• Città Pasolini

5 febbraio 1964 Giorgio Fuviani intervista Pier Paolo Pasolini.


Pier Paolo Pasolini durante le riprese del film-inchiesta Comizi d'amore (1964) © Mario Dondero/Riproduzione riservata

L’aedo moderno – come lo definisce il giornalista – è ritratto nel suo piccolo studio romano di via Eufrate numero 9. Chiuso in un maglione accollatissimo, sorriso timido e sguardo assorto, racconta i suoi recenti progetti artistici tra cinema e poesia. Intellettuale impegnato, critico caustico del suo tempo, Pasolini è un attento osservatore delle abitudini e dei cambiamenti della società. Si sofferma sul suo recente film-documentario Comizi d’amore, un’inchiesta sulla vita sessuale degli italiani che rivelerà una diffusa ignoranza e una profonda arretratezza. Il film – spiega il regista – nasce durante un viaggio attraverso l’Italia per trovare volti e luoghi per un altro nuovo progetto artistico Il Vangelo secondo Matteo. Questo film è invece incentrato sulla vita umana più che divina, di Gesù, ed è un attacco alla religione come strumento di dominio politico e sociale. Sappiamo dalle cronache dell’Osservatore romano che Il Vangelo secondo Matteo raccoglierà apprezzamenti e consensi preso i cattolici. Non sarà dello stesso parere la critica di sinistra. Il 1964 è anche l’anno di uscita del suo poemetto Poesia in forma di rosa, la più ampia tra le sue raccolte poetiche in cui si riflette tutta la delusione per gli sviluppi della vicenda politica e intellettuale italiana. Lo sentiamo poi leggere alcuni versi della Divina Mimesis, che risale sempre a questo periodo. Avviene pubblicata incompleta nel 1975. Insieme al feroce giudizio sulla società contemporanea su percepisce lo smarrimento dell’intellettuale, accompagnato in un viaggio ultraterreno d’ispirazione laica. A differenza di quello dantesco, dà un altro a se stesso, il poeta civile che era negli anni cinquanta. Rispetto alle pene spettacolari dei dannati di Dante, per Pasolini la sola pena è esserci e non rivelarsi. Infine, il mesagggio di un’arte come ricerca di se che persegue socialmente la verità. È affidata l’immagine poetica di un uccello che osserva tutto dall’alto, con spirito critico e disincantato.


«Il mio lavoro ha due corna, il corno cinematografico e il corno letterario. Sul corno cinematografico ho le idee abbastanza chiare di quello che devo fare. Sto finendo, sto dando gli ultimi ritocchi a un film documentario, che i francesi chiamano cinéma vérité. Ed è un film sulla vita sessuale degli italiani. Sono andato in giro per fare dei comizi sulle spiagge, davanti alle fabbriche, per le strade, negli interni dell’Italia, facendo una serie di domande ai miei intervistati. Il film si intitolerà Comizi d’amore. L’altro film che devo fare, fra poco tempo, fra pochi giorni, penso alla fine di febbraio, è Il Vangelo secondo Matteo. Questo è un film che probabilmente suonerà un po’ strano a chi ascolta, data la mia precedente attività, e date le mie idee politiche e sociali. In realtà lo trovo strano anch’io. È stato un motto profondamente irrazionale che è avvenuto in me. Ho letto per caso il Vangelo secondo Matteo, ospite di certi miei amici di Assisi e così, appunto, irrazionalmente, senza nessuna giustificazione teorica, senza nessuna premonizione di nessun genere mi è venuta l’idea di fare un film semplicemente e meccanicamente. Da allora questa specie di germe si è inserito in me e pian piano ho sviluppato una sceneggiatura, ho sviluppato una scelta di luoghi, un viaggio in Terra Santa, una ricerca di personaggi. Proprio in questi giorni ho trovato la figura della parte di Cristo e così a febbraio partirò per questa avventura che io considero bellissima.


Il corno letterario, ecco ho qui sotto i miei occhi la mia ultima poesia di un libro di poesie che si intitolerà Poesia in forma di rosa. Il titolo di quest’ultima poesia è Progetto di opere future, quindi rientra un po’ nel nostro argomento. Sfogliando il libro, sfogliando cioè i versi, le terzine di questa poesia Progetto di opere future, il primo titolo che vedo preventivato del mio futuro è Bestemmia: Mi rifaccio cattolico, nazionalista/romanico, nelle mie ricerche per «BESTEMMIA», dicono due versi di queste terzine. Bestemmia è un racconto in versi, ambientato in un Medioevo ideale dell’Italia centrale, immagino durante il periodo dell’invasione normanda a Salerno in Puglia che racconta la storia di un tipo che è profondamente simile ad Accattone. Un magnaccia che vive in mezzo alle prostitute, alle periferie di quella cosa incredibile che doveva essere Roma in quegli anni. E come Accattone ha una vena mistica, questa vena mistica da altri tempi ha delle soluzioni. E la soluzione prima è una visione. Questa specie di Accattone del 1600 ha una visione in cui vede davanti ai suoi occhi svolgersi la Passione, una Passione popolare con le Marie che seguono Cristo ecc. Da quel momento da magnaccia che era, da turpo individuo che era diventa santo. Ma nel momento stesso in cui diventa santo, diventa anche rivoluzionario. Cioè fonda una di quegli ordini che io inventerò ma che ha delle vaghe storiche abbaztanza precise, di tipo eretico. E de qui una lotta con il papato del tempo. Bestemmia finirà ucciso dopo aver predicato il Vangelo secondo la tipica riscoperta, che sarà poi francescana, appunto dei quei testi. Questo racconto era nato con l’idea di essere un film, ma secondo non mi andava di scrivere il racconto così normalmente, ho scritto questo racconto in versi. Anzi lo sto scrivendo.


La Divina Mimesis è invece una specie, anche questo, di rifacimento. La mia spirazione è tutta un pocchino filologica e da pasticheur. E la Divina Mimesis è un rifacimento dell’Inferno di Dante. Comincio così casualmente:


Ché mi dispiacerebbe solamente non rappresentarlo


che mi dispiacerebbe solo non rappresentarlo

così com'è - prima che per me uomo si perda -

nella «divina mimesis », opera, se mai ve ne fu,

da farsi, e, per mio strazio, così verde,


così verde, del verde d'una volta, della mi joventud,

nel mondaccio ingiallito della mia anima...

Ma no, ma no, è aprile, sono più


fresco d'un giovincello che ama

per le prime volte... Getterò giù presto, in tono

epistolare, con chiose e parentesi, una buriana


di «motivi accennati», di «eccetera», blasoni,

citazioni, e soprattutto allusività

(autoesortativi all'infinito e sproporzioni


di particolari in confronto al tutto), la

prima parodistica terzina fatta pagina magmatica

del Canto I, con fretta di giungere prima della prima metà,


là dove all'Inferno arcaico, enfatico

(romanico, come il centro delle nostre città

dal suburbio ormai per sempre spacciato)


s'inserisce un inserto d'Inferno dell'età

neocapitalistica, per nuovi tipi

di peccati (eccessi nella Razionalità


e nell'Irrazionalità) a integrazione degli antichi.

E lì vedrai, in una edilizia di delizioso cemento,

riconoscendovi gli amici e i nemici,


sotto i cartelli segnaletici dell'«OPERA incremento

pene infernali», A: i troppo continenti: Conformisti

(salotto BellonCI), Volgari (un ricevimento


al Quirinale), Cinici (un convegno di giornalisti

del Corriere della Sera e affini): e poi:

i Deboli, gli Ambigui, i Paurosi (individualisti


questi, a casa loro); B: gli incontinenti, zona

prima: eccesso di Rigore (socialisti borghesi,

piccoli benpensanti che si credono piccoli eroi,

solo per l'eroica scelta d'una Nuona bandiera), eccesso

di Rimorso (Soldati, Piovene); eccesso di Servilità

(masse infinite senza anagrafe, senza nome, senza sesso);


zona seconda: Raziocinanti (Landolfi) gente che sta

seduta sola nel suo cesso; Irrazionali

l’intera avvanguardia internazionale che va dagli Endoletterari [De Gaulle] alle vestali


di Pound teutoniche o italiote);

Razionali (Moravia, rara avis, e le ali

degli Impegnati neo-gotici)


Il rapporto tra letteratura e cinema è uno degli argomenti preferiti nelle discussioni serali, per esempio con Moravia. E litighiamo spesso perché io sono a favore del cinema e invece lui e abbastanza contrario. Al cinema intendo dire come opera, come possibile opera d’arte, cioè come genere letterario. L’argomento principale di Moravia è abbastanza, devo dire, convincente. Lui dice cioè che lo sguardo dato alle cose si consuma molto prima della parola. Cioè lui mi diceva per esempio, sono andato due o tre anni fa in Egitto, e lo sguardo che ho dato intorno a me allo spazio egiziano mi ha affascinato, mi ha incantato. È stata una cosa meravigliosa ecc. Sono tornato un anno fa e quello sguardo era già consumato, cioè la verginità dello sguardo sta poco a passare. E così è per il cinema. Cioè mentre una poesia si può rileggere mille volte, ogni volta la parola ha degli echi, degli aloni, degli impensati, delle suggestioni, dei significati nuovi, invece l’immagine del film è già consumata. La si rivede la seconda volta e sembra già una cosa vecchia. Cioè lui pensa pratticamente che sia un’opera d’arte, o possa essere un fatto stilistico ma di rapido deterioramento. E in questo forse ha ragione. Però io gli contrappongo una cosa altrettanto convincente. Cioè gli dico, guarda i film di Charlot. Quante volte li puoi vedere? In realtà un film di Charlot si pupo vedere venti volte, come si può leggere venti volte una poesia. E lo sguardo brutto è una cosa che passa rapidamente, lo sguardo a un paesaggio può passare rapidamente anche lo sguardo a un film insignificante. Ma quando un film va aldilà dello sguardo, cioè diventa un vero fatto stilistico, allora lo sguardo ha la stessa premianza, la stessa durata di una parola.


È una pagina di diario, tratta di un gruppo di poesie che si chiamano Poesie Mondane. La data è 21 giugno 1962.


Lavoro tutto il giorno come un monaco

e la notte in giro, come un gattaccio

in cerca d’amore... Farò proposta

alla Curia d’esser fatto santo.

Rispondo infatti alla mistificazione

con la mitezza. Guardo con l’occhio

d’un’immagine gli addetti al linciaggio.

Osservo me stesso massacrato col sereno

coraggio d’uno scenziato. Sembro

provare odio, e invece scrivo

dei versi pieni di puntuale amore.

Studio la perfidia come un fenomeno

fatale, quasi non ne fossi oggetto.

Ho pietà per i giovani fascisti,

e ai vecchi, che considero forme

del più orribile male, oppongo

solo la violenza della ragione.

Passivo come un uccello che vede

tutto, volando, e si porta in cuore

nel volo in cielo la coscienza

che non perdona.»


Pier Paolo Pasolini. Gli intelettuali italiani si raccontano alla radio svizzera. Trascrizione Città Pasolini. 5 febbraio 1964 a cura di Giorgio Fuviani
0 visualizzazioni

 © 2014 Città Pasolini