tempi del Leopardi poteva interiorizzare ancora la natura e l’umanità nella loro purezza ideale oggettivamente contenuta in esse; l’uomo medio di oggi può interiorizzare una Seicento o un frigorifero, oppure un week-end a Ostia. Cosa in cui c’è un residuo di umanità proprio nella passionalità e nel caos in cui ancora tali nuovi valori vengono vissuti. In attesa che la passionalità venga del tutto sterilizzata e omologata e il caos venga tecnicamente abolito, il nuovo potere reale concede ancora un terreno vago dove il finto potere all’antica possa proclamare la bontà dell’interiorizzazione come evasione nobile, disprezzo di beni, e consolazione per i beni perduti.



Gli studenti stanno perfettamente al gioco che l’autorità impone loro. L’enorme maggioranza degli studenti avrà probabilmente svolto itemi come immaginavano che fosse il desiderio delle autorità: e si saranno generosamente impegnati a descrivere gli sforzi che devono fare, da bravi figli, per assimilare le prodezze paterne. O si saranno prodigati nel tessere gli elogi della vita interiore. In tal caso è inutile discutere: nella buffonata recitata sul palcoscenico del vecchio finto potere in piena finta reazione, autorità scolastiche e studenti si comprendono perfettamente, in una odiosa ansia praticistica di integrazione. Ma ci saranno stati naturalmente dei casi in cui gli studenti avranno polemizzato con le «apodissi» enunciate nei temi (frasi ricattatoriamente avulse dal contesto) ma anche in tal caso, il palcoscenico in cui avviene il contrasto tra autorità scolastiche e studenti, è lo stesso: quello che il vero potere nuovo, nella sua reazione rivoluzionaria, concede cinicamente alle vecchie abitudini.


Gli studenti che hanno svolto (conformisticamente o polemicamente) questi temi sono i fratelli minori degli studenti che si sono rivoltati nel ’68. Sarebbe sbagliato credere che essi sono stati messi a tacere; e ridotti a uno stato di passività, da un tipo di reazione all’antica, quella che (come i temi sopra esaminati dimostrano) è nei voti delle autorità scolastiche. Il loro silenzio e la loro passività hanno, nell’enorme maggioranza, le apparenze di una specie di atroce nevrosi euforica, che gli fa accettare senza più resistenza alcuna il nuovo edonismo con cui il potere reale sostituisce ogni altro valore morale del passato. In una piccola minoranza, invece, hanno i caratteri della nevrosi d’ansia, che quindi mantiene viva in essi la possibilità di una protesta. Ma si tratta degli ultimi, veramente degli ultimi, umanisti. Sono giovani padri, come noi siamo vecchi figli. Tutti destinati alla scomparsa, anche con ciò che ci lega ma che è legato a noi: la tradizione, la confessione religiosa, il fascismo. Ci stanno sostituendo degli uomini nuovi, portatori di valori tanto indecifrabili quanto incompatibili con quelli, così drammaticamente contraddittori, finora vissuti. Questo, i giovani migliori istintivamente lo capiscono; ma non sono capaci, credo, di esprimerlo»


Pier Paolo Pasolini. "La prima, vera rivoluzione di destra" «Tempo illustrato», 15 luglio 1973. Poi, negli "Scritti corsari" (1975)
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