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L’uomo dietro la telecamera. «Dovrei arrendermi?». Incontro con Pier Paolo Pasolini, su «Bieler Tagblatt» 1967.

  • Immagine del redattore: Città Pasolini
    Città Pasolini
  • 4 ore fa
  • Tempo di lettura: 4 min
Pier Paolo Pasolini durante le riprese del film Uccellacci e uccellini, 1966 © Reporters Associati/Tutti i diritti riservati
Pier Paolo Pasolini durante le riprese del film Uccellacci e uccellini, 1966 © Reporters Associati/Tutti i diritti riservati

 

Pier Paolo Pasolini era — e per alcuni rimane ancora — «il grande eroe della letteratura e del cinema italiano». Raggiunse la notorietà grazie ai suoi romanzi, nei quali descriveva la vita dei poveri delle periferie romane (tra cui Ragazzi di vita), e grazie a uno dei suoi film più celebri, Il Vangelo secondo Matteo. Si diceva che fosse l’uomo capace di ridare vitalità alla scena culturale italiana, spesso giudicata corrotta e decadente. Sembrava riuscire a offrire una degna continuazione dell’esperienza del neorealismo: non solo idee nuove, ma anche una bussola morale, un forte senso della giustizia. La sua preoccupazione principale era aiutare le fasce più povere della popolazione ad aprirsi la strada verso un futuro migliore.


Con questa immagine di fulgido “eroe dello spirito” in mente, cercai di organizzare un incontro con Pasolini a Roma. Lo incontrai in uno studio di montaggio, dove stava lavorando al suo ultimo film, Uccellacci e uccellini. In una piccola stanza buia, con centinaia di bobine di pellicola accatastate sugli scaffali, un uomo era in piedi davanti a un piccolo schermo che proiettava brevi sequenze, tagliandole o ricomponendo due spezzoni di film. Era il montatore. Accanto a lui, seduto su una sedia bassa, si trovava un uomo di statura minuta, con le spalle curve e affaticate, che rispondeva con frasi brevi e quasi timide alle osservazioni del collaboratore. Era Pier Paolo Pasolini.


Il quarantenne appare nelle fotografie giovane, sicuro di sé, di forte presenza. Dal vivo, tuttavia, dava l’impressione di un uomo prematuramente invecchiato, dal volto scavato, segnato da una sofferenza sensuale e trattenuta. Un uomo tormentato da conflitti di ogni genere, che affronta un mondo percepito come opprimente, con un senso di insicurezza e fragilità. Con calma e una certa riluttanza, rispose alle mie domande.

 

— Come procede il tuo nuovo film?

— Da due settimane attraverso un periodo difficile; lavoriamo incessantemente in questa stanza buia, ricomponendo le sequenze giuste.

 

— E pensi che il film sarà riuscito?

— Ho paura che venga male. Sono stanco del cinema. Dovrei forse rinunciare? È molto più piacevole scrivere un libro a casa, quando e come si vuole.

 

— Sei dunque nel momento più ingrato del lavoro cinematografico. Ma perché temi che il film non riesca?

— Forse invece riuscirà. È come per un pittore che ha finito un quadro: tutto è presente, ma l’opera non è ancora viva. Manca qualcosa, forse solo un tocco minimo, un segno finale che le dia senso e vita. Ma come trovare questo “qualcosa”?


 

— Di che cosa parla il film?

— È un film su Francesco d’Assisi, un tema affine a quello del Vangelo secondo Matteo. Dovrebbe essere anche una favola umoristica, sul modello delle favole di Esopo. Affronta il rapporto tra la borghesia laica, il marxismo e la Chiesa.

 

— Benché ti definisca marxista, la religione sembra essere per te una questione centrale. Sei stato educato religiosamente?

— No. Ma il religioso, inteso come dimensione irrazionale e trascendente, è molto forte in me. Poiché il marxismo è contrario a questa tendenza, vivo in uno stato di conflitto. Questo è il punto. Non conosco una via d’uscita; mi limito a dire ciò che penso.

 

— Chi sono gli attori del film?

— Totò, noto soprattutto come comico, interpreta il ruolo principale. L’ho scelto perché è una persona profondamente umana e concreta, e perché il clown possiede anche un forte senso dell’irrazionale. È un vero gentiluomo, ed è meraviglioso lavorare con lui.

 

— E gli altri interpreti?

— Sono per lo più dilettanti. Questo ragazzo che vedi ora sullo schermo, per esempio: l’ho incontrato per caso e, pensando a lui, ho scritto la sceneggiatura.

 

— Lavori spesso con attori non professionisti?

— Sì. Il Cristo del Vangelo secondo Matteo, per esempio, era uno studente spagnolo che si trovava a Roma per un viaggio di studi. Mi telefonò per discutere di vari problemi. Lo incontrai e il suo aspetto mi colpì al punto che gli proposi il ruolo. Inizialmente rifiutò, e furono necessari giorni per convincerlo.

 

— Come sei arrivato al cinema?

— Scrivo da molto tempo, e ho composto anche molte poesie. Attraverso conoscenze sono poi arrivato a collaborare alla scrittura di sceneggiature cinematografiche. Per Le notti di Cabiria di Fellini, ad esempio, ho scritto diverse scene: Federico voleva cogliere una determinata atmosfera.

 

Il mio romanzo Ragazzi di vita ha una forte vocazione cinematografica. Tuttavia, poiché i registi interpretavano i miei testi in modo diverso da come li avevo immaginati, il desiderio di realizzare un film mio divenne sempre più forte. Un giorno decisi di farlo.

 

— Qual è, secondo te, la differenza tra un romanzo e un film?

— Sono due linguaggi differenti. All’inizio pensavo che la differenza fosse soltanto tecnica. Il cinema è un linguaggio che può servirsi di quello letterario, ma non coincide con esso. Ora mi trovo in una fase di profonda crisi: vorrei tornare ai libri, alla poesia. Ma la poesia parla soltanto a una cerchia ristretta di intenditori.

 

— Oltre al cinema e alla letteratura, c’è un’altra forma d’arte che ti interessa?

— La pittura. Mi piacerebbe dipingere se avessi più tempo. Ho studiato storia dell’arte e, tra il 1940 e il 1943, dipingevo fiori “alla Morandi” e paesaggi “alla Carrà”. Non lo facevo per diventare pittore, ma per comprendere meglio i grandi artisti, i loro metodi, le loro intenzioni. All’epoca ero convinto che sarei diventato un critico d’arte.

 

Nel frattempo, il film di Pasolini è stato completato e presentato al Festival di Cannes. Uccellacci e uccellini è stato definito dalla critica «un’opera ricca di umorismo, animata da un messaggio serio».


P.P. PASOLINI, L’uomo dietro la telecamera. «Dovrei arrendermi?». Incontro con Pier Paolo Pasolini, intervista di M. R. KUHN, su «Bieler Tagblatt» n. 5, 7 gennaio 1967, p.9. Traduzione, Silvia Martín Gutiérrez.

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