Il De Amicis delle borgate, articolo su Pier Paolo Pasolini di G.F. VENÈ, su «ABC», n. 29, 16 luglio 1961.
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«Ma in questo mondo che non possiede nemmeno la coscienza della miseria, allegro, duro, senza nessuna fede, io ero ricco, possedevo». Ricco per modo di dire: quando Pier Paolo Pasolini era ragazzo, suo padre aveva il grado di tenente di fanteria e, sotto qualsiasi regime, compreso quello fascista, un tenente di fanteria non vive negli agi. La ricchezza di cui parla Pasolini nella frase che abbiamo citato (anzi, nei versi, poiché di versi si tratta contenuti nel recentissimo La religione del mio tempo, ed. Garzanti) è una ricchezza morale, di educazione e di cultura. Nato da una famiglia piccolo-borghese sballottata dalla guerra, Pier Paolo Pasolini a ventun anni si ritrova a Casarsa, nel Friuli: ventun anni, università, Resistenza, scioperi di contadini e in casa una dignità piccolo-borghese da mantenere, come lui stesso dice. Scrive poesie in friulano, che è il dialetto materno e il dialetto di Casarsa. Ma Pasolini a Casarsa ci sta da pochi anni: suo padre è ravennate e Pasolini stesso ha vissuto più in Romagna e in Emilia, in Lombardia, che nel Friuli.
La sua facilità nell’imparare un dialetto e nell’usarlo in forma poetica (o in prosa) è sorprendente. È la stessa facilità che porta lui, vissuto finora tra l’inquietudine di una piccola borghesia che vuole mantenere a ogni costo il decoro, ad avvicinarsi ai contadini friulani in sciopero. Gli scioperi del dopoguerra, dico: quelli che non sapevi mai se finivano in un eccidio o in una conquista sindacale. Poi è a Roma: “ricco” prima, perché ha in tasca una laurea, qualche libretto di poesie friulane e una solida cultura filologica.
Lascia i contadini friulani per i ragazzi di vita trasteverini. Qui scioperi non ce n’è: c’è invece una smania famelica di imborghesirsi, una corruzione senza fondo. In tre anni Pier Paolo Pasolini riesce a scrivere su questi ambienti un romanzo, Ragazzi di vita, e lo scrive in dialetto romanesco, con annesso glossario.
Il romanzo fa scandalo: la scelta editoriale annuncia al lettore la rivelazione di una Roma torbida e sconosciuta. Pier Paolo Pasolini, in un dibattito su un settimanale di cultura, riconosce a se stesso il merito di aver denunciato le paurose condizioni del sottoproletariato della capitale. Con quei ragazzi di vita Pasolini ha fatto il bagno nell’Aniene, li ha seguiti la sera a Villa Borghese, ha giocato al pallone con loro; più tardi ha rischiato per loro la galera accogliendo un ladro sulla propria Giulietta bianca fresca di negozio. E intanto accumulava materiale per un altro romanzo: Una vita violenta. Il piccolo-borghese va in giro in blue jeans (tranne alle otto di sera, da Rosati, in Piazza del Popolo) e frequenta le balere: è un modo di conoscere la vita.
In realtà le sue ore più lunghe le passa in casa, a lavorare: non scrive, costruisce parola per parola, le mescola, le cancella; senti in ogni suo verso il lavorio di uno che vive nella paura di trovare l’inciampo e di cadere da un’altezza che gli dà le vertigini.
Si capisce che dietro la sua facilità di aderire ai dialetti c’è un gran lavorio. Lo vedi sfogliare i vocabolari fino a cavarsi gli occhi e lo senti dire: “Sto lavorando, non ne posso più”, ed è uno dei rari casi in cui sai che è vero.
Guardate i saggi che Pasolini ha raccolto in Passione e ideologia: è un’intelligenza che si rivela, acuta nel senso migliore. Qui la ricchezza culturale di Pasolini ha tutto il motivo di espandersi.
Questa medesima intelligenza, difficile e laboriosa, Pasolini se la porta appresso anche a Villa Borghese, coi ragazzi di vita: è il suo distintivo di privilegiato ed è lo stesso distintivo che ricompare nei suoi romanzi e nelle sue poesie.
Scrive veneto o romano e ci senti il vocabolario della Crusca; scrive del proletariato e ci senti non la passione ma l’ideologia.
Qual è l’ideologia di Pasolini? I comunisti gli hanno fatto ponti d’oro. Pasolini mette in prosa e in poesia la bandiera rossa. Nel suo ultimo libro, La religione del mio tempo, Pasolini dice alla bandiera rossa: “tu che già vanti tante glorie borghesi e operaie, ridiventa straccio, e il più povero ti sventoli”. Marx, e probabilmente Togliatti, non sarebbero d’accordo su questa trasformazione dell’ideologia in simbologia, né su questa valutazione evangelica del povero.
Eppure, a pensarci, questa bandiera rossa così retoricamente piantata in mezzo a un’adunanza di mendicanti è come la ricchezza culturale di Pasolini innestata sui quartieri purulenti: è l’ideologia che resta ideologia, come accade spesso ai piccolo-borghesi, e aderisce a tutto e a niente senza riuscire a rappresentare davvero quel mondo.
E ora, di fronte al Pasolini così audace negli epigrammi dell’ultimo suo libro, mi viene in mente una cosa: che Pasolini, una volta che un amico gli chiese di scrivere un articolo su Edmondo De Amicis, rispose: “mi spiace troppo parlar male di un morto”.
Ricordo questa faccenda perché tutte le volte che vedo la fotografia di Pasolini su un giornale comunista, a tenere lezioni di comunismo, mi viene in mente De Amicis. Il dolce Edmondo, il capitano cortese, come lo chiamava Carducci, smaniava anche lui di amare il popolo. Anche lui faceva portare da Garrone due arance al muratorino malato nel Cuore (scena che Pasolini ha ripreso in Una vita violenta). Anche lui, come Pasolini, quando cercava di rappresentare il popolo finiva per trovarlo non nei luoghi di lavoro, dove più impegnativa era la lotta sociale, bensì nei tram.
Anche De Amicis fu l’intellettuale ufficiale del vecchio socialismo, nonostante l’opposizione di Labriola. Al Partito serviva perché i borghesi non sapevano fare a meno della sua bontà e delle sue lacrime; a De Amicis serviva perché parlare dei poveri sotto Crispi o Di Rudinì non si poteva senza essere socialisti.
Oggi la borghesia non vuole lacrime: vuole sconcezze, e Pasolini gliele dà. La sinistra ha bisogno di intelligenze (come è giusto) e Pasolini ne ha da vendere. Ma in tutto ciò la vera sofferenza pasoliniana, quella che traluce in alcune di queste poesie, resta soffocata.
È la sofferenza di un piccolo-borghese sconfitto, che è ben lungi dall’avere una soluzione. È il limite segreto che la moda costruita attorno a Pasolini accetta meno di tutto, ma che resta, come in molti decadenti, la parte più sincera del poeta.
Il De Amicis delle borgate, articolo su Pier Paolo Pasolini di G.F. VENÈ, su «ABC», n. 29, 16 luglio 1961, pp.38-39.







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