I tabù del fascista, Dialoghi con Pasolini su «Vie Nuove», 23 settembre 1961.

Egregio Signor Pasolini,
pur essendo di idee del tutto opposte alle Sue (sono iscritto al Msi) mi piace leggere giornali di qualsiasi tendenza politica, e quindi anche «Vie Nuove», che contiene molti scritti interessanti, in particolare la rubrica da Lei diretta. Ho seguito in ispecie la Sua polemica contro D'Annunzio, e, pur considerando spesso ridicoli e faziosi i Suoi giudizi sull'arte di un Poeta la cui fama, quali che siano i Suoi meriti letterari che qui non voglio discutere, vivrà, purtroppo, certamente più a lungo della Sua, non intendo certo negarLe il diritto di avere una Sua personale opinione in merito.
Quel che non mi va a genio è che Lei, secondo lo stile comunista, cerchi sempre di imbrogliare le carte, confondendo volutamente politica e letteratura, e accusando di fascismo chi, nel caso specifico, non la pensa esattamente come Lei, e osa difendere D'Annunzio, sia pure solo dal punto di vista poetico e letterario, contro la sua totale e inappellabile condanna.
Ebbene, sappia che il sottoscritto non ha la minima paura di sentirsi dare del fascista, giacché è fiero e orgoglioso di esserlo, in quanto essere fascisti al giorno d'oggi significa avere ancora il senso dell'onore, della dignità, dell'onestà e del dovere, in mezzo a un mondo spregevole e abietto come quello scaturito dalla famigerata «liberazione» e da quel fenomeno di vile e ignobile delinquenza che va sotto il nome di «resistenza». Non vi è da meravigliarsi se in un mondo simile, che rappresenta «l'inversione di tutti i valori», vi sia chi osi definire D'Annunzio cattivo poeta e cattivo cittadino, evidentemente perché non conforme al tipo del criminale partigiano uccisore di donne e di inermi, da voi idoleggiato.
Del resto non è certo mia intenzione difendere D'Annunzio contro di Lei, giacché sarebbe un affronto troppo grave fatto ad un Poeta e a un Italiano così grande. Mi limito solo a citarLe alcuni versi di «Alcione» («La Tregua») che mi pare si adattino perfettamente al Suo caso: «Erma allegrezza! Fin lo schiavo abietto / Sfamato con le miche del convito / Lungi rauco latrava il suo dispetto / E l'obliquo lenone, imputridito / Nel vizio suo, dal lubrico angiporto / Con abominio ci segnava a dito, ecc.».
E ora mi dia pure del fascista, e mi faccia anzi mettere subito nella «lista nera» del Pci. Ne sarò lieto, anche se personalmente giudico (perdoni la mia sincerità) i comunisti in genere e gli intellettuali di sinistra in particolare, come la più disprezzabile genia di cialtroni e di furfanti che infesti questo nostro disgraziato Paese. Ma verrà pure il giorno in cui, se Dio vuole, i comunisti e i loro utili idioti di ogni risma pagheranno care finalmente tutte le loro infamie.
Grato se vorrà pubblicare la presente (ma ne dubito assai), e senza personale rancore, Le porgo, Signor Pasolini, i miei più distinti saluti,
Prof. Dr. Paolo Castruccio
Via Palestra 6/5 Genova
Egregio signore, pubblico senz'altro la sua lettera perché è un documento molto significativo. Se in laboratorio, un abilissimo «pasticheur», avesse voluto produrre un campione di mentalità fascista così tipico, difficilmente avrebbe potuto riuscirci. Ne approfitto.
Le sue affermazioni sono le affermazioni di un uomo che non conosce un'operazione fondamentale della vita: quella del verificare.
Il suo modo di ragionare è quindi tutto aprioristico: la sua è una tautologia continua, che si concreta in una serie di enunciazioni, legate fra loro dalla pura e semplice giustapposizione. Simile canone mentale porta per forza all'esasperazione, come ogni formula iterativa: e infatti lei, non trovando scampo alla implacabile serie di varianti immobili o senza processo logico, finisce con l'irritarsi suo malgrado: dopo aver ripetuto mille volte, fino all'ossessione, «io sono onesto, io sono virtuoso, io sono dignitoso, io sono probo», non può finire che urlando. E così, dopo aver ripetuto mille volte, «voi siete disonesti, voi siete peccatori, voi siete infami, voi siete degenerati», non può finire cheurlando. E infatti la sua lettera, che vuol presentarsi come pacata, oggettiva, contiene un solo urlo, disperato, isterico.
La sua protesta non si esaurirà mai, perché non verifica se stessa. Lei ha passato l'intera vita chiuso in un'angoscia, in un odio, che, nascendo e finendo in se stessi, non possono avere soluzione alcuna. È, per lei, una condanna. E guardi: se lei non avrà la forza di verificare in termini logici, veramente pacati, in che cosa consista la sua presunta onestà e dignità, e in che cosa consista la nostra presunta disonestà e indegnità, consumerà tutta la vita così, in un cieco, sterile, furibondo e impotente sentimento di odio. L'Italia, che è una terra così dolce e bella, il popolo italiano, che è così libero e intelligente, saranno sempre, per lei, due lugubri categorie ossessive, che non le daranno mai un momento di pace e di gioia: di vero amore.
Perché lei, come tutti i fascisti del suo tipo, è un uomo che non sa amare: una profonda inibizione glielo impedisce; la sua aggressività è patologica, come la sua protesta moralistica. La vita per lei è costituita da una serie di «tabù»: Patria, Dio, Famiglia, Sesso, Tradizione, che lei ha accettato col più puro conformismo: il conformismo tipico degli inibiti, che protestano verbalmente una salute che non possiedono; sì che il loro narcisismo — facendosi collettivo — trova delle soddisfazioni che, d'altra parte, sono inautentiche, e non lo risolvono. Le guarigioni avvengono soltanto attraverso l'uso della ragione. Invece lei pone — forse senza accorgersene — l'irrazionalità come l'unico strumento atto a possedere la realtà.
Lei, da ragazzo, in un momento delicato della sua crescita, del suo presentarsi al mondo — essendo un essere particolarmente sensibile ed emotivo — ha sentito con grande forza delle passioni: che erano naturalmente quelle inculcate dai padri e dai maestri conformisti. Queste passioni conformiste le hanno prodotto un trauma, da cui lei non è mai più riuscito a liberarsi: ha passato la vita cercando pezze d'appoggio a quelle ingenue passioni istituzionali che lei credeva libere, e che invece erano il massimo della schiavitù, e le ha tradotte in termini culturali. Ma di che cultura? Una cultura tutta scolastica, tradizionalistica nel senso peggiore della parola, per definizione retorica. È naturale che lei ami D'Annunzio: ma il suo amore per D'Annunzio è una riprova di quanto io vado dicendo — affrettatamente, si capisce, in termini non filologici e professionali su queste pagine.
Non temo il suo amore per D'Annunzio, come non temo il suo amore per la Patria. Perché il vero amore per la patria lo provo io: io che amo il popolo italiano, gli operai e i contadini italiani, e, per conseguenza, odio — ma di un odio ben ragionato e verificato — l'indegna classe dirigente italiana, la borghesia ipocrita, stupida e feroce, da cui lei è prodotto, e che lei con colpevole ingenuità confonde con l'Italia.
P.P. PASOLINI, I tabù del fascista, Dialoghi con Pasolini su «Vie Nuove», 23 settembre 1961, p.24.




