Intervista di Alberto Arbasino a Pier Paolo Pasolini, gennaio 1963.
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Pasolini sta partendo per l’Africa (dove girerà Il padre selvaggio), affaccendatissimo nel suo studio pieno di libri e carte e disegni e totem e tabù, in mezzo a visite e telefonate di illustri umanisti e di postulanti umilissimi e richieste, preghiere, interviste, interruzioni. Ma prima che vada via per più di due mesi vorrei sentire cosa pensa del momento non facile che attraversiamo: così felice materialmente e spiritualmente miserabile, con una vita letteraria che sotto apparenze prospere non sembra mai stata così arida e malata, sconvolta da faide e appetiti e rivalità e opportunismi. Voglio chiedergli un catalogo ragionato delle sue predilezioni attuali: che revisioni critiche di valori ha fatto di recente; se i suoi antenati spirituali di dieci o vent’anni fa sono gli stessi di oggi; se ne ha ucciso qualcuno e se ne ha adottati di nuovi. E finalmente vorrei sapere, data una serie di giudizi sugli aspetti sociologici e umani, economici e culturali, della situazione italiana attuale, quali conseguenze ne trae per la sua condotta umana e le sue attività future.
Che giudizi generali dai sulla diffusione recente della ricchezza in Italia? Sull’accesso di larghi strati popolari a un benessere mai conosciuto, con la possibilità di comprarsi radioline e altre frivolezze dove fino a poco fa si cenava magari con un piatto di patate in cinque? Secondo me naturalmente è un fatto positivo: l’essenziale mi pare la liberazione dal bisogno, dalla paura, dal ricatto per fame, a ogni costo. Sappiamo invece quanti nostri amici si preoccupano per le conseguenze: a posto con la casa, con l’impiego, magari con la macchina, soddisfatte comunque le necessità elementari, ecco spuntare i bisogni più folli e spregevoli, aizzati dalla civiltà dei consumi, dalla cultura di massa. Ma anche qui non mi sento di biasimare fumetti e transistor, perché calcolo il «tempo lungo». L’America della febbre dell’oro era avida e volgare e materialistica come l’Italia del boom, né più né meno; ma sono bastati pochi decenni perché diventasse più seria e pensosa, e comprasse i classici per mezzo dollaro nei supermercati. Scusa la semplificazione orrenda, ma con tutti i nostri ritardi in ogni campo la situazione mi sembra parallela: «se tanto mi dà tanto», i tuoi amati Bach e Vivaldi saranno apprezzati dai figli dei fanatici del festival di Sanremo d’oggi...
P.P.P: Non ho esperienza diretta del benessere. Per me, non c’è. Non abito mica a Milano, io. E, d’altra parte, ricevo almeno quattro o cinque lettere al giorno, con richiesta di aiuti finanziari, e almeno sette o otto persone al giorno si rivolgono a me disperatamente per essere aiutate a trovare lavoro. È certamente un caso eccezionale, il mio. Ma io vivo immerso nel mondo della necessità più angosciosa.
Ti dirò una cosa un po’ infantile. Era molto tempo che non passavo più per le strade delle borgate romane: ci sono passato l’altra notte, in macchina, con Fellini, per caso. Lo sai che mi sono messo quasi a piangere? Tiburtino era lì, davanti ai miei occhi, identico com’era dieci anni fa, come ai tempi, per me ormai così lontani e conclusi, in cui scrivevo Ragazzi di vita. Maledetti! Parlano di benessere, e per di più pretendono che se ne parli come di un fatto scientificamente provato, reale, palpitante, ferocemente attuale. Chi non lo ammette è fuori moda, squalificato. Sai cosa mi sembra l’Italia? Un tugurio i cui proprietari sono riusciti a comprarsi la televisione, e i vicini, vedendo l’antenna, dicono, come pronunciando il capoverso di una legge: «Sono ricchi! Stanno bene!».
Roma sta diventando una città orribile (molto peggio di quel che appare dagli articoli di Cederna): sulle vecchie borgate sopravvissute come un’indelebile città di sogno, arcaica, nella città, sorgono nuovi strati periferici, ancora più orrendi, se è possibile. Questo è lo spettacolo che mi si presenta ogni giorno davanti agli occhi.
Tu sai benissimo come il vostro «benessere» (e mi fai rabbia, anche tu, che ne accetti la realtà, con tanto slancio ottimistico, come chi, mettendosi addosso una giacca di nuovo taglio, rende crudelmente antiquati coloro che ne hanno una dell’anno precedente) implica il «malessere»: ossia il neocapitalismo rende più profonda la divisione tra Nord e Sud; man mano che il Nord arricchisce, il Sud, in senso relativo e assoluto, impoverisce.
Io sono nelle condizioni di percepire solo questo regresso (tu sai bene che il Sud comincia alla periferia di Roma): è l’impoverimento dell’Italia che è, per me, l’attualità, il fatto «di moda».
Scusa, non sto facendo il milanese, né vedo soltanto i marrons glacés. Mi capita proprio il contrario. Senza nessuna elegia sul passato, provo a considerare senza troppe indulgenze una situazione piuttosto nuova. Fino a poco fa la miseria era l’alibi per qualunque viltà morale. Dal momento che cessa la «fame secolare» e cominciano i consumi superflui, sto proponendo: diventiamo immediatamente più severi; rialziamo i criteri di giudizio; pretendiamo culturalmente di più; occupiamoci di argomenti più elevati, con più rigore. Facciamo come quei professori «stretti» che danno sei a chi merita sei (e non otto, come quando era forse tollerabile una certa indulgenza, anche per aiutare una situazione culturale in difficoltà).
P.P.P: Ma sì, va bene. In confronto però al pessimismo delle mie idee, anche fare lo sforzo di intransigenza e di abbassare i voti è già un bel segno di vitalità, o almeno di fiducia nel futuro delle borghesie.
E tu cosa vedi?
P.P.P: Due Preistorie: la Preistoria arcaica del Sud e la Preistoria nuova del Nord. Io non ho armi per affrontare le «masse» padano-americane. La coesistenza delle due Preistorie (e la lenta fine della Storia, che si identifica ormai soltanto nella razionalità marxista) mi rende un uomo solo, davanti a una scelta ugualmente disperata: perdermi nella preistoria meridionale, africana, nei reami di Bandung, o gettarmi a capofitto nella preistoria del neocapitalismo, nella meccanicità della vita delle popolazioni ad alto livello industriale, nei reami della Televisione.
I nostri figli si perdono in questo futuro, cento, duecento, duemila, diecimila, trentamila anni. Il miliardo di contadini biblici che ancora oggi vivono in una condizione preistorica piano piano creperanno, o diventeranno un’altra razza umana. Gli altri, gli industrializzati, dalla nostra prospettiva ci riescono umanamente inconoscibili. Si produrrà e si consumerà, ecco. E il mondo sarà esattamente come oggi la Televisione — questa degenerazione dei sensi umani — ce lo descrive, con stupenda, atroce ispirazione profetica.
Ma tu quando dici «Bandung», anche nelle poesie, che senso dai al nome? Meramente geografico, per definire un posto esotico e misterioso, tipo Zanzibar e Timbuctù? O non politico (come quando si dice Monaco, Portoria, Aspromonte, e si intende appeasement, «sasso di Balilla», «Garibaldi fu ferito»), pensando che nel patto di Bandung per la prima volta si riuniscono nel ’55 le nazioni nuove africane e asiatiche per condannare il colonialismo e nasce il Terzo Mondo?
P.P.P: Adopero questa parola in tutta l’estensione del suo significato, ivi compresa anche la rinascita, la lotta per la rinascita, la strada da percorrere per raggiungerla quaggiù nella nostra magnifica storicità. Adopero questa parola implicandovi anche la guerra dei sottoproletariati algerini, angolani, kikuyu… Gandhi, Kenyatta… Adopero questa parola implicandovi anche il Ghana, che fra pochi decenni sarà ricco come la Svizzera. Ma adopero soprattutto questa parola come segnale geografico per comprendervi la fisicità dei «regni della Fame», il «fetore di pecora del mondo che mangia i suoi prodotti». Il riferimento al fatto storico accaduto a Bandung è marginale e casuale, ecco.
Qual è la tua Carta del Tenero in questo momento? Quali sono le tue «cotte» culturali, e perché?
P.P.P: Sono totalmente privo di Carta del Tenero. È finita. L’unica lettura degna di quelle di trent’anni fa, di vent’anni fa, di dieci anni fa, è stato, in questi mesi, il Vangelo secondo san Matteo. Il ghiotto catalogo che ti aspettavi da me non l’avrai. Quelli di ieri e dell’altro ieri non contano più. Il Feta si fa Profeta, prima di diventare Afeta (infante). Non leggo più, come Fellini. Per fortuna vedo tutte le sere Moravia o Enzo Siciliano o Bertolucci padre, che mi tengono al corrente. Anche al cinema non ci vado mai. È finita, è finita.
E allora il film che farai proprio sul Vangelo secondo san Matteo, come dobbiamo prenderlo? Come un atto di grande conformismo o grande anticonformismo?
P.P.P: Ti vorrei rispondere con una poesia...
E la revisione dei padri?
P.P.P: L’unico antenato spirituale che conta è Marx, e il suo dolce, irto, leopardiano figlio, Gramsci. Ma non lo dico come lo avrei detto solo un anno fa o due fa. Mesi e mesi di angoscia, di terrore, di vergogna, di ira, di pietà avranno pur contato nella mia vita. Ti farò anche i nomi di Longhi e di Contini, sull’altra strada (il bivio è già così indietro, alle mie spalle). Ci sono state ultimamente delle annessioni di paternità, pazze: i Manieristi, il Pontormo. Di tutti gli altri padri che tu, spiritato critico, puoi aggiungere nella mia genealogia di apolide interregionale plurilinguista, nessuno è morto, perché la mia caratteristica principe è la fedeltà. Non ne ho ucciso nessuno. Sono tutti lì sull’altare, sotto due dita di polvere.
I figli, poi (i nostri coetanei), hanno fatto di tutto per rendere intollerabile l’uso dei padri.
Dà un’occhiata, con me, agli anni Cinquanta, appena lì, alle nostre spalle. Non li trovi ridicoli? Un ridicolo decennio: è questo un libro di «racconti da farsi» che ho in mente (e che non farò).
Il ridicolo è dovuto al moralismo. E bada che questo moralismo serpeggia anche nelle sinistre (tutte le coazioni operate nell’analisi del marxismo altrui, che ha fatto per tanti anni della critica di sinistra una specie di caccia alle streghe, che tendeva poi a castrare l’autore, pretendendo da lui una purezza di sentimento marxista assolutamente astratta). Ora, quel moralismo di piccolo-borghese che cerca risarcimenti alla propria impotenza trionfa col centro-sinistra: in cui i democristiani appaiono, devo dirlo, molto simpatici, i socialisti antipatici. Il moralismo politico-ideologico dell’«Avanti!», per una specie di complesso di colpa che diventa rigorismo, ha delle strane coincidenze col moralismo, tutto in malafede naturalmente, dei giornali scandalistici della borghesia. Questo è l’ultimo colpo per la vita civile italiana.
Perché giudichi ridicoli gli anni Cinquanta? Li ho sempre trovati tragici, sinistri: l’immobilismo, il congelamento, la guerra fredda fuori, il quadripartito dentro; tutto fermo; il moto della Resistenza che si arresta, e bisogna aspettare dieci anni perché la Storia si rimetta in moto in qualche senso meno tetro; e intanto noi ci ammaliamo, o almeno ci vengono le rughe...
P.P.P: La parte «negativa» degli anni Cinquanta, quella che tu chiami «sinistra», non la prendo neanche in considerazione: do per scontata la sua stupida tragicità. Io mi riferisco alla parte che abbiamo sempre considerata «positiva» di quel decennio: cioè la nostra sopravvissuta resistenza, la nostra opposizione, la nostra vitalità, il nostro rigorismo ideologico e civico, eccetera.
E adesso cosa fai, allora?
P.P.P: Nel mio prossimo futuro conto di andarmene. Nella preistoria classica. Pubblicherò i miei ultimi versi, Poesia in forma di rosa; girerò Il padre selvaggio in Africa e il Vangelo secondo Matteo in Medio Oriente. Poi c’è il vuoto, una vacanza, nel periodo dell’uomo in cui si muore di infarto, o si raggiunge la promozione, o la commenda, o il successo ufficiale. Il vuoto al posto di tutto questo.
L’Italia è un corpo stupendo, ma dovunque lo tocchi o lo guardi vedi, attorcigliate, le spire viscide e nere di un serpente: l’altra Italia. Come si può far l’amore con un corpo tutto avvolto da un serpente? Così comincia la castità.
P.P. PASOLINI, Intervista con Alberto Arbasino, gennaio 1963, poi in A. ARBASINO, Sessanta posizioni, Feltrinelli, Milano, 1971, ora anche in Id., Ritratti italiani, Adelphi, Milano, 2014.



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