Una crisi d'angoscia, intervista a Pasolini durante il montaggio del film Uccellacci e uccellini, di M.R. KUHN, su «Costruire», 1966, p.8.
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Pier Paolo Pasolini — noto anche con la sigla “PPP”, divenuta emblematica — gode di una fama internazionale e rappresenta per molti giovani un modello nella letteratura e nel cinema italiani. Numerosi sono coloro che vedono in lui un uomo ricco di talento e di promesse. Un romanzo lo ha rivelato al grande pubblico: Ragazzi di vita, ambientato nelle periferie miserabili della Città eterna. Un film lo ha consacrato definitivamente: Il Vangelo secondo Matteo.
In un’epoca in cui il mondo appare insofferente nei confronti del nuovo spirito della cultura italiana, spesso percepita come indebolita e corrotta, Pasolini è stato a lungo considerato una figura capace di offrire risposte autentiche. Egli appare come un creatore di idee nuove, ma anche come un uomo solido, animato da un profondo senso morale e da un’idea rigorosa di giustizia. La sua preoccupazione principale è sempre stata quella di aiutare gli strati più poveri della popolazione a prendere coscienza dei propri diritti e a individuare il cammino verso un avvenire migliore.
Prima di incontrarlo, lo immaginavo come un “eroe dello spirito”, un “avventuriero dell’anima”. Lo trovai invece in uno studio cinematografico, intento al montaggio del suo ultimo film, Uccellacci e uccellini. Scorsi dapprima un uomo di bassa statura, in fondo a una stanza quasi buia, circondato da innumerevoli bobine di pellicola, appena illuminate da una lampada rossa. Sullo schermo scorrevano alcune immagini; egli tagliava la pellicola, univa due spezzoni di film: era il responsabile del montaggio. Accanto a lui, seduto su una sedia bassa, un altro uomo di statura minuta, dall’aria burbera e dalle spalle affaticate, rispondeva seccamente alle domande di un collaboratore. Era Pasolini.
Oggi quarantenne, Pasolini appare nelle fotografie giovane, sicuro di sé, autorevole. Da vicino, tuttavia, mi colpì come prematuramente invecchiato: il volto tirato, segnato da una sorta di scoraggiamento, persino di angoscia. Ebbi l’impressione di trovarmi davanti a un uomo esposto a molteplici conflitti interiori, diviso tra leggerezza e incertezza, profondamente colpito dal peso del mondo esterno.

A voce bassa, quasi controvoglia, Pasolini rispose alla mia prima domanda.
— Qual è il tuo prossimo film?
— Ogni fase di lavorazione è una cattiva traversata. Da due settimane non usciamo praticamente mai da questa prigione in cui cerchiamo di realizzare il miglior montaggio possibile.
— Pensi che il risultato sarà buono?
— Questo è il problema. Ho paura che venga male. Provengo dalla letteratura. Forse bisognerebbe rinunciare. È molto più piacevole restare a casa e scrivere un libro, quando se ne ha voglia, quando ci si sente in forma, senza doversi preoccupare di nessuno.
— Siete dunque nel momento più ingrato della creazione cinematografica. Ma perché temete che il film possa non riuscire?
— Non lo so. Forse invece sarà buono. Il cinema è come la pittura. Sono come un pittore che ha appena terminato un quadro: tutto è lì, ma la pittura si rifiuta di “vivere”. Manca qualcosa, forse un segno minimo, una macchia di colore, quasi nulla, capace però di animare il soggetto. Ma come trovare questo “nulla”?
— Qual è il tema del film?
— È più o meno lo stesso del Vangelo secondo Matteo, ma vi entra anche una dimensione favolistica, come in Esopo o La Fontaine. Si tratta del rapporto tra borghesia, marxismo e religione.
— Benché vi definiate marxista, sembra che la religione vi preoccupi profondamente. Avete ricevuto un’educazione religiosa?
— No. Ma il “fatto religioso”, nella sua componente irrazionale e trascendente, mi tormenta. Poiché il marxismo si oppone a questa tendenza innata in me, vivo in uno stato di conflitto permanente. Questo è il problema. Non parlo di soluzioni, ma semplicemente di ciò che provo e penso.
Totò e Pier Paolo Pasolini durante le riprese di Uccellacci e uccellini.
— Chi sono gli interpreti principali del film?
— Totò, che considero fondamentalmente un comico, interpreta il ruolo principale. L’ho scelto perché possiede, più di chiunque altro, un profondo senso dell’umano. Egli “sente” e “vive” con un realismo naturale. Questo clown possiede anche una straordinaria capacità di irritazione morale. È una commedia di grande finezza. Lavorare con lui è un piacere.
— E gli altri interpreti?
— Sono per lo più non professionisti, persone sconosciute, giovani incontrati casualmente. Ho scritto la sceneggiatura in funzione di loro. È molto semplice.
— Avete l’abitudine di lavorare con attori non professionisti?
— Sì. Il Cristo del Vangelo secondo Matteo era uno studente spagnolo, giunto a Roma per un viaggio di studi. Non aveva alcun interesse per il ruolo. Dovetti insistere a lungo perché accettasse.
— Come siete giunto al cinema?
— Ho cominciato come scrittore, molto tempo fa. Ho scritto anche numerose poesie. Attraverso amici sono arrivato a scrivere dialoghi per il cinema. Ho collaborato, tra l’altro, a Le notti di Cabiria di Fellini. Ma mi resi conto che i registi interpretavano i miei testi in modo diverso da come li avevo immaginati. Sentii sempre più forte il bisogno di realizzare personalmente i miei film. Un giorno decisi di farlo.
— Qual è, secondo la vostra esperienza, la differenza tra un romanzo e un film?
— All’inizio credevo si trattasse solo di una differenza tecnica. In realtà sono due linguaggi profondamente diversi. Il cinema è una lingua che può scegliere la letteratura come suo codice, ma non la coincide. Ora mi trovo in una fase di crisi. Vorrei tornare al romanzo e alla poesia, che resta però patrimonio di una cerchia ristretta di lettori.
— Esistono altre forme d’arte che vi attraggono?
— La pittura. Mi piacerebbe dipingere, se avessi più tempo. In passato ho studiato storia dell’arte, Morandi, Carrà. Dipingevo non tanto per creare, quanto per comprendere meglio i pittori, i loro metodi, le loro intenzioni. Ero convinto di essere destinato a diventare un critico d’arte.
Nel frattempo, il film di Pasolini è stato completato e presentato al Festival di Cannes. La critica lo ha definito «un’opera ricca di umorismo che affronta con freschezza un tema serio».
P.P.PASOLINI, Una crisi d'angoscia, intervista di M.R. KUHN, su «Costruire», 29 giugno 1966, p.8. Traduzione all'italiano, Silvia Martín Gutiérrez.


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