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L'India di Pasolini. Intervista dopo il suo viaggio, di Romano Costa, su «Vie Nuove», n.4, 25 gennaio 1968.

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P.P. PASOLINI, L'India di Pasolini. Intervista dopo il suo viaggio, di Romano Costa, su  «Vie Nuove», n.4, 25 gennaio 1968, pp.52-54.

Di ritorno dall'India, nel gennaio scorso, Pier Paolo Pasolini farà un film per la televisione italiana. I tempi di lavorazione occuperanno gli ultimi tre mesi di quest'anno. Approfittando delle vacanze di Natale, Pasolini ha trascorso venti giorni in India, il Paese in cui il regista-scrittore intende girare questa sua prossima pellicola, una storia tutta indiana, compresi gli interpreti.


Con Pasolini, in questo grande Paese dell'Asia, c'era una piccola troupe televisiva e, dal lavoro di sopralluogo filmato, ne è uscito un servizio giornalistico per TV7.


Sono stato con Pasolini e, per tutti quei venti giorni, abbiamo viaggiato insieme sulle strette strade che allacciano l'India da nord a sud, unica eredità degli inglesi lasciata in questa terra dove, dice Malraux, la concezione buddista «vede il mondo come due bambini senza casa che si tengono per mano in una città morta, piena del tedioso vocio delle scimmie e del gravoso volteggiare dei pavoni», ma anche delle carestie, della miseria e della lebbra.


Tra questi cinquecento milioni di individui che popolano l'India e la cui sopravvivenza si misura soltanto con la durata del tempo, la morte è un lungo dialogo che riecheggia profondamente nel tempo. Pasolini chiedeva una verifica a una sua idea sull'India.


Nei momenti di pausa, alla sera, o mentre viaggiavamo attraverso deserti di roccia sopra i quali vagavano di continuo turbe di figure umane, di una delle centinaia di razze che popolano l'India, ho chiesto a Pasolini:


Domanda: Quand'è che hai pensato a una storia indiana?


Pasolini: Subito dopo averne pensata una sull'Africa. Come vedi, sempre sul Terzo Mondo. In Africa doveva essere qualcosa come l'idea della nascita della democrazia in un Paese. Il mondo ideale, quello dell'antica Grecia, di Edipo eccetera. Avevo già pensato anche a chi scegliere come protagonisti: Armstrong, Cassius Clay; sarebbero stati Agamennone, Egisto... Poi ho pensato all'India.


Domanda: Del resto potrebbe essere la stessa storia: proprio l'India sta vivendo nelle sue contraddizioni i tempi della democrazia, e vent'anni fa assassinavano Gandhi...


Pasolini: Sì, ma non è stato questo a farmi pensare all'India o, forse, anche questo. L'idea però m'è venuta dopo un racconto che m'ha fatto Elsa Morante una sera, a cena, a Roma. Elsa l'aveva letto su un libro di religione indiana. Più che una storia è una leggenda, che è questa: un Maraja ricco, colto, padrone di immense terre, un giorno, mentre visitava, o forse cacciava, per i suoi possedimenti ricoperti di neve, vede due tigrotti affamati. Allora il Maraja è preso da un grande senso di pietà e, incurante della sua vita, in spregio proprio della sua carne, offre il suo corpo ai due animali. La storia del mio film vorrei fosse appunto la storia di questo Maraja; la sua morte e poi la storia della sua famiglia. La prima parte l'ambienterei idealmente in un'epoca pre-democratica, feudale: potrebbe essere il Millequattrocento, ma anche il 1939. In seguito, dopo la morte del Maraja, il Paese combatte per la sua indipendenza, gli inglesi lasciano l'India.


Nel ritmo che ho in mente per questa seconda parte del film, dopo la partenza degli inglesi, in tutto il Paese scoppia la carestia; lo immagino io, ma credo la cosa abbastanza attendibile. È durante questo anno di fame e di stenti che ritroviamo la famiglia del Maraja, che si sposta da uno Stato all'altro in cerca di pane. Ma la miseria è così grande che, uno ad uno, i componenti della famiglia muoiono.


Domanda: E da queste interviste che vai facendo alla gente cosa ti aspetti?


Pasolini: Intanto una verifica all'idea della mia storia. Ai santoni sadhu, al Raja, alla gente dei villaggi e delle città chiedo se la storia di cui ho detto, quella del Maraja, può essere, in un qualche tempo, veramente accaduta, cioè se lo spirito religioso di cui è permeato questo Paese può produrre un uomo così.


Domanda: Tu hai in mente un'India ideale. Se, dopo queste interviste, le domande e le verifiche che chiedi, il ritmo del film che tu hai in mente non avrà conferme, girerai la storia ugualmente?


Pasolini: No. Il film sull'India l'ho pensato in quel modo, e mi piace farlo in quel modo soltanto. Se, alla fine di questo sopralluogo, la mia idea-India non reggerà, non farò il film.


Domanda: In questo sopralluogo tu giri anche un documentario per la TV sull'India, fai cioè del giornalismo televisivo. È la prima volta che fai una cosa del genere?


Pasolini: Del documentario inteso come servizio giornalistico non mi interesso. A parte qualche articolo su giornali di molti anni fa, non ho mai fatto il giornalista e neanche saprei farlo. Quello che giro per TV7 è soltanto il mio sopralluogo, i miei appunti cioè su un film da farsi in India. Te l'ho già detto, per questo film ho in mente un ritmo e, con la cinepresa, riprendo tutto quanto conferma questo mio ritmo ideale; mi preparo già le inquadrature, riprendo già i possibili interpreti del film: è insomma il mio sopralluogo filmato. Il documentario che ne uscirà sarà soltanto questo.


Domanda: Qualcosa come il tuo Comizi d'amore?


Pasolini: Qualcosa di simile: Comizi d'amore era un film-inchiesta, questo potrebbe essere il film-inchiesta su un film da farsi.


Domanda: E finora, dalle interviste che hai fatto, quel tuo ritmo ideale dell'India ha trovato conferme?


Pasolini: Qualcosa sì, ma è tutto così difficile qui. Ma ho già un'altra idea: c'è tanto da fare sul Terzo Mondo... Ho trovato però gli attori per il film: un bellissimo soldato che potrebbe essere il Maraja e anche sua moglie e i suoi figli.


Poi ancora Pasolini intervista, riprende scene, volti, ambienti, cerca l'eroe soprannaturale per una storia soprannaturale, così da realizzare l'intima espressione del significato di una leggenda.



P.P. PASOLINI, L'India di Pasolini. Intervista dopo il suo viaggio, di Romano Costa, su «Vie Nuove», n.4, 25 gennaio 1968, pp.52-54.

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