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Pier Paolo Pasolini legge 'Il canto popolare' una poesia del 1952-53.




Pier Paolo Pasolini: A Film Maker's Life (1971)


Il canto popolare

Improvviso il mille novecento

cinquanta due passa sull'Italia:

solo il popolo ne ha un sentimento

vero: mai tolto al tempo, non l'abbaglia

la modernità, benché sempre il più

moderno sia esso, il popolo, spanto

in borghi, in rioni, con gioventù

sempre nuove - nuove al vecchio canto -

a ripetere ingenuo quello che fu.

Scotta il primo sole dolce dell'anno

sopra i portici delle cittadine

di provincia, sui paesi che sanno

ancora di nevi, sulle appenniniche

greggi: nelle vetrine dei capoluoghi

i nuovi colori delle tele, i nuovi

vestiti come in limpidi roghi

dicono quanto oggi si rinnovi

il mondo, che diverse gioie sfoghi...

Ah, noi che viviamo in una sola

generazione ogni generazione

vissuta qui, in queste terre ora

umiliate, non abbiamo nozione

vera di chi è partecipe alla storia

solo per orale, magica esperienza;

e vive puro, non oltre la memoria

della generazione in cui presenza

della vita è la sua vita perentoria.

Nella vita che è vita perché assunta

nella nostra ragione e costruita

per il nostro passaggio - e ora giunta

a essere altra, oltre il nostro accanito

difenderla - aspetta - cantando supino,

accampato nei nostri quartieri

a lui sconosciuti, e pronto fino

dalle più fresche e inanimate ère -

il popolo: muta in lui l'uomo il destino.

E se ci rivolgiamo a quel passato

ch'è nostro privilegio, altre fiumane

di popolo ecco cantare: recuperato

è il nostro moto fin dalle cristiane

origini, ma resta indietro, immobile,

quel canto. Si ripete uguale.

Nelle sere non più torce ma globi

di luce, e la periferia non pare

altra, non altri i ragazzi nuovi...

Tra gli orti cupi, al pigro solicello

Adalbertos komis kurtis!, i ragazzini

d'Ivrea gridano, e pei valloncelli

di Toscana, con strilli di rondinini:

Hor atorno fratt Helya! La santa

violenza sui rozzi cuori il clero

calca, rozzo, e li asserva a un'infanzia

feroce nel feudo provinciale l'Impero

da Iddio imposto: e il popolo canta.

Un grande concerto di scalpelli

sul Campidoglio, sul nuovo Appennino,

sui Comuni sbiancati dalle Alpi,

suona, giganteggiando il travertino

nel nuovo spazio in cui s'affranca

l'Uomo: e il manovale Dov'andastà

jersera... ripete con l'anima spanta

nel suo gotico mondo. Il mondo schiavitù

resta nel popolo. E il popolo canta.

Apprende il borghese nascente lo Ça ira,

e trepidi nel vento napoleonico,

all'Inno dell'Albero della Libertà,

tremano i nuovi colori delle nazioni.

Ma, cane affamato, difende il bracciante

i suoi padroni, ne canta la ferocia,

Guagliune 'e mala vita! in branchi

feroci. La libertà non ha voce

per il popolo cane. E il popolo canta.

Ragazzo del popolo che canti,

qui a Rebibbia sulla misera riva

dell'Aniene la nuova canzonetta, vanti

è vero, cantando, l'antica, la festiva

leggerezza dei semplici. Ma quale

dura certezza tu sollevi insieme

d'imminente riscossa, in mezzo a ignari

tuguri e grattacieli, allegro seme

in cuore al triste mondo popolare.

la luce di chi è ciò che non sa.

che in te la storia vuole, questa storia

il cui Uomo non ha più che la violenza

delle memorie, non la libera memoria...

E ormai, forse, altra scelta non ha

che dare alla sua ansia di giustizia

la forza della tua felicità,

e alla luce di un tempo che inizia

la luce di chi è ciò che non sa.

Pier Paolo Pasolini Il canto popolare (1952-53) in Le ceneri di Gramsci (1957)

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