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25 gennaio 1975. Pasolini pubblica su "Epoca" il saggio "L'ignoranza vaticana come paradigma dell'ignoranza della borghesia italiana".

  • Immagine del redattore: Città Pasolini
    Città Pasolini
  • 14 gen
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Pier Paolo Pasolini alla libreria Croce. Roma, anni Settanta © Vittorio La Verde/Archivio MGMC/ Tutti diritti riservati.
Pier Paolo Pasolini alla libreria Croce. Roma, anni Settanta © Vittorio La Verde/Archivio MGMC/ Tutti diritti riservati.

La posizione di Donat Cattin nella DC appare a un profano assai anomala: egli parla della DC come del partito dei «ceti medi» nel momento in cui questi si saldano e si fondono con la classe operaia. Ma la DC non è questo.La DC esprime (o ha espresso):a) la piccola borghesia,b) il mondo contadino (gestito dal Vaticano).


Non si tratta di una dicotomia. Piccola borghesia e mondo contadino religioso erano fino a ieri un mondo unico. La piccola borghesia italiana era ancora sostanzialmente di natura contadina e, dal canto loro, i contadini (come diceva Lenin) sono dei piccoli borghesi, almeno potenzialmente. La morale era unica, e così la retorica. Malgrado la grande varietà delle «culture» italiane — spesso storicamente lontanissime fra loro — sostanzialmente i «valori» del mondo piccolo-borghese e contadino coincidevano.


L’ambivalenza di tali «valori» ha prodotto un mondo buono e insieme cattivo. Nei loro contesti culturali concreti, infatti, tali «valori» erano positivi, o almeno reali; strappati al loro contesto e fatti divenire con la forza «nazionali», essi si sono presentati come negativi, cioè retorici e repressivi.


Su ciò si è fondato lo Stato poliziesco fascista e poi, senza soluzione di continuità, lo Stato poliziesco democristiano. Sia l’uno che l’altro, infatti, pur «esprimendosi» dalla piccola borghesia e dal mondo contadino, in realtà servivano i «padroni», ossia il grande capitale. Sono delle banalità, ma è meglio ripeterle. I democristiani si sono sempre fatti passare per antifascisti, ma hanno sempre (alcuni forse inconsciamente) mentito. La loro strapotenza elettorale degli anni Cinquanta e l’appoggio del Vaticano hanno consentito loro di continuare, sotto lo schermo di una democrazia formale e di un antifascismo verbale, la stessa politica del fascismo.


Ma la loro protervia, la loro corruzione, il loro dispotismo provinciale e semicriminale, d’improvviso, in pochissimi anni, si sono trovati «scoperti», senza più basi reali. Il loro elettorato si è sfaldato, il Vaticano si è svuotato di ogni autorità.


Così un partito, il cui potere storico e, ahimè, concreto era coinciso col Potere reale, improvvisamente ha dovuto rendersi conto (se se ne è reso conto) che il suo potere storico e concreto non coincideva più col Potere reale: infatti tale Potere reale (e questo è il bello, proprio per opera dei democristiani al governo!), da clericofascista o sanfedista — com’era stato ininterrottamente dall’unità d’Italia ai primi anni Sessanta — era divenuto quello che si definisce eufemisticamente e quasi umoristicamente «consumistico».


Tutti i «valori» reali (popolari e anche borghesi) su cui si erano fondati i precedenti poteri statali sono così crollati, trascinando nel loro crollo i valori «falsi» di quei poteri. I nuovi valori consumistici prevedono infatti il laicismo (?), la tolleranza (?) e l’edonismo più scatenato, tale da ridicolizzare risparmio, previdenza, rispettabilità, pudore, ritegno e, insomma, tutti i vecchi «buoni sentimenti».


Tutto ciò è il crollo della politica democristiana — la cui crisi consiste semplicemente nella necessità di gettar a mare in tutta fretta il Vaticano, il vecchio esercito nazionalista, eccetera — ma non è certo il crollo della «politica culturale» democristiana. Per la semplice ragione che essa non c’è mai stata. Infatti, in quanto direttamente padronale, cioè fascista, la Democrazia cristiana ha continuato a elaborare, su chiave più accentuatamente cattolica e ipocritamente democratica, le vecchie retoriche fasciste: accademismo, ufficialità, eccetera.


In quanto partito espresso dal mondo contadino, obbediente (almeno formalmente, molto formalmente, come poi si è visto) al Vaticano, la Democrazia cristiana è vissuta nella più spaventosa assenza di cultura, ossia nella più totale, degradante ignoranza.


I codici delle culture particolaristiche contadine, validi (come ho detto) nel loro contesto, divengono ridicoli e «provinciali» se assunti a livello nazionale, e divengono mostruosi se strumentalizzati dalla Chiesa, visto che la loro religiosità non è cattolica (probabilmente neanche nel caso del Veneto povero). Il paradigma culturale, in questo senso, è fornito alla Democrazia cristiana dal Vaticano. E per vedere il miserabile stato in cui versa basta leggere le sue riviste, i suoi giornali ufficiali, le sue pubblicazioni (forse soprattutto quell’orrendo corpus, totalmente pragmatico e insieme formalistico, nel senso peggiore che abbiano mai avuto questi termini, delle sentenze della Sacra Rota). Ancora adesso (che qualcosa si dovrebbe aver capito), l’italiano usato dai preti e dai democristiani retrogradi è culturalmente di una meschinità addirittura volgare.


Infine, in quanto partito espresso dalla piccola borghesia, la Democrazia cristiana non poteva che nutrire un profondo e immedicabile disprezzo per la cultura: per la piccola borghesia (anche nelle sue aberrazioni «rosse») la cultura è sempre «culturame». Il primato è, moralisticamente, dell’azione. Chi pensa è reo. Gli intellettuali, essendo depositari di alcune verità (sia pur magari contraddittorie) che la piccola borghesia sospetta essere quelle vere, devono venire almeno moralmente eliminati.


La retroguardia democristiana (si veda un recente attacco ad alcuni intellettuali da parte di Carlo Casalegno, il vicedirettore della Stampa) continua ancora questa politica oscurantista che tante demagogiche soddisfazioni le ha dato in passato e che tanto inutile è oggi, in cui la funzione anticulturale è stata assunta dai mass media (i quali tuttavia fingono di ammirare e rispettare la cultura).


L’epigrafe per questo capitolo della storia borghese l’ha scritta una volta per sempre Göring: «Quando sento parlare di cultura, tiro fuori la rivoltella».


Forse qualche lettore troverà che dico delle cose banali. Ma chi è scandalizzato è sempre banale. E io, purtroppo, sono scandalizzato. Resta da vedere se, come tutti coloro che si scandalizzano (la banalità del loro linguaggio lo dimostra), ho torto, oppure se ci sono delle ragioni speciali che giustificano il mio scandalo. Ma concludiamo.


Negli anni Cinquanta l’egemonia culturale era del PCI, che la gestiva in un ambito realmente antifascista e in un sincero, anche se già alquanto retorico, rispetto per il sistema di valori della Resistenza. Poi l’avvento della nuova forma del Potere reale (cioè un fascismo totalmente altro) ha creato una nuova egemonia culturale borghese, che la Democrazia cristiana ha fatto sua oggettivamente, senza accorgersene.


Ora il Partito comunista, nella nuova situazione storica di crisi della Democrazia cristiana, coincidente con la crisi del Potere consumistico, se volesse potrebbe riprendere in mano la situazione e riproporre una propria egemonia culturale. L’autorità che gli proveniva negli anni Cinquanta dalla Resistenza gli proviene oggi dall’essere l’unica parte dell’Italia pulita, onesta, coerente, integra, forte (fino al punto da istituire una specie di paese nel paese; e con ciò, peraltro — e certo preterintenzionalmente, visto che il paese «rosso» si colloca al Nord, magari con capitale Bologna — contribuendo all’ulteriore emarginamento del sempre più degradato Meridione).


P.P . PASOLINI, L'ignoranza vaticana come paradigma dell'ignoranza della borghesia italiana". Pubblicato per la prima volta su "Epoca", 25 gennaio 1975., per un'inchiesta sulla Dc e gli intellettuali. Poi negli "Scritti corsari" (1975) p.97.

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