IL DECAMERON “PASOLINIANO”. Intervista pubblicata nella rivista polacca «FILM», n.5, 1971.
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Il Decameron di Giovanni Boccaccio, nella trasposizione cinematografica di Pier Paolo Pasolini, diventa l’occasione di incontro tra un autore del Novecento e un classico di oltre seicento anni prima: un gesto simbolico con cui il cinema contemporaneo tende la mano alla tradizione letteraria.
La troupe di Pasolini ha lavorato per alcune settimane a Casertavecchia, nei pressi di Napoli. Il borgo medievale, arroccato su un’altura e oggi quasi disabitato, conserva un fascino sospeso nel tempo: vi restano non più di un centinaio di abitanti. È proprio questo isolamento, insieme al silenzio e alla quiete del luogo, ad averlo reso ideale per le riprese.
«A dire il vero — afferma Pasolini — avevo timore di concedere interviste e non volevo organizzare conferenze stampa. Questo non è un film commerciale. Non so nemmeno se sarà un’opera d’autore o un film popolare: ciò che conta è mostrare la verità, quella contenuta nell’originale, indipendentemente dal fatto che possa apparire positiva o negativa».
L’idea di realizzare una versione cinematografica del Decameron è nata in modo improvviso e si è rivelata, per il regista, un’occasione di riflessione sul senso stesso del racconto e della rappresentazione. Il progetto si è inserito tra le sue ricerche artistiche già avviate, tanto che inizialmente avrebbe dovuto dedicarsi a un altro film, San Paolo, a cui poi sarebbe tornato dopo il completamento del Decameron.


La scelta del testo boccaccesco è stata dettata dalla possibilità di estrarne episodi forti e significativi. Pasolini ha selezionato solo alcune novelle, eliminando quelle che avrebbero reso il film eccessivamente lungo o dispersivo. L’intento non è quello di una trasposizione integrale, ma di una reinterpretazione libera, capace di restituire il senso originario delle storie.
Il regista sottolinea come il progetto possa essere considerato una sorta di “test” artistico, un esercizio di ricerca sul significato delle narrazioni medievali e sulla loro possibile attualità. Le storie di Boccaccio vengono così rilette alla luce di una sensibilità moderna, con attenzione sia alla forma sia al contenuto.
Pasolini insiste sul fatto che il suo lavoro non mira a una semplice fedeltà filologica, ma a una comprensione più profonda dei personaggi, delle situazioni e del loro significato umano. In questo senso, il cinema diventa uno strumento per riportare alla luce una verità essenziale, al di là delle interpretazioni consolidate.
La produzione coinvolge un gruppo di collaboratori abituali e amici del regista, tra cui Franco Citti e Ninetto Davoli, insieme a tecnici come l’operatore Tonino Delli Colli. Accanto a loro lavorano anche attori non professionisti e semplici abitanti dei luoghi di ripresa, scelti per la loro autenticità.
I dialoghi sono in gran parte in dialetto napoletano e il film si avvale di musiche tradizionali, elemento che contribuisce a radicare la narrazione in una dimensione popolare e concreta. Pasolini evita volutamente la costruzione di un cast tradizionale, privilegiando invece un insieme eterogeneo di interpreti.
Il Decameron si configura così come un’opera sperimentale e corale, sospesa tra ricerca linguistica e adesione al mondo popolare. Nella visione del regista, il Medioevo di Boccaccio non è soltanto un’epoca lontana, ma un territorio narrativo ancora vivo, capace di dialogare con il presente attraverso il linguaggio del cinema.
P.P. PASOLINI, IL DECAMERON “PASOLINIANO”, intervista pubblicata nella rivista polacca «FILM», n.5, 31 gennaio 1971, p.13. Traduzione Silvia Martín Gutiérrez.


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