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La mia piccola Susanna. Laura Betti e Susanna Colussi. Un ultimo incontro a Udine (1976)

Aggiornato il: mar 11


Laura Betti, Susanna Colussi e Pier Paolo Pasolini al Premio Strega (1964)

7 gennaio 1976

Sono finite le feste. Natale. Capo d’Anno. Epifania. Giorni e giorni di silenzio atono e stravolto. Silenziose anche le urla di Susanna, la mia ultima figlia.

Poi le urla di Susanna sono state chiuse dentro ad un’automobile rossa che volava per  l’autostrada Trieste-Casarsa (sic) fino a diventare un solo, unico urlo prolungato, impastato di Pavesini, di Esso e di caschi colorati. Via, via mia figlia Susanna, chiusa dentro il suo urlo cieco, chiusa nella mia mano che le ha strappato un lieve odore di primule.

C’è sole, molto sole. Un sole pieno e sodo. […]


31 ottobre 1976 Roma-Treviso / Treviso-Roma

(non so dove riparare)

Mancano due giorni e poi zompano i tappi di champagne. Che manna. AlI’improvviso c’è lavoro per tutti e allora si mettono inserzioni: “occorre inedito anche pubblicato purché in preistorie ‘42-’44; graditissimo carteggio inedito comprovante attitudine eterosessuale folgorante del poeta in questione, manipolata successivamente per richiesta di mercato e degradata ad abietta omosessualità dal Borghese, Specchio eccetera…; male che vada una cartella su ‘vita come morte o morte come vita’.

Quanto bene seguiti a fare, amado mio! Gran fermento. Pensa, si vendono anche i sogni e quelli piacciono molto. lo invece non ti sogno. Non riesco. Nulla, niente, non un tuo colore, non il tuo suonare al citofono che non potevi essere che tu, non il tuo salutarmi in un soffio: “… adieu…”, non il nero dei tuoi occhiali appannati dall’ansia dell’impossibile irraggiungibile rapporto d’amore che però sia tu che io, di nascosto, teniamo ben chiuso in un cassetto la cui chiave ci fu rubata da sempre e per sempre dalla banda dei Probi Viri. Come ti piaceva vedermi sbattere il naso contro porte che io m’immaginavo spalancate per ricevermi con trombe e annunci per scale e saloni…

Se non fossi certa, ben certa, di piacerti sempre di più, tuo malgrado, e quindi di riconoscere le tue risate fragorose ovunque io mi trasporto, allora entrerei definitivamente nel Regno della assenza. E invece finché sei presente tu rimango presente anch’io ed è per questo che ancora, sebbene a sprazzi, riesce ancora a mettere insieme qualche dimensione. La mia sfacciata dignità, il mio essere Principessa del tuo regno sublime, il mio strascico di velluto pervinca su cui appoggi i tuoi piedi calzati da foot-baII, il mio volgere il capo verso di te: “Maestà… ?“, ecco tutto questo subisce quotidianamente delle orride sbertulate, degli scivoloni privi anche di una speranza di grazia; con frastuono di culo appiattito al suolo e starnazzio da oca del Campidoglio che si ritrova con una mano de drio e una davanti a reggersi i genitali. E tu ridi e il tuo riso compensa la tua cagna-Milarepa affamata di lacrime e di assoluto che nessuno, mai più, le butterà nella ciotola di stagno con iniziali L.B.

Il mio pubblico dolore poggia su tacchi altissimi da cui non si può che precipitare con la grazia delle vacche. Non possiedo collo da cigno che possa reggere con greca e tempestosa fierezza: volto, occhi e capelli in stato di cosmica angoscia. Né possiedo il fascino di un sottoproletariato privilegiato dalla pubblica esibizione di un’infiacchita semplicità televisionata e dunque additata ad esempio di “ciò che si deve accettare per carità cristiana”. Neanche questo e tu scoppi a ridere e allora io riprendo fiato e mi sento un po’ restituita a me. E come te la ridi durante i miei passaggi obbligati per certe foreste pullulanti di ‘eredi’; quando intuisci la sottile, magrissima e disperata noia che mi prende nel comporre il mio volto ad espressioni di atroce sofferenza e subito rapido cambio in umile silenziosa dignità all’arrivo di frodo di altro erede che soffre in modo che ‘solo lui sa’. Copy right…

Amado mio, che risate una vita senza di te. Che risate che risate.


Ora la mia faccia è nelle mani di Susanna che incomincia a leggere senza voce i miei occhi: “Dove è Pier Paolo? Dove lo hai messo? Perché mi hai detto che non c’è più? Che cosa gli hanno fatto?  Perché lo hanno ammazzato? Chi lo ha ammazzato? Cosa facciamo? Dimmi quello che sai”. Gli occhi di Susanna sono ironici: sanno. E le parole di Susanna che tiene nelle sue mani la mia faccia invece sono: “Sei venuta finalmente! Ma sai che non sei cambiata? Sei molto più bella! E invece io!…”.

– Adesso sembro molto più vecchia io di te. Ti ricordi a scuola? – Sì, Susanna mi ricordo. – Mi facevi tanto ridere a scuola. – lo ti ho sempre fatto ridere. – Mi fa specie però che tu sia più giovane di me. – Ma forse non è nemmeno vero, Susanna. – Però gli volevamo veramente bene, vero? – Sì, Susanna, ma anche adesso gli vogliamo bene. – Ah, sì, ma è inutile…, cosa vuoi, adesso è inutile. – Be’, allora era meglio perché eravamo gelose, vero Susanna? – Orpo… gelose? Sì? – Sì. – Ma tu hai sempre la mia età? No. Qualche anno di meno, vero? – Sì, ma pochi. Ma perché rimani qui? – lo verrei via… Ci ho ancora da fare per due o tre giorni, ma verrei via… – Ti vengo a prendere? – Ecco… vienimi a prendere, benedetta!!


La chiudo di nuovo dentro la mia mantella e così vedo la camera a due letti e una vecchia mezza cieca che le vive accanto, gelosa del suo armadio con dentro le provviste: olio, biscotti e formaggio latteria… Un lieve profumo di merda dall’armadio.

Cosa fare di questo piccolo uccellino che è mio. Mi pare mio qui dentro la mantella. Un uccellino bugiardo. Dove è il regno di Susanna? Quale rivoluzione l’ha deposta dal trono? Cosa fare? lo non voglio vederla. Mai più. Lei però sa che io ci sono, vivo e non vado a prenderla. Cosa significa tutto questo? Come posso sapere quello che significa.


La mia macchina funziona. Non si ferma. Non ci sono guasti. Corre per l’autostrada. lo sono viola. Una colite atroce. Una colite è una colite, ma a me pare che mi strappino il cordone ombelicale. Forse non arriverò mai. A Treviso forse dimentico, se entro dentro al letto, sotto le coperte. Le coperte hanno un diverso calore dal corpo di Susanna e non tremano. Forse non arriverò mai. Maledetto Friuli.


Treviso-Udine-Treviso, 17 novembre 1976

Poche ore fa, a Udine, pioveva e forse c’era la nebbia e anche, forse, le strade tremavano e tremavano le case. Forse. lo non volevo vederla, non volevo vederla mai più, per esempio, la mia piccola Susanna. Ed ho cominciato a prendere delle pillole dal fioraio mentre cercavo delle primule. Le primule non c’erano, ma tanto io non volevo vederla mai più. Ho poi comperato una pianta con uno strano fiore, solo e rosa, in cima. Il fioraio me l’ha involtata nel nylon ed io sono uscita dal negozio ed ho buttato la pianta nel sedile dietro, nella mia macchina. Tanto non sarei andata da Susanna e non l’avrei mai più vista. Poi ho paura del sacrilegio. Ho paura che Pier Paolo non voglia che io la veda. Non vuole che la veda nessuno. Non vuole che esista un posto dove Susanna dorme e mangia senza la sala del trono, senza i tappeti, i biscotti, i telegrammi, le telefonate, il letto a baldacchino dove dormiva inchiodata da un amore feroce che la riempiva di lividi a ogni discesa e salita per gli spigoli e gli angoli di tanta magnificenza. Sua Maestà Susanna piena di lividi e cerotti ma legata al letto dell’amore. Credo che non voglia.


E infatti me ne vado in giro per il Friuli: Codroipo, San Vito al Tagliamento, Pordenone e mi fermo al ‘44, ‘45, ‘46, ‘47, ‘48, ‘49 da Giacomini, da Vaccher, da De Zotti, da Ciceri, da Spagnol, alla sede del PCI che ha espulso il mio Re dal suo regno. Un regno dove si spalancavano le finestre e ne uscivano versi, rime, scoperte preziose, grida al cielo, alla terra, alla polenta, che Pier Paolo raccoglieva diligentemente, con mani appassionate, intorno a sé, alla Accademia che non voglio sapere cosa è, ma era certo un regno, vedo lo statuto, era una dichiarazione  d’amore alla vita, un impegno a non sottrarsi mai, per nessun motivo, all’amore. Un impegno di morte.

Poi la mia macchina è di nuovo a Udine, con i tergicristallo stanchi, attraversa dei viali, dei giardini che per il terremoto sono diventati campi di roulottes colorate come un Club Mediterranée. Poi la mia macchina si è fermata davanti alla Clinica ‘la Quiete’. Quante pillole ho preso. Forse una per ogni tappa del tuo dolore, non so. Una per ogni vita che tu hai vissuto senza di me.

E adesso sono davanti a questo edificio privo di speranza, di un sole possibile, di alberi, di colori. Le finestre mi sembrano mille come quelle dell’IRl e mi rendo conto che quella dietro cui c’è Susanna non può in alcun modo essere diversa dalle altre. Ma io, comunque, non voglio vederla. Non voglio vederla anche se fermo i tergicristallo, scendo dalla macchina, prendo la pianta ed entro nella caserma dove è improbabile si possa piangere.


– Susanna Pasolini – Secondo piano


Tutto qui. E se vado verso l’ascensore significa che Susanna, proprio lei, è qui, anche se io non andrò a trovarla.

L’ascensore è lento ma poi si ferma puntuale. Io quindi esco, mi trovo in un corridoio e poi nella camera di Susanna che chiudo dentro il mio mantello, dentro alle mie braccia.

Un uccellino con piume di primula.


Laura Betti, illuminata di nero,  “Cineteca” speciale, ottobre 2005
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