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Il feretro di Pasolini si muove lasciando Roma. Cronaca dei funerali a Campo de' fiori, 1975.


Italy. Pasolini dead. AP Archives. All rights reserved

I clacson delle auto, le campane alternate delle tante chiese attorno all’Argentina, l’autoambulanza che stenta a farsi largo con la sirena delirante, l’autobus -il 26, il 56, il 75 - che via via si fermano. Ed ancora, il cielo limpido di un ottobre romano dilatato fino a novembre e percorso dai passeri a nuvola che calano di colpo sui platani. Ma c'è sopra di loro il gonfio involucro colorato del dirigibile «Good Year» in giro non si saperché, lento e insensato oggetto meccanico che non rappresenta né passato ne futuro. Un uomo accoccolalo a terra cuoce e vende le castagne, un bar espone ancora agli ultimi raggi del sole i tavlini con la gente seduta: dei vecchi si riposano lungo la ringhiera che recinge i resti della Roma antica e guardano in la, verso largo Arenula.


Qui c'è la casa della Cultura e una folla sempre più compatta che preme, un'isola di silenzio o di parole sommesse nel ritmo convulso della citta (più tardi nell ingorgo si immettono i tifosi che hanno assistito alla partita). Una Roma strana, che sembra per un attimo concentrare gli uni accanto agli altri i motivi arcaici e nuovi del suo mostruoso sviluppo, fa da cornice ai funerali di Pier Paolo Pasolini. E una folla più varia è composita di ogni altra occasione ne è spettatrice e protagonista insieme.


Migliaia e migliaia, sfilati fino alla camera ardente, e poi fermi nell'attesa due ore, un'ora, prima del corteo chi sono? Nomi famosi, della politica, dell arte, del cinema, della cultura, e nomi come quelli che si possono leggere sul registro delle firme, scritti così, Cabiddu Brunella, Conti Giampaolo I, volti abituali dello schermo televisivo o no si sovrappongono a quelli popolari, ai ragazzi e agli uomini delle borgate, alle donne di casa — tante — alle commesse sulla sogla dei negozi, ai pensionati, ai rappresentanti di ogni ceto sociale.


«E tutta gente consapevole di aver perduto un amico» è il commento, dal valore di un'epigrafe, pronunciato da un uomo di Primavalle, che cosi fa giustizia di un sol colpo di ogni sospetto di vanità o di morbosità o di gusto per lo «spettacolo» per macabro che sia. Se in questa occasione non c'è divismo, manca anche l'aspetto di curiosità gratuita e impietosa degli anonimi che accorrono sulla scia del fatto di cronaca nera tanto più clamoroso per la notorietà della vittima. Vi e dolore sincero e contenuto, invece, e soprattutto — avvertibile soltanto a stare un attimo in mezzo a questa così variopinta e così varia massa di uomini e di donne — una specie di ansia collettiva di capire il senso di una vita, e insieme il senso di una morte.


Pubblico e privato di Pier Paolo Pasolini in piazza, così come egli stesso aveva voluto, non per frugare crudelmente e vergognosamente nell'intimità di un uomo, ma per trarre dalla sua complessa e dolorosa testimonianza, dal suo impegno civile dalle sue contraddizioni e dai suoi stessi errori ancora uno stimolo nella ricerca e nella fatica quotidiana per costruire un nuovo modo di vivere. Si parla, in toni sommessi, con parole che sembrano accompagnare il lento svolgersi della riflessione, e insieme si rievoca «Le borgate» e i «borgatari», ciò che resta e ciò che è cambiato, i giovani, la violenza, la povertà di sempre e il benessere nuovo, le lotte collettive e le sofferenze individuali, tanti «perché», perché i diversi, perché gli esclusi. E gli interrogativi davvero e la « fine della pietà» davvero il consumismo livella e nello stesso tempo divide gli uomini? Tutti uguali, giovani-ricchi e giovani-poveri? E ancora ci si confronta su nuovo fascismo e impegno antifascista, sulla crisi di oggi, sui valori morali e ideali da difendere e da affermare. Parole semplici, discorsi più complessi si intrecciano in un amalgama anche culturale, oltre che sociale.


È in questo dibattito a tante voci, e nella folla, che alle 17 si inseriscono le corone di fiori e si apre il corteo. Il feretro è portato a spalla da Bernardo Bertolucci, Antonello Trombadori, Franco e Sergio Cittì, Ninetta Davoli e Enzo Cerami. È seguitto dalla nipote Graziella, dal cugino Nico Naldini, da altri familiari, dagli amici. Viene accolto con segni di partecipazione che indicano anch'essi quanto è composita la folla, quanti orientamenti e punti di vista esprime il silenzio, il pugno chiuso nel saluto, le lacrime, il segno di croce, l'applauso che è un omaggio pieno di calore.


Tra la gente, che si muove per raggiungere Campo de’ Fiori, si mescolano le personalità Zavattini, Amidei, Gillo Pontecorvo, Lattuada, Tognazzi, Zigaina, Lina Wertmuller, Damiani, Lamberto Maggiorana il protagonista di «Ladro di biciclette», Adriana Asti, Fabio Mauri, Vittorio Sermenti, Enzo Siciliano, Arbasino, Marco Bellocchio, Beppe Novello, il regista che a Torino sta mettendo in scena « Affabulazione» di Pasolini. Molti i rappresentanti del PCI Gerardo Chiaromonte, Emanuele Macaluso, Giorgio Napolitano, Luca Pavolini direttore dell'Unità, Maurizio Ferrara presidente dell'assemblea regionale del Lazio, Giannantom, Renzo Imbeni segretario della FGCl, Adriano Seroni Leda Colombini, Rinaldo Scheda segretario confederale CGIL. Ci sono ancora Livio Labor l'assessore regionale alla cultura del Lazio Lazzari, Franco Galluppi.


Campo de' Fiori è come ogni giorno, dopo l ora del mercato, carretti ai margini, bancarelle accatastate, sampietrini bagnati per lavar via l'odore del pesce che ancora resta. Di più, c’è il palco da cui parleranno Moravia e Borgna per i giovani comunisti romani, il compagno Tortorella responsabile della sezione culturale del PCI. E c'è la gente alle finestre e quella che accorre dalle vie laterali, un gruppo di soldati, tanti giovani « Roma sua può essere questa» dice una voce che appartiene a un'altra borgata, ma che riconosce e accetta lo scenario della Roma antica e popolare con la statua di Giordano Bruno al centro, sulla quale si aggrappano altri giovani. Le parole degli oratori sono portate dagli altoparlanti fino alle terrazze in alto a chi e in ascolto.


Moravia ricerca con angoscia il senso della morte di Pasolini, «perché noi vogliamo che le cose abbiano un significato che non siano inerti» piange ciò che si è perduto, l’amico, il poeta, il simile e il diverso, il testimone che voleva provocare reazioni benefiche nel corpo inerte della società, il romanziere, il regista, il saggista.


Tortorella parla del difficile impegno dell intellettuale in una ricerca che non si acquieti nelle certezze, della tragedia della esistenza per Pasolini, della sua solitudine più grande e quindi del valore della sua «scelta di campo» a fianco degli oppressi e degli emarginati.


La folla e ancora li, quando un altoparlante trasmette un brano del discorso di Pasolini al festival det giovani comunisti al Pincio, e il feretro si muove lasciando Roma.


Luisa Melograni. Enorme folla commossa a Roma ai funerali di Pasolini in L’Unità giovedì 6 novembre 1975. pp.1 e 5
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