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Pier Paolo Pasolini. La rabbia del poeta, Vie Nuove (1962)


Il testo che segue, scritto da Pier Paolo Pasolini, è apparso sul n38 del 20 settembre 1962 sulla rivista Vie nuove, con cui Pasolini collaborava, ed è stato raccolto, insieme ad altri interventi, nel volume Le belle bandiere, a cura di Gian Carlo Ferretti, Editori Riuniti, Roma.




Pier Paolo Pasolini nello studio della sua casa di Via Carini (1962). La foto è di Gideon Bachmann © Archivio Cinemazero Images – Pordenone/ Tutti i diritti riservati

Ci sono stati degli avvenimenti che hanno segnato la fine del dopoguerra: mettiamo, per l’Italia, la morte De Gasperi.


La rabbia comincia lì, con quei grossi, grigi funerali.


Lo statista antifascista e ricostruttore è «scomparso»: l’Italia si adegua nel lutto della scomparsa, e si prepara, appunto, a ritrovare la normalità dei tempi di pace, di vera, immemore pace.


Qualcuno, il poeta, invece, si rifiuta a questo adattamento.


Egli osserva con distacco – il distacco dello scontento, della rabbia – gli estremi atti del dopoguerra (…) Cos’è che rende scontento il poeta? Un’infinità di problemi che esistono e nessuno è capace di risolvere: e senza la cui risoluzione la pace, la pace vera, la pace del poeta, è irrealizzabile.


Per esempio: il colonialismo. Questa anacronistica violenza di una nazione su un’altra nazione, col suo strascico di martiri e di morti. O: la fame, per milioni e milioni di sottoproletari.


O: il razzismo. Il razzismo come cancro morale dell’uomo moderno, e che, appunto come il cancro ha infinite forme. È l’odio che nasce dal conformismo, dal culto della istituzione, della prepotenza dalla maggioranza. È l’odio per tutto ciò che è diverso, per tutto ciò che non rientra nella norma, e che quindi turba l’ordine borghese. Guai a chi è diverso! questo il grido, la formula, lo slogan del mondo moderno. Quindi odio contro i negri, i gialli, gli uomini di colore: odio contro gli ebrei, odio contro i figli ribelli, odio contro i poeti. Linciaggi a Little Rock, linciaggi a Londra, linciaggi in Nord Africa, insulti fascisti agli ebrei.

(…)

Così, mentre da una parte la cultura ad alto livello si fa sempre più raffinata e per pochi, questi «pochi» divengono, fittiziamente, tanti: diventano «massa». È il trionfo del «digest» e del «rotocalco» e, soprattutto, della televisione. Il mondo travisato da questi mezzi di diffusione, di cultura, di propaganda, si fa sempre più irreale: la produzione in serie, anche delle idee, lo rende mostruoso. Il mondo del rotocalco, del lancio su base mondiale anche dei prodotti umani, è un mondo che uccide.

Povera, dolce Marilyn, sorellina ubbidiente, carica della tua bellezza come di una fatalità che rallegra e uccide.


Forse tu hai preso la strada giusta, ce l’hai insegnata. Il tuo bianco, il tuo oro, il tuo sorriso impudico per gentilezza, passivo per timidezza, per rispetto ai grandi che ti volevano così, te, rimasta bambina, sono qualcosa che ci invita a placare la rabbia nel pianto, a voltare le spalle a questa realtà dannata, alla fatalità del male.


Perché: fin che l’uomo sfrutterà l’uomo, fin che l’umanità sarà divisa in padroni e in servi, non ci sarà né normalità né pace. La ragione di tutto il male del nostro tempo è qui. E ancora oggi, negli anni sessanta le cose non sono mutate: la situazione degli uomini e della loro società è la stessa che ha prodotto le tragedie di ieri. Vedete questi? Uomini severi, in doppiopetto, eleganti, che salgono e scendono dagli aeroplani, che corrono in potenti automobili, che siedono a scrivanie grandiose come troni, che si riuniscono in emicicli solenni, in sedi splendide e severe: questi uomini dai volti di cani o di santi, di jene o di aquile, questi sono i padroni.


E vedete questi? Uomini umili, vestiti di stracci o di abiti fatti in serie, miseri, che vanno e vengono per strade rigurgitanti e squallide, che passano ore e ore a un lavoro senza speranza, che si riuniscono umilmente in stadi o in osterie, in casupole miserabili o in tragici grattacieli: questi uomini dai volti uguali a quelli dei morti, senza connotati e senza luce se non quella della vita, questi sono i servi. È da questa divisione che nasce la tragedia e la morte.


La bomba atomica col suo funebre cappuccio che si allarga in cieli apocalittici è il frutto di questa divisione. Sembra non esservi soluzione da questa impasse, in cui si agita il mondo della pace e del benessere. Forse solo una svolta imprevista, inimmaginabile… una soluzione che nessun profeta può intuire… una di quelle sorprese che la vita quando vuole continuare… forse… Forse il sorriso degli astronauti: quello, forse, è il sorriso della vera speranza, della vera pace. Interrotte, o chiuse, o sanguinanti le vie della terra, ecco che si apre, timidamente, la via del cosmo.

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