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Impotenza contro il linguaggio pedagogico delle cose, Pasolini in Gennariello (1975)


Pier Paolo Pasolini immortalato da Dino Pedriali nella sua casa nella Torre di chia, Viterbo, 1975 © Dino Pedriali/Cineteca di Bologna/Tutti i diritti riservati

Niente come fare un film costringe a guardare le cose. Lo sguardo di un letterato su un paesaggio, campestre o urbano, può escludere un'infinità di cose, ritagliando dal loro insieme solo quelle che emozionano o servono. Lo sguardo di un regista - su quello stesso paesaggio - non può invece non prendere coscienza - quasi elen­candole - di tutte le cose che vi si trovano. Infatti men­tre in un letterato le cose sono destinate a divenire pa­role, cioè simboli, nell'espressione di un regista le cose restano cose: i «segni» del sistema verbale sono dunque simbolici e convenzionali, mentre i «segni» del sistema cinematografico sono appunto le cose stesse, nella loro materialità e nella loro realtà. Esse divengono, è vero, «segni», ma sono i «segni», per così dire viventi, di se stesse. Tutto ciò fa parte di una scienza, la semiologia, che tu, Gennariello, non puoi non conoscere almeno di nome, e nella sua significazione almeno divulgativa, se vuoi seguire i miei discorsi: specie questo sul linguaggio primo delle cose e sulla loro conseguente prevaricazio­ne pedagogica.


Dunque se fossi andato nello Yemen in quanto lette­rato, sarei tornato con un'idea dello Yemen completa­mente diversa da quella che ho essendoci andato in quanto regista. Non so quale delle due sia la più vera. In quanto letterato sarei tornato con l'idea - esaltante e sta­tica - di un paese cristallizzato in una situazione storica medievale: con alte e strette case rosse, lavorate di fregi bianchi come in una rozza oreficeria, ammassate in mez­zo a un deserto fumigante e così limpido da scalfire la cornea: e qua e là vallette con villaggi, che ripetono esat­tamente la forma architettonica della città, tra sparuti orti a terrazza, di grano, di orzo, di piccole viti.


In quanto regista ho visto invece, in mezzo a tutto questo, la presenza «espressiva», orribile, della moder­nità: una lebbra di pali della luce piantati caoticamente - casupole di cemento e bandone costruite senza senso là dove un tempo c'erano le mura della città - edifici pubblici in uno stile Novecento arabo spaventoso, ec­cetera. E naturalmente i miei occhi hanno dovuto posar­si anche su altre cose, più piccole o addirittura id.= oggetti di plastica, scatolame, scarpe e manufatti di co­tone miserabili, pere in scatola (provenienti dalla Cina), radioline.


Ho visto insomma la coesistenza di due mondi se­manticamente diversi, uniti in un solo e babelico sistema espressivo.


Naturalmente il contingente moderno di tale sistema linguistico, a me si presentava come aberrante e degra­dante. Lo era oggettivamente - a dire il vero - appunto perché era miserabile; dichiarava senza riserve o ritegni il suo sfacciato fine speculativo. Lo Yemen non è ancora che un piccolo, anzi infimo, mercato per le industrie occi­dentali. Quindi è disprezzato e oggettivamente ridicoliz­zato. Il suo sfacelo pare naturale. Il fatto che esso richiede un'abiura da parte degli yemeniti pare agli speculatori te­deschi e italiani qualcosa di perfettamente naturale: gli yemeniti devono essere del tutto consenzienti a proposi­to del loro genocidio: culturale e fisico, anche se non ne­cessariamente mortale, come nei Lager.


Ma torniamo alle cose. Il linguaggio delle cose nuove, che nello Yemen - e nella mia infanzia - è un balbettio, per te, Gennariello, è divenuto un discorso articolato, logico e normale. Anche se qualcosa ancora te ne separa, essendo tu napoletano.


Non voglio coinvolgerti nel mio peccato estetico. La muta dei moralisti ti stia lontana, con quelle sue accuse che le salgono su dai testicoli del resto repellenti (non certo come i tuoi, di giovinetto, o i miei, che non li confondo con lo spirito prevaricatore e volgare della Legge).


Il mio estetismo è inscindibile dalla mia cultura. Per­ché mancare la mia cultura di un suo elemento anche se spurio, magari, e superfluo? Esso completa un tutto: e non ho scrupoli a dirlo perché proprio in questi ultimi anni mi son convinto che la povertà e l'arretratezza non sono affatto il male peggiore. Su questo ci eravamo tutti sbagliati. Le cose moderne introdotte dal capitalismo nello Yemen, oltre ad aver reso gli yemeniti fisicamente dei pagliacci, li hanno resi anche molto più infelici. L'Imam (il re cacciato) era orrendo, ma il consumismo micragnoso che l'ha sostituito non lo è di meno.


Ciò mi dà il diritto a non vergognarmi del mio «senti­mento del bello». Un uomo di cultura, caro Gennariel­lo, non può essere che estremamente anticipato o estre­mamente ritardato (o magari tutte e due le cose insieme, com'è il mio caso). Quindi è lui che va ascoltato: perché nella sua attualità, nel suo farsi immediato, cioè nel suo presente, la realtà non possiede che il linguaggio delle cose, e non può essere che vissuta.


Il punto è questo: la mia cultura (coi suoi estetismi) mi pone in un atteggiamento critico rispetto alle «cose» moderne intese come segni linguistici. La tua cultura, invece, ti fa accettare quelle cose moderne come natura­li, e ascoltare il loro insegnamento come assoluto.


Io potrò cercar di scalfire, o almeno mettere in dub­bio, ciò che ti insegnano genitori, maestri, televisioni, giornali, e soprattutto ragazzi tuoi coetanei. Ma sono as­solutamente impotente contro ciò che ti hanno insegna­to e ti insegnano le cose. Il loro linguaggio è inarticolato e assolutamente rigido: dunque inarticolato e rigido è lo spirito del tuo apprendimento e delle opinioni non verbali che in te, attraverso quell'apprendimento, si sono formate. Su questo siamo due estranei, che nulla può av­vicinare.


Pier Paolo Pasolini. Paragrafo sesto: impotenza contro il linguaggio pedagogico delle cose, 17 aprile 1975, in Gennariello. Lettere luterane, ora in Saggi sulla politica e sulla società, Meridiani Mondadori, Milano 1999.
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