Pier Paolo Pasolini. Un inquieto spirito contemporaneo. Intervista sul giornale greco «Eleftheria», 1962
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Pier Paolo Pasolini è oggi considerato – cosa che egli stesso non avrebbe minimamente sospettato – uno dei più grandi e luminosi intellettuali contemporanei, che non hanno ancora espresso tutto ciò che la loro genialità sarebbe in grado di offrire. Ho sentito pertanto un’intensa necessità d'intervistarlo. Quest’opera è dunque il risultato, il frutto di una profonda lacerazione della sua vita interiore.
È significativa l’intervista concessa da Pasolini, così come accade quando un giornalista di grande intelligenza riesce a ottenere da un grande intellettuale italiano non soltanto opinioni sul suo ultimo film, Accattone, appena proiettato, ma anche una visione più ampia della sua poetica. Eppure, fino ad allora, lo conoscevamo prevalentemente come un autore esuberante, legato quasi esclusivamente alla gioia di vivere.
— Pier Paolo Pasolini, il suo film Il mendicante, che in questo periodo viene proiettato in Francia, che cosa intende esprimere?
— Prima di tutto – risponde Pasolini – non si tratta esattamente di un mendicante. Il termine è di origine italiana e non può essere tradotto con assoluta precisione. Si tratta piuttosto di un sottoproletario, di un individuo che, per sfuggire alla sua terribile povertà, vive sfruttando la miseria altrui. L’esistenza di figure simili, in alcuni paesi, può risultare pienamente comprensibile.
— Come sceglie il soggetto delle sue opere?
— Non lavoro mai su un tema unico e definito dall’inizio alla fine. Per Accattone sono partito da un punto e sono arrivato altrove. È stato necessario elaborare simultaneamente diversi temi; tuttavia esisteva un’idea fondamentale che finì per prevalere e dominare l’intero film.
— Pier Paolo Pasolini è una delle grandi forze spirituali dell’Italia contemporanea?
— In Italia la gioia esiste soltanto nella forma della vitalità: è la vitalità dei popoli antichi che sono riusciti a sopravvivere e a conservarsi nel tempo proprio grazie ad essa. La vitalità riesce a sopraffare il pensiero, a lasciare spazio alla necessità pratica, ma allo stesso tempo acuisce in modo terribile la durezza delle circostanze, conferendo loro un’espressione definitivamente funebre. I personaggi di Antonioni sono milanesi, caratteri molto più affini alla sensibilità francese (si pensi a L’anno scorso a Marienbad) che non al mio Accattone. Così, mentre nel mio film esiste un’intensità e una vitalità eccezionali nei temperamenti, in Marienbad osserviamo una carenza di vitalità.

— Quali sono state le sue impressioni nel passaggio da romanziere a regista cinematografico?
— Non trovo una grande differenza, perché in sostanza si tratta di uno sforzo affine: da una parte si danno immagini scrivendole, dall’altra le si rende realtà viva. Le confesso con assoluta sincerità che ho scoperto improvvisamente l’esistenza di un mezzo di espressione ancora più vivo della descrizione. Durante la preparazione del mio nuovo film ho viaggiato nel Sudan meridionale, dove si parlano oltre duecentosettanta dialetti, e sono rimasto letteralmente sbalordito dall’abbondanza dei verbi, provando quasi una vertigine linguistica. Ciò che è straordinario nel cinema è che esso costituisce una lingua comprensibile da tutti: una sorta di esperanto universale.
— Si sente schiavo della tecnica?
— Assolutamente no. Cerco anzi di ridurla al minimo. Lavoro con scenografie naturali, alla luce del giorno, evitando ogni artificio tecnico, e cerco di far evolvere il film in modo storico, il che mi concede una grande libertà d’azione.
— Il doppiaggio del suo film viene effettuato successivamente?
— È così che si usa in Italia. Tuttavia, contrariamente alla prassi comune, non utilizzo grandi attori professionisti, ma persone comuni, uomini della strada, che parlano il dialetto più autentico.
— Lei è considerato uno scrittore scandaloso, a torto o a ragione. Viene spesso paragonato al poeta francese Jean Gênet o allo scrittore americano Henry Miller, poiché anche in questo film dominano l’atmosfera della sporcizia, della bruttezza e della miseria, come in tutti i suoi romanzi.
— Questa opinione forse circola fuori dalla mia patria, dove non è conosciuta la totalità del mio lavoro; perciò ritengo naturale la sua domanda. Nell’Italia meridionale, invece, sono noto soprattutto come poeta e non come regista. I paragoni con Genet e Miller sono del tutto infondati: essi sono scrittori, mentre io sono comunista. Non credo che tra bruttezza e miseria esista un’incompatibilità con la bellezza espressiva. Sono nato nell’Italia settentrionale, in una campagna molto simile a quella francese. Quando giunsi a Roma e conobbi le periferie in cui si svolge la vicenda di Accattone rimasi profondamente colpito dalle condizioni di vita e dall’intero ambiente. In Francia il film potrà forse sorprendere il pubblico; nei Balcani, in Italia, in Cina, in India e in tutti i paesi del Medio Oriente, apparirà invece del tutto naturale. Nessuno ne resterà stupito.
P.P. PASOLINI. Un inquieto spirito contemporaneo. Poeta d’avanguardia, romanziere, regista cinematografico, su «Eleftheria» 29 aprile 1962, p. 4. Traduzione Silvia Martín Gutiérrez.



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