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Da Saba a Pasolini. L'omosessuale nel cassetto. Un articolo del 1975


Pier Paolo Pasolini a Roma, c. 1950-1955 © Drudi-Scialoja/Riproduzione riservata

La farsa recitata in pubblico, senza pietà e senza senso critico, per la morte di Pasolini, ha dimostrato non solo il provincialismo, ma anche la nevrosi della nostra cultura. L'assassinio di Pasolini ha determinato una commedia di esibizionismo. La corsa all'inedito, all'ultima dichiarazione (che non poteva essere smentita, una volta tanto, con un personaggio così scomodo), persino all'ultima immagine: c'è chi l'ha visto con un libro in mano, chi s'aspettava una sua telefonata, proprio mentre «Pier Paolo» veniva ucciso, chi addirittura l'ha visto addentare una mela, e se ne vanta.


Ma la morte di Pasolini ha aperto soprattutto una interminabile discussione sull'omosessualità, che ha riempito colonne di giornali e periodici e che procurerà, sicuramente, anche una , serie di pubblicazioni e di volumi. L'industria culturale vive sulla cronaca: e rientra nella sua logica sfruttare la notizia, che è sempre un concentrato di nevrosi. Sarebbe moralismo ingenuo (e anche stupido) recriminare su questa speculazione: ogni società ha i suoi mezzi espressivi, e attraverso questi mezzi si modifica e matura, come si umilia e s'avvilisce.


Così è naturale che, proprio sulla scia dell'assassinio di Pasolini e sul dibattito che esso ha aperto sull'omosessualità, si sia ritenuto opportuno tirare fuori da un cassetto il romanzo «omosessuale» di Umberto Saba (Ernesto, in questi giorni in libreria): un romanzo incompiuto, che difficilmente potrà essere apprezzato per quello che veramente vale: un romanzo che Saba, anche se fosse, riuscito a terminarlo, non avrebbe voluto stampare.


La pubblicazione di Ernesto punta impietosamente ad un possibile scandalo. In parole povere, fa notizia l'idea di un poeta celebrato nelle antologie, scolastiche, da ascriversi alla schiera dei «diversi»: di un Saba invertito. Perché Saba non lascia dubbi sulla verità autobiografica della storia di questo «ragazzo che aveva sedici anni a Trieste nel 1898» (i suoi anni), che soffrì (come lui) dell'abbandono paterno e dell'ossessiva, ma rigida, protezione materna. Dispiace, ma purtroppo, per i più, il significato di Ernesto rischierà di fermarsi esclusivamente all'acquisizione di una notizia: l'omosessualità di Saba.


Una notizia che di nuovo determinerà quello che gli psicologi definiscono il «panico omosessuale»: il disorientamento, ma più la paura, del «normale» di fronte al «diverso». Una paura che si può mascherare nella forma del disprezzo o del sarcasmo, oppure in una paternalistica (e irritante) comprensione, ma che non cessa d'essere paura. Bene o male torneremo allora alla morte di Pasolini. Bene o male torneremo al suo ultimo messaggio gridato: un messaggio che ha suscitato, a catena, tante altre urla scomposte, che ha suscitato (sull'omosessualità) una rissa di voci alterate.


Davvero un dramma, dolorosissimo. Perché la morte di Pasolini non ha determinato un reale esame di coscienza (solo Volponi ha ammonito ad «accettare sino in fondo lo scandalo» di questa morte, «più che con pietà, con civile coscienza»), ma ha suscitato soltanto una nuova, e inutile, battaglia ideologica. E se c'è chi, con comprensibile esasperazione, ma anche con pericolosa confusione intellettuale, ha proclamato una «rivoluzione» in nome della «diversità» (gli omosessuali del Fuori! e le femministe, solidali con i compagni omosessuali »); c'è sul fronte opposto chi ha speculato, con coraggio davvero da sciacallo, su questa morte, unendo in un mazzo invertiti e marxisti, e ricordando le pene severa in cui incorrono in Russia gli omosessuali.


L'isterismo intellettuale e il terrorismo ideologico sono il cancro dei nostri anni: la confusione, l'ambiguità, il gioco tattico (coperto dalla difficoltà di linguaggio) delle intelligenze vuote ne sono le funeste metastasi. Un cancro che muta le nevrosi (e le paure) in ideologia: sia dalla parte dei «diversi», sia dalla parte dei «normali». In questo clima di esasperazione e di confusione, allora, anche un piccolo episodio come questo della pubblicazione del romanzo «omosessuale » di Saba, se una volta tanto si recuperasse serenità, potrebbe fare del bene.


Se il lettore sarà ancora in grado di andare al di là della notizia (Saba invertito), potrà trarre infatti da questo libretto degli utilissimi insegnamenti. La storia di Ernesto è sì la storia di un'iniziazione omosessuale, ma senza traumi. Ernesto, scrive Saba, è «tenero, pietoso, assetato dei "beni della vita"»: è un «primitivo non un decadente». Accetta il «piacere», ma anche l'«affetto», di un «uomo», senza paura. Conosce i limiti della «normalità» e della «diversità», senza turbamenti e senza confusione. «La gente — scrive Saba ad un amico — ha un bisogno, un bisogno urgente di mettersi in libertà, di essere insomma liberata dalle sue inibizioni. [...] Ernesto non aveva inibizioni, o poche poche, e in forma più graziosa che angosciosa». Ecco, la «grazia» è la misura di queste poche pagine di Saba, di questo suo castissimo romanzetto incompiuto, in cui un ragazzo di sedici anni accetta la propria «diversità» (con la coscienza di questa sua «diversità») senza paura, ma anche senza ostentazione. Il libro — confessava Saba agli amici — è insieme lieto e spietato: spietato per aver superato, scrivendone quello che ne ho scritto, tutte le possibili inibizioni». La «diversità» è riportata a fatto privato che non mortifica e non esalta: ed ha anche la sua verità nel suo pudore, che non è questa volta maschera della paura.


Ma proprio in questa sua grazia, in questa sua eccezionale castità, Ernesto ci dà la misura della nostra tragedia, segna la differenza trai il tempo, di Pasolini e quello di Saba. «Per condurre a termine quel romanzetto — scriveva Saba — avrei avuto bisogno di un'atmosfera lieta, come l'adolescenza ». E forse il tempo di composizione del libro (1953) era ormai, anche per lui, troppo lontano da quello di azione (1898), per tentare ancora, e sia pure in una dimensione soltanto fantastica, un recupero. Tanto più lontano per noi, contemporanei di Pasolini che abbiamo perso irrimediabilmente la «forza» e la «debolezza» dell'Ernesto di Saba («La sua forza e la sua debolezza stavano nel mostrarsi, fin dove possibile, quale veramente era»): che non possiamo più essere né «lieti» né «spietati» nell'accettare ciò che è «diverso», dentro o fuori di noi.


Qualche giorno dopo la morte di Pasolini, Giovanni Testori, chiedendosi «che cosa spingeva Pasolini, la sera o la notte, a volere e a cercare quegli incontri», ne trovava la ragione nella sua «solitudine»: «La solitudine, questa cagna orrenda e famelica che ci portiamo addosso da quando diventiamo cellula individua e vivente, che pare privilegiare coloro che, con un aggettivo turpe e razzista, s'ha l'abitudine di chiamare "diversi"». Ma anche noi «normali» non, si amo forse morsi da «questa cagna orrenda e famelica», quando siamo costretti a fare i conti con questa nostra paura del «diverso», anche se cerchiamo di mascherarla ' nelle forme tracotanti dell'intollèranza?


Giorgio De Rienzo. Da Saba a Pasolini. L'omosessuale nel cassetto, La Stampa, 29 dicembre 1975, p. 3

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