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La scomparsa di Guido Pasolini. Una lettera del fratello Pier Paolo: La disgrazia che ha colpito mia madre e me è come un’immensa, spaventosa montagna che abbiamo dovuto valicare.

  • Immagine del redattore: Città Pasolini
    Città Pasolini
  • 9 feb
  • Tempo di lettura: 7 min
Guidalberto Pasolini (1940) © Fondo Pasolini / Riproduzione riservata
Pier Paolo Pasolini immortalato da Francesco Krivec (1947) © Pro Casarsa della Delizia / Riproduzione riservata

Il 7 febbraio 1945 ebbe luogo l’eccidio delle malghe di Porzûs, nel Friuli, in prossimità del confine con l’odierna Slovenia. Si tratta di un episodio di particolare gravità, tuttora oggetto di dibattito storiografico e di memoria controversa, nel quale un gruppo di partigiani garibaldini di orientamento comunista e filojugoslavo, agli ordini di Mario Toffanin, detto “Giacca”, si rese responsabile dell’uccisione di alcuni partigiani appartenenti alla brigata Osoppo, comandati da Francesco De Gregori, detto “Bolla”, riconoscibili dal fazzoletto verde e prevalentemente legati al Partito d’Azione e a un’identità nazionale italiana.


Tra le vittime del massacro, le cui cause affondano nella complessa questione dei confini orientali e nelle aspirazioni annessionistiche dei comunisti jugoslavi, figurò anche Guido Alberto Pasolini, fratello minore di Pier Paolo Pasolini. Arruolatosi all’età di diciannove anni nella brigata Osoppo con il nome di battaglia “Ermes”, egli fu ucciso il 12 febbraio 1945 in località Borgo Romagno, area che oggi costituisce un parco naturale pubblico.


Proponiamo di seguito la lettera inviata da Pasolini a Luciano Serra da Versuta il 21 agosto 1945.

«Carissimo Luciano,


ho ricevuto la tua lettera del 14 luglio, carissima, consolantissima. Cerca di scrivermi spesso, anche se la posta è così lenta. Quante cose mi dici di te; ed io di me non ho nulla da raccontare, e l’unica cosa la sai. La disgrazia che ha colpito mia madre e me è come un’immensa, spaventosa montagna che abbiamo dovuto valicare, e quanto più ora ce ne allontaniamo tanto più ci appare alta e terribile contro l’orizzonte. Non posso scriverne senza piangere, e tutti i pensieri mi vengono su confusamente come le lacrime.


Dapprincipio non ho potuto provare che un orrore, una ripugnanza a vivere, e l’unico, inaspettato conforto era credere nell’esistenza di un destino a cui non si può sfuggire, e che quindi è umanamente giusto. Tu ricordi l’entusiasmo di Guido, e la frase che per giorni e giorni mi è martellata dentro era questa: Non ha potuto sopravvivere al suo entusiasmo. Quel ragazzo è stato di una generosità, di un coraggio, di un’innocenza che non si possono credere. E quanto è stato migliore di tutti noi; io adesso vedo la sua immagine viva, coi suoi capelli, il suo viso, la sua giacca, e mi sento afferrare da un’angoscia così indicibile, così disumana.


Credo che non potrò dirti niente per l’articolo che pensi di scrivere; mia mamma è qui che sfaccenda in cucina, e io devo fare sforzi tormentosi per non farmi veder lacrimare da lei. Ora l’unico pensiero che mi consola non è l’idea che occorra essere saggi, che bisogna superare e rassegnarsi; questa rassegnazione è egoismo, è crudele, disumana. Non è questo che bisogna dare a quel povero ragazzo che se ne sta laggiù, chino, in quel silenzio terribile.


Bisognerebbe essere capaci di piangerlo sempre, senza fine, perché solo questo potrebbe essere un poco pari all’immensità dell’ingiustizia che lo ha colpito. Eppure la nostra natura umana è tale che ci permette di vivere ancora, di risollevarci perfino, in qualche momento. Perciò l’unico pensiero che mi conforta è che io non sono immortale; che Guido non ha fatto altro che precedermi generosamente di pochi anni in quel nulla verso il quale io mi avvio. E che ora, che mi è così familiare, la terribile oscura lontananza o disumanità della morte mi si è così schiarita da quando Guido vi è entrato.


Quell’infinito, quel nulla, quell’assoluto contrario ora hanno un aspetto domestico; c’è Guido, mio fratello, capisci, che è stato per vent’anni sempre vicino a me, a dormire nella stessa stanza, a mangiare alla stessa tavola. Non è dunque così innaturale entrare in quella dimensione così a noi inconcepibile. E Guido è stato così buono, così generoso da dimostrarmelo, sacrificandosi per il suo fratello maggiore, forse a cui voleva troppo bene, a cui credeva troppo.


Per questo posso dirti, Luciano, ch’egli si è scelto la morte, l’ha voluta, e fin dal primo giorno della nostra schiavitù. Il 10 settembre del ’43 lui e un suo amico avevano già rischiato la vita più volte per rubare armi ai Tedeschi nel campo di aviazione di Casarsa; e così per tutto l’autunno del ’44. Il suo amico Renato, durante una di quelle rischiosissime imprese, ha perso una mano e un occhio; non per questo hanno desistito, anzi. Per tutta la primavera hanno, di notte, durante il coprifuoco, sparso biglietti di propaganda e scritto sui muri (nel muro di una casa crollata di Casarsa si legge ancora la sua scritta: L’ora è vicina).


E tu, Luciano, ricorderai il nostro arresto, in cui si accusava me di essere colpevole di quella propaganda; era Guido invece. Da quei giorni la sorveglianza su di noi fu continua ed esasperante. Andavamo spesso a dormire a Versuta; intanto Guido aveva preso da molto tempo la decisione di andare sulle montagne. E agli ultimi di maggio del ’44 partì, senza che si potesse far nulla per convincerlo a restarsene nascosto a Versuta, come poi ho fatto io per un anno.


Io l’ho aiutato a partire, una mattina di buon’ora. Avevamo preso un biglietto per Bologna, dicendo a tutti che quella era la meta del suo viaggio. Erano i giorni di maggior terrore e di più stretta sorveglianza, e la sua fuga fu abbastanza drammatica. Ci siamo salutati e baciati in un campo dietro la stazione; ed era l’ultima volta che lo vedevo. Partì per Spilimbergo ed arrivò finalmente a Pielungo, incorporandosi nella divisione Osoppo.


Cominciano allora le sue imprese leggendarie, che io non conosco bene. Le sue lettere erano rare e oscure. In quel tempo, sui monti della Carnia, i patrioti erano ancora un numero esiguo; il reparto di Guido era di sei o sette uomini, che dovevano fingere di essere una compagnia, con furiose, incredibili marce sui monti. In settembre mia mamma è andata a trovarlo; stavolta era a Savorgnano del Torre, sopra Tricesimo. Lì stava bene, i partigiani erano ben organizzati e il morale altissimo.


Poi venne l’offensiva di ottobre e novembre da parte delle brigate nere e dei Tedeschi; offensiva memorabile, che i Friulani non potranno più dimenticare. In quell’orribile confusione Guido ha dovuto passare dei momenti tremendi, restati testimoniati in una lunga, interessantissima lettera indirizzata a me. Finalmente i partigiani si riorganizzano; Guido si trova a Musi con il suo amico Roberto d’Orlandi, “Gino”, ed “Enea”.


È di questo periodo la sua impresa più eroica (siamo nel gennaio 1945); il suo comandante “Gino” mi ha raccomandato che, se dovessi scrivere di Guido, non risparmiassi gli aggettivi più straordinari. Egli lo ha visto all’opera, e io ti ripeto quello che lui ne ha detto, senza poterti rendere la sua ammirazione e la sua commozione. Insomma, Guido e Roberto hanno tenuto testa da soli a un centinaio di Cosacchi che erano andati a rastrellare Musi; ritirandosi su per il monte sparavano, con una calma e una freddezza da veterani, loro che erano ragazzi diciannovenni; e benché fossero quasi al corpo a corpo non perdettero un momento la testa e resistettero fino a che i Cosacchi si ritirarono.


Un mese dopo, cioè il 7 febbraio, Guido era morto; e avrebbe potuto, invece, essere qui, felice, glorioso, con la sua bandiera, vicino a sua mamma. Ma gli avvenimenti gli si sono presentati in modo tale che egli avesse modo di scegliere fra la sua vita e la libertà. E ha scelto la libertà, che vuol dire lealtà, generosità, sacrificio.


Da alcuni mesi un gruppo di traditori si dava d’attorno per tradire la causa di quella libertà e vendersi a Tito; gli osovani di quella zona, a capo dei quali era De Gregori (Bolla), col suo stato maggiore a cui apparteneva Guido, non volevano piegarsi alle richieste slavo-comuniste di passare nelle file del nostro nemico Tito. Questo fin dal novembre ’44; ora le cose si erano tese, quando, senza scopo, senza una ragione plausibile, se non l’odio e un loro ripugnante egoismo, un gruppo di disoccupati e facinorosi che militavano tra i garibaldini della zona, fingendosi scampati da un rastrellamento, si fecero ospitare da Bolla e dai suoi; poi, improvvisamente, gettarono la maschera, fucilarono Bolla, gli levarono gli occhi, massacrarono Enea, presero prigionieri tutti quegli altri poveri ragazzi, circa sedici o diciassette, e ad uno ad uno li ammazzarono tutti. Questo avvenne in alcune malghe presso Musi.


Quel giorno mio fratello si trovava a Musi con Roberto ed altri, e stava recandosi da Bolla per portargli alcuni ordini; ed ecco che sentirono le prime fucilate e videro uno fuggente che disse loro di scappare, di tornare indietro, che non c’era nulla da fare. Tutti si lasciarono convincere a ritirarsi. Ma mio fratello e Roberto no; vollero andare a vedere, a portare il loro aiuto, poveri ragazzi. Ma di fronte ai cento e più traditori dovettero cedere.


Dopo alcuni giorni, essendo stato richiesto a questi giovani, veramente eroici, di militare nelle file garibaldino-slave, essi si rifiutarono, dicendo di voler combattere per l’Italia e la libertà, non per Tito e il comunismo. Così sono stati ammazzati tutti, barbaramente. I funerali delle spoglie riesumate sono stati fatti dopo alcuni mesi, a liberazione avvenuta, in grande solennità a Udine; ora Guido è nel cimitero di Casarsa.


Guido era iscritto al Partito d’Azione. E da quella lettera di cui ti accennavo, eccoti, Luciano, un pezzo che ti riguarda: «Ti mando una copia del programma del Partito d’Azione, al quale ho aderito con entusiasmo. Quanti ho conosciuto del P.A. sono persone onestissime, miti e leali: veri italiani. Enea rassomiglia moltissimo a Serra!». Egli ti voleva molto bene, Luciano; e te lo scrivo piangendo. Si è fatto chiamare “Ermes” come nome di battaglia, per ricordare Parini, di cui ancora non mi dite nulla.


Ora tutto questo amore che quel ragazzo aveva per me e i miei amici, tutta quella sua stima per noi e per i nostri sentimenti (per i quali è morto), mi tormentano sempre; vorrei poter contraccambiarlo in qualche maniera. Il suo martirio non deve restare ignoto, Luciano. Cerca di scrivere tu intanto qualcosa; questo farebbe un grandissimo piacere anche alla nostra povera mamma, che vuole a tutti i costi avere una ragione per cui quel suo figlio è morto.


Non posso continuare su questo tono, perché mi sento angosciare. Enea (Gastone Valenti), quello che ti somigliava, era un udinese, ed è morto gridando: «Viva l’Italia e viva la libertà», e poi, massacrato, aveva ancora la forza di mormorare: «Dite ai miei che io muoio per il Partito d’Azione». Spinto da queste circostanze anch’io mi sono iscritto a questo Partito.


Scrivimi presto, Luciano; e intanto mostra questa lettera a tutti i nostri amici, che non mi sento in grado di scrivere ad ognuno di loro. Di’ che essa è per essi come per te, e che mi scusino. Mandatene, se potete, un riassunto a Farolfi e a Mauri.


Ti bacio, e con te tutti.».


P.P. PASOLINI. Lettera a Luciano Serra, Versuta il 21 agosto 1945, in Pasolini. Lettere 1940-1954" a cura di Nico Naldini. Einaudi,Torino , 1986, pp. 197-201.


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