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Conversazione a Cannes: con Pier Paolo Pasolini, intervista di J.Blokker, su «Algemeen Handelsblad, 1966.

  • Immagine del redattore: Città Pasolini
    Città Pasolini
  • 24 feb
  • Tempo di lettura: 4 min

Paolo Pasolini ha 44 anni ed è piccolo (più piccolo della media); ha gli occhi stanchi, come se dovessero lacrimare da un momento all’altro: gli occhi di chi legge, guarda, osserva molte ore al giorno. Il signor Pasolini porta anche gli occhiali da sole, che si toglie quando parla. Tra mezz’ora deve andare alla presentazione del film; per compensare la sua scarsa conoscenza del francese, parla velocemente, soprattutto in italiano: «Il mio francese è pessimo, non riesco a esprimere bene quello che voglio dire».


Vuole esprimere la sua poesia in modo molto diretto e preciso. Il suo film è brillante, forse il più bello di questo festival, ed è già un grande risultato. Uccellaci e uccellini è una favola: leggera, comica e burlesca nella forma (con, ad esempio, un generico cantato), melodica, ironica e partecipe nei contenuti. Un vecchio (Totò) e suo figlio attraversano il mondo; sono spettatori di ciò che accade — qualcuno muore, la gente balla, la gente soffre, la gente va in chiesa — e vengono raggiunti da un corvo parlante.


Il corvo è una creatura di ghiaccio: figlio di Madre Dubbio e Padre Coscienza, proveniente dalla terra dell’Ideologia. L’uccello cerca di condividere la sua saggezza con il vecchio e suo figlio, ma i due non sono affatto interessati. Ascoltano un’antica storia che la creatura racconta loro: è ambientata nel XII secolo, quando Francesco inviò due monaci (un vecchio e un giovane, interpretati dagli stessi attori) a predicare il Vangelo agli uccelli. Inizialmente il vecchio monaco riesce a comunicare con i falchi, ma questi non capiscono di chi stia parlando quando afferma di venire con il messaggio di Dio; in seguito riesce a comunicare anche con i passeri affamati, che ascoltano, ma rimangono profondamente delusi quando scoprono che il Vangelo non è qualcosa che si possa mangiare. Infine i passeri vengono divorati dai falchi, e la consolazione di Francesco è contenuta in un testo che Pasolini citò dal discorso di Papa Paolo VI alle Nazioni Unite.


La vecchia storia non rende i due protagonisti più saggi. Il corvo rimane con loro per un po’, ma alla fine li annoia tanto che decidono di catturarlo, arrostirlo e mangiarlo. Poi riprendono il loro cammino, senza sapere dove stiano andando.


P.P. PASOLINI, Conversazione a Cannes: con Pier Paolo Pasolini, intervista di J.BLOKKER, su «Algemeen Handelsblad», 18 maggio 1966, p.17. Traduzione, Silvia Martín Gutiérrez

Domanda: Il suo film è stato realizzato secondo una sceneggiatura prestabilita?


Risposta: Sì. La prima sceneggiatura era composta da tre episodi, in cui gli stessi attori apparivano ogni volta in ruoli diversi. Quel formato si è rivelato troppo costoso da realizzare.


Domanda: In che senso il film è difficile?


Risposta: Il film racconta una favola, ma gli eroi non vengono ricompensati; sembra una favola, ma contiene un’ideologia. Questo lo rende rischioso.


Domanda: In una lettera ai critici ha citato un verso della sua poesia: «È così facile deludere…»


Risposta: «Dobbiamo danzare sul fuoco di legna, ridicoli come martiri arrostiti». In effetti, credo sia così.


Domanda: Vede già il suo film come una favola?


Risposta: Come una favola con una morale, una favola con un’ideologia. È la favola sull’umanità — il padre e il figlio — che attraversa la vita senza capirla, continua a vivere senza sapere dove stia andando e non sente più che qualcosa la guidi.


Domanda: Incontriamo un corvo: in che misura è autobiografico?


Risposta: Ciò che il corvo racconta è, in parole semplici, l’ideologia del marxismo così come esisteva durante la Resistenza contro i nazisti e fino agli anni Cinquanta. In seguito il marxismo entrò in crisi, non solo in Italia ma in tutto il mondo. Erotismo, prosperità, contraccezione, ecumenismo: tutti questi elementi hanno sovvertito la pura dottrina marxista, facendola scivolare in una forma intermedia che è, di fatto, capitalista.


Domanda: Nel suo film ha incluso frammenti di cinegiornale del funerale di Togliatti. La sua morte rappresenta per lei una svolta nel marxismo italiano?


Risposta: La svolta c’era già stata, ma Togliatti rappresentava quel “puro papismo” interno al partito.


Domanda: Fino a che punto il suo film è pessimista?


Risposta: L’idea è che l’umanità voglia vivere sulla terra. Quando il padre e il figlio mangiano il corvo, in un certo senso compiono un gesto che è anche simbolico: è un evento che esprime un pessimismo molto particolare.


Domanda: Possiamo supporre che, mangiando l’“ideologia”, steste pensando a una sorta di assimilazione dell’ospite?


Risposta: Certo. In tutte le culture, mangiare ha un significato sacro: è assorbimento, identificazione, ma allo stesso tempo distruzione.


Domanda: Tutto nel suo film ha, come si addice a una favola, un significato simbolico o allegorico. Che cosa rappresenta l’episodio in cui Totò e suo figlio incontrano gli artisti itineranti del carnevale?


Risposta: Quei vagabondi rappresentano un “terzo mondo”, un mondo sottosviluppato ancora visibile in Italia: il mondo della povertà, in cui nessuno fa nulla se non per avere qualcosa da mangiare la sera. Un mondo per il quale né il cristianesimo né il marxismo hanno ancora trovato una soluzione.


Domanda: Quando Totò, nell’episodio francescano, viene interrotto nei suoi tentativi di imparare il linguaggio degli uccelli da monaci e monache in festa, decide di scacciare la gente, proprio come Cristo scacciò i mercanti dal tempio. Quella scena completa o corregge la scena corrispondente del suo film Il Vangelo secondo Matteo?


Risposta: Mi piace rendere i miei film diversi dai precedenti. La situazione è la stessa, ma nella storia della Passione c’è una forza drammatica molto maggiore. Qui ho ricreato la situazione in modo più burlesco.


Domanda: La musica gioca un ruolo importante, spesso controverso, nei suoi film. In base a cosa sceglie i temi, per lo più classici?


Risposta: Cerco di caratterizzare i personaggi attraverso i temi musicali; una certa atmosfera intrinseca a loro viene accentuata dalla musica.


Domanda: In questo nuovo film compaiono due temi tratti da Il flauto magico, tipica opera massonica. È una scelta intenzionale?


Risposta: Sono i temi del Perdono e della Felicità. L’aspetto massonico è casuale.


Domanda: Lei occupa una posizione piuttosto isolata in Italia. Ha rapporti, ad esempio, con giovani registi?


Risposta: Mantengo buoni rapporti con tutti i miei colleghi, ma credo di essere un po’ solitario come regista. Devo dire che mi sento anche più europeo che italiano; è anche per questo che ho praticamente detto addio alla letteratura: come regista mi sento meno limitato dalla mia nazionalità. Naturalmente rimango italiano, con una mentalità italiana e con tutti gli svantaggi che ciò comporta.



P.P. PASOLINI, Conversazione a Cannes: con Pier Paolo Pasolini, intervista di J.BLOKKER, su «Algemeen Handelsblad», 18 maggio 1966, p.17. Traduzione, Silvia Martín Gutiérrez

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