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75 anni dalla scomparsa di Guido Pasolini

Aggiornato il: feb 14


Guidalberto Pasolini (1940) © Fondo Pasolini / Riproduzione riservata
Pier Paolo Pasolini immortalato da Francesco Krivec (1947) © Pro Casarsa della Delizia / Riproduzione riservata

Il 7 febbraio 1945, avvenne infatti l’eccidio legato alle malghe di Porzûs, nel Friuli a un passo dal confine con l’attuale Slovenia. Episodio atroce e tuttora ferita aperta in cui un gruppo di partigiani garibaldini, comunisti e filotitini, comandati da Mario Toffanin, detto “Giacca”, si macchiò dell’omicidio di un altro gruppo di partigiani, comandati da Francesco De Gregori “Bolla”, ma dal fazzoletto verde, per lo più azionisti e di fede italiana.

Tra le vittime di quel massacro, le cui origini si situano nella questione dei confini e delle mire annessionistiche dei comunisti jugoslavi, ci fu anche il fratello minore di Pier Paolo Pasolini, Guido Alberto, arruolatosi a diciannove anni nella brigata "Osoppo" con il nome di battaglia ”Ermes” e ucciso il 12 febbraio in località Borgo Romagno, divenuto oggi un Parco naturale pubblico.


Proponiamo di seguito un estratto della lettera inviata da Pasolini a Luciano Serra da Versuta il 21 agosto 1945.

«La disgrazia che ha colpito mia madre e me è come un'immensa, spaventosa montagna che abbiamo dovuto valicare, e quanto più ora ce ne allontaniamo tanto più ci appare alta e terribile contro l'orizzonte. Non posso scrivere senza piangere, e tutti i pensieri mi vengono su confusamente come le lacrime. Dapprincipio non ho potuto provare che un orrore, una ripugnanza a vivere, e l'unico, inaspettato conforto era credere nell'esistenza di un destino a cui non si può sfuggire, e che quindi è umanamente giusto. Tu ricordi l'entusiasmo di Guido, e la frase che per giorni mi è martellata dentro era questa: Non ha potuto sopravvivere al suo entusiasmo. Quel ragazzo è stato di una generosità, di un coraggio, di una innocenza, che non si possono credere. E quanto è stato migliore di tutti noi; io adesso vedo la sua immagine viva, coi suoi capelli, il suo viso, la sua giacca, e mi sento afferrare da un'angoscia così indicibile, così disumana».

[Da "Pier Paolo Pasolini. Lettere agli amici (1941-1945)", Guanda, 1976]


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