Cronaca e intervista a Orson Welles dal set di La Ricotta, di Pier Paolo Pasolini, sulla «Tribune de Genève», 1962.
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Roma, inizio novembre. Il giornalista, non troppo rassicurato, giovane ma animato da molta buona volontà, si avvicina timidamente al regista, superbo davanti all’ultimo scenario della sua superproduzione storico-biblica a colori naturali: quello della scena della crocifissione.
— Che cosa pensa della morte?
Poiché il giornalista è piuttosto di statura media, Kane non può evitare di guardarlo dall’alto in basso.
— Non è un problema marxista, taglia corto la sua voce tagliente!
Turbato, il giornalista cerca di diventare anodino.
— Che cosa pensa della società italiana?
— È la sintesi del popolo più stupido del mondo e della borghesia meno illuminata, risponde Otello!
Il giornalista darebbe il suo servizio pur di trovarsi altrove. Soprattutto da quando gli occhi malva del suo interlocutore si fissano con selvaggia insistenza sulle esitazioni del suo stile.
— Con questo film, che cosa ha tentato di esprimere?
Il giornalista si aspetta il peggio, ma un buon sorriso illumina il volto del signor Arkadin.
— Il mio profondo, sincero e arcaico cattolicesimo- e scoppia in una risata omerica.
Facendo finta di nulla, fingendo di non aver interpretato, il giornalista tenta un’ultima volta:
— Che cosa pensa del regista Pier Paolo Pasolini?
— Pasolini?
Danza, replica l’uomo-elefante, e subito dopo si mette a recitare una poesia del Jean Genêt italiano, mentre il giornalista, moralmente distrutto e fisicamente lamentabile, viene espulso dal set.
Si interrompe la ripresa. Va bene per tutti? Il fonico fa segno che per lui va bene. Ecco un nuovo piano-sequenza de La ricotta finito in scatola.
Benché si tratti in realtà soltanto di un breve episodio, La ricotta, le cui riprese stanno per concludersi, è già considerato uno degli avvenimenti cinematografici più importanti del prossimo anno.
La moda dell’egocinema continua con RoGoPaG
Di che cosa si tratta esattamente? Di venti minuti di RoGoPaG. Ah!… Ma ancora? E innanzitutto, che cos’è La ricotta, che cosa significa, si mangia forse? Proprio così: si mangia, o si beve, come si vuole, poiché la ricotta è il nome che si dà nell’Italia meridionale a ciò che noi chiamiamo latte cagliato.
RoGoPaG, invece, non passa per essere commestibile, almeno sul piano alimentare. Per il resto, naturalmente, non si può pregiudicare nulla. RoGoPaG non è per il momento che una concessione all’egocinema, questa nuova moda lanciata da Federico Fellini con Otto e mezzo e ripresa oggi da Rossellini (Ro), Jean-Luc Godard (Go), Pier Paolo Pasolini (Pa) e Gregoretti (G). Questi quattro cineasti si sono infatti riuniti per presiedere alle sorti di un film a episodi il cui titolo è costituito dalle iniziali dei loro nomi. Tre episodi sono girati a Roma, mentre Godard realizza il suo a Parigi.
Lo si odia o lo si ammira
Ma è soprattutto per i venti minuti di Pier Paolo Pasolini che quest’opera è già così aspramente discussa e suscita tanto interesse a priori. Un nuovo film dell’autore di Accattone, il cui trionfo italiano la stampa londinese sta consacrando proprio in questi giorni dopo Parigi, è per principio stesso un avvenimento.
Pasolini, semplicemente esistendo con il suo talento, le sue leggende, i suoi scandali, il suo colore politico, i vizi che gli vengono attribuiti, il suo passato oscuro, il suo successo fulmineo, rappresenta una sfida permanente all’obiettività dei suoi concittadini. Lo si odia o lo si ammira. Lascia pochi indifferenti. Lo si attacca o lo si difende, come il mese scorso, alla prima romana di Mamma Roma, quando un piccolo gruppo di giovani fascisti tentò di colpirlo in nome della salute morale della gioventù italiana.
Si spera o si teme la caduta di Pasolini. Lo si bracca.
Ed ecco che, dopo aver realizzato due film estremamente drammatici — Accattone, che rivelò Franco Citti, attualmente protagonista del prossimo film di Marcel Carné, e Mamma Roma, con Anna Magnani, presentato quest’anno al Festival di Venezia — dopo aver scritto sceneggiature drammatiche per Bolognini, Franco Rossi e per il primo film di Florestano Vancini, Pier Paolo Pasolini, il poeta della “zona” romana, della vita violenta e delle rivendicazioni sociali, si misura con il genere terribilmente ingrato e difficile della farsa satirica.
A questa disciplina per lui nuova, Pasolini non ha esitato ad aggiungere un ulteriore ostacolo: affrontare per la prima volta il colore, poiché una parte importante de La ricotta non è girata in bianco e nero. Questi elementi bastavano a conferire all’impresa un carattere appassionante.

Davide e Golia
Vi è però un elemento in più, e non dei meno determinanti: La ricotta è il film di Davide e Golia. Pasolini, piccolo, magro, fine, ha scelto per assumere il ruolo principale della sua storia — quello di un regista cinematografico — il grande, l’immenso, il massiccio, il gigantesco, l’uomo del 18,5 (il suo obiettivo prediletto quando è dietro la macchina da presa), il genio colossale, l’enorme Orson Welles.
Il grande Welles eccolo qui: superbo, satanico, blasfemo, terrificante, grandioso davanti alla riproduzione esatta della Crocifissione di Pontormo, pittore italiano della scuola manierista (fine Rinascimento); eccolo incarnare il regista di una superproduzione storico-biblica. Il film di Pasolini comincia nel momento in cui Welles dovrebbe terminare il suo.
Una farsa satirica non si racconta. I fatti sono sempre troppo legati all’attualità e lo svolgimento dell’azione troppo dipendente da una successione di piccoli eventi perché l’aneddoto, separato dal suo contesto e dalla sua atmosfera, non risulti svilito. Questa osservazione è particolarmente valida nel caso de La ricotta, dove è infine il rapporto antitetico tra due eventi — la crocifissione, da un lato, come soggetto serio, e la preparazione delle riprese di questa scena capitale, dall’altro, come tema aneddotico — a creare la situazione.
L’eclissi ispiratrice
L’idea del filo conduttore de La ricotta venne a Pasolini il giorno in cui, circa due anni fa, si verificò un’eclissi di sole in Italia. A questo proposito, si noti che la stessa eclissi ispirò Antonioni e divenne il titolo del suo ultimo film. Uno dei numerosi amici che Pasolini aveva sulle rive romane del Tevere morì quel giorno, con le braccia in croce, disteso a guardare l’eclissi, fulminato da un’indigestione. Era un disperato, un poveraccio appartenente a quel sottoproletariato che Accattone e Mamma Roma mostrano. Poiché non mangiano tutti i giorni, non si limitano quando se ne presenta l’occasione.
Questo personaggio divenne Stracci, uno dei protagonisti de La ricotta. Stracci riesce a farsi assumere nel film storico-biblico. Deve interpretare, nel quadro della crocifissione, uno dei due ladroni messi in croce con Cristo. Metàscio, durante le pause, tutte le volte che può, il miserabile Stracci si ingozza di ricotta. Ne mangia così tanta che finisce per mangiarne troppa. Così, quando si gira la scena, muore davvero guardando il cielo, le braccia in croce, colpito da congestione.
— Povero Stracci, constata allora il regista, era il suo unico modo di fare la rivoluzione.
Poiché La ricotta non è soltanto una farsa satirica, ma anche una favola nella quale si ritrovano tutte le ossessioni dell’etica pasoliniana.
Oltre a Orson Welles, il cast comprende sette personaggi principali — quelli del quadro di Pontormo — una comparsa di grandissima importanza (circa trecento persone) e diversi ruoli episodici, tra cui quello del giornalista, interpretato da Mario Cipriani.
Laura Betti, futuro mostro sacro?
Il ruolo di Maria Maddalena è interpretato da una giovane donna bionda, ardente, dal volto di santa, alla quale la canzone italiana contemporanea deve di possedere alcuni titoli di nobiltà. Questo mostro sacro in potenza ha trionfato l’anno scorso a Parigi cantando testi di Pasolini, Moravia, di diversi giovani compositori di talento sicuro, senza dimenticare Bertolt Brecht, che interpreta in italiano. Si chiama Laura Betti. I suoi dischi l’hanno definitivamente consacrata nel suo paese e, anche quest’anno, Parigi — che la reclama — l’attende per un recital di un mese in dicembre.
Ettore Garofolo, la giovane scoperta di Pasolini in Mamma Roma (dove interpreta il ruolo del figlio di Anna Magnani), figura anch’egli nei titoli di La ricotta. La maggiore difficoltà incontrata da Pasolini nella distribuzione riguardò il ruolo dell’assistente di Orson Welles: un interprete capace di comporre un personaggio perfettamente stupido. Non ne trovava e si disperava, quando si ricordò dell’esistenza di un ex stagista, giovane e devoto, di cui aveva dovuto fare a meno dei servizi volontari, tanto la sua stupidità era congenita e la sua goffaggine irrimediabile. Lo fece convocare immediatamente e gli affidò il ruolo. Si parla oggi di rivelazione.
P.P. PASOLINI, Con La ricotta Pier Paolo Pasolini ridicolizza le super produzioni bibliche, sulla sulla «Tribune de Genève», n.263, 9 novembre 1962, p.35. Traduzione all'italiano, Silvia Martín Gutiérrez.


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