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Incontro con lo scrittore diventato regista. Intervista con Pasolini dal set di Accattone, su «L'Unità» 1961.

  • Immagine del redattore: Città Pasolini
    Città Pasolini
  • 6 ore fa
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Pier Paolo Pasolini durante le riprese del film Accattone, 1960 © Tazio Secchiaroli/Archivio Cesena/Tutti i diritti riservati
Pier Paolo Pasolini durante le riprese del film Accattone, 1960 © Tazio Secchiaroli/Archivio Cesena/Tutti i diritti riservati

Nella periferia romana nasce il film di Pasolini, Accattone, una vicenda dolorosa realizzata dal vero e con interpreti presi dalla vita. Alberto Moravia spettatore delle riprese – Un’impresa cinematografica in economia


Al Pigneto c’è un’animazione insolita: da pochi giorni una piccola troupe cinematografica si è accampata nei pressi di via Fanfulla da Lodi, a Roma, e richiama su di sé l’attenzione dei passanti. Si gira Accattone, il film che rappresenta per lo scrittore Pier Paolo Pasolini l’esordio nella regia.


La macchina da presa, una semplice Arriflex, di quelle che usano gli operatori per filmare le cine-attualità, è montata su un cavalletto, in un angolo di una caratteristica osteria periferica. Sergio Citti, un ragazzo che non ha mai recitato in vita sua, esegue una scena di particolare intensità drammatica. Il suo volto, duro ed espressivo, è percorso dalle lacrime; vi si legge uno sforzo di concentrazione emotiva che colpisce a prima vista: forse ci troviamo di fronte a uno di quegli attori istintivi che, se colti, potrebbero aumentare le magre riserve della nostra cinematografia.


Attorno al campo visivo non ci sono grossi riflettori né grovigli di cavi elettrici: da qualche praticabile pendono solamente grappoli di lampade da studio fotografico. Un solo gruppo elettrogeno ronza poco distante, mentre, a pochi metri dalla camera, sul nastro di un magnetofono portatile viene incisa la colonna sonora del film.


Non occorre dire che Accattone nasce all’insegna di una formula produttiva non dispendiosa. Sul luogo dell’azione si attarda un pubblico inconsueto: gli interpreti seguono, in un clima di collaborazione attiva e vivace, il progressivo snodarsi della vicenda. Questa volta c’è anche uno spettatore famoso: Alberto Moravia, il quale, di tanto in tanto, si sofferma a parlare con Pasolini e a dargli qualche suggerimento.


L’autore de La noia ha forse improvvisamente riscoperto un’antica passione per il cinema, che anni or sono lo indusse a “girare” una breve novella per un’interessante iniziativa cinematografica, peraltro destinata all’insuccesso?


L’interrogativo rimane sospeso; i rapporti tra letteratura e settima arte non sono così evidenti da impegnare un giudizio tempestivo. Da Curzio Malaparte a Mario Soldati, da André Malraux a Cesare Zavattini, da Jean Cocteau a Jacques Prévert, da Vasco Pratolini allo stesso Moravia, nella storia del cinema ricorrono prestigiosi incontri, spesso però complicati da profonde contraddizioni.


Ci avviciniamo, durante una pausa della lavorazione, a Pasolini e gli chiediamo perché si sia deciso a tentare una nuova esperienza.


«L’insoddisfazione per i film realizzati sulla scorta dei miei soggetti e delle mie sceneggiature e il desiderio di una rappresentazione più autentica di un mondo che mi è caro», risponde Pasolini con una battuta dimostrativa, apparentemente scherzosa: «Rispetto ai film fatti da mie sceneggiature, se non altro in questo non spero vi sia stato un movimento di “carrello” vano».



Insistiamo ancora:


«Lei, che è uno scrittore, quali problemi ha dovuto affrontare traducendo una storia in linguaggio cinematografico?».


«Molti», replica Pasolini, «ma soprattutto mi sono reso conto che nel cinema la metafora non è possibile».


Moravia interviene, con piglio polemico, nella conversazione e, scrollando le spalle, osserva:

«Questa è l’epoca più cinematomane nei confronti della letteratura. È un’arte minore».


Pasolini accenna un gesto di dissenso e si sforza di portare alle estreme conseguenze le sue osservazioni:


«Vede, mentre io posso scrivere in un racconto: “quella donna era un topolino”, il regista, invece, è costretto a presentare sullo schermo le cose come sono».


«I teorici del “muto”», ricordiamo a Pasolini, «hanno largamente documentato l’uso della metafora. Murnau, Pudovkin ed Eisenstein hanno ottenuto risultati sorprendenti in tal senso».


Pasolini non è convinto della nostra obiezione e ci ribatte:


«Ma Eisenstein è caduto nel barocchismo e nel simbolismo. Io credo che il compito di un regista, sotto questo profilo, sia abbastanza arduo; bisogna, a mio parere, creare un linguaggio il quale suggerisca mentalmente la metafora allo spettatore».


Chiudiamo la parentesi e ci informiamo di Accattone. Il film era stato proposto a Federico Fellini, che da alcuni mesi ha fondato una casa produttrice con l’intento dichiarato di incoraggiare soprattutto i giovani registi e gli esperimenti più arditi. Fellini, però, ha rinunciato: probabilmente non nutriva molta fiducia nelle capacità registiche di Pasolini.


Più coraggioso di lui è stato Alfredo Bini, il produttore de Il bell’Antonio e de La viaccia: un giovane “indipendente”, il quale ama i film “difficili”.


Accattone, da questo punto di vista, non lo ha deluso. Il soggetto, ambientato nelle borgate della capitale, non è di quelli che puntano a piacere nel naturalezza o in un facile bozzettismo. Vi si raccontano le vicende di un giovane che si redime, ma non conosce un lieto fine. Si tratta di un racconto amaro e doloroso, nel quale ogni giudizio si innesta su un’ambigua esperienza di margine.


«Forse», precisa Pasolini, «non sarà nemmeno un film bello, ma io l’ho immaginato come un film violento, fatto di reazioni, con la macchina da presa costantemente puntata sulle facce dei protagonisti. Sarà, comunque, un film sincero».


P.P.

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