Pasolini: Se fossi un profeta, farei ben tristi profezie. Scoperta di Tommasino, su «Vie Nuove», 1962.
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Pasolini, borgata Roma, 1959 © Federico Garolla/Archivio Garolla/Tutti i diritti riservati
Caro Pasolini,
per tanto tempo sono stato in sanatorio e purtroppo conosco quali siano i problemi ancora insoluti nel campo antitubercolare. Però non avevo mai visto un’aperta denuncia di questa grave piaga che ancora esiste in Italia, così come tu hai fatto nel tuo film Una vita violenta.
Finora si era sempre parlato dei sanatori solo per far piangere i lettori, magari dicendo che questo male (a volte chiamato «mal sottile») era una malattia nobile riservata ai signori (vedi La signora delle camelie e altri romanzi del genere).
Invece tu, al contrario, hai fatto conoscere a molte persone cose che una grande maggioranza di cittadini non sa. Cose che si registrano attualmente, e cioè giovani che, dimessi perché guariti, cercano di rientrare nei sanatori in quanto lì si mangia. Un tempo in sanatorio si andava a morire. Oggi invece molti sono costretti a ricoverarsi nuovamente per poter campare.
Ed ecco giustamente la tua denuncia: la polizia manganella e arresta i degenti quando chiedono un trattamento migliore, mentre dall’altra parte vi sono famiglie che non hanno neppure una casa e vivono nelle baracche, così come avviene in ogni città (Livorno purtroppo necessiterebbe ancora di almeno 4.000 case per risolvere questo problema).
Pertanto, insieme al ringraziamento per aver affrontato questo problema, vorrei farle giungere la preghiera di continuare a parlarne su «Vie Nuove».
Nedo Panattoni
via Adriana 29, Livorno

Scusi anzitutto una precisazione: il film Una vita violenta non è mio. È opera di due registi giovani, Brunello Rondi e Paolo Heusch. Loro è il merito dell'elevata qualità del film. La trama di Una vita violenta mi si è fulmineamente delineata una sera del ’53 o ’54, quando stavo finendo di scrivere Ragazzi di vita. C’è un punto della Tiburtina, all’altezza di Pietralata, e poco prima di Tiburtino III e Ponte Mammolo (dove allora abitavo), che si chiama il «Forte».
Vi si vedono una caserma, un bar, una fabbrica, un deposito di pullman, delle baracche e, dietro, un’altura, un montarozzo spelacchiato e infernale, il «Monte del Pecoraro» (che ho tante volte descritto nei miei libri e che ridescriverò nel primo canto del mio nuovo romanzo, un inferno, appunto, che si chiama La Mortaccia).
Pioveva, o era appena cessato di piovere. C’era un’aria fradicia e dolente, con quell’azzurro cupo, funereo, troppo lucido che si scopre in fondo all’orizzonte quando il tempo si rasserena verso sera ed è ormai troppo tardi.
Camminavo nel fango. E lì, alla fermata dell’autobus che svolta verso Pietralata, ho conosciuto Tommaso. Non si chiamava Tommaso: ma era identico, di faccia, a come poi l’ho dipinto ripetutamente nelle pagine di Una vita violenta, e vestiva anche nello stesso modo: un abituccio sbrindellato ma «serio», con la camicia bianca, magari sporca, e la cravattina violacea e lisa.
Come spesso usano fare i giovani romani, prese subito confidenza e, in pochi minuti, mi raccontò tutta la sua storia: l’episodio che ho poi narrato nel primo capitolo e la sua malattia al Forlanini.
Poi sparì. Non l’ho più rivisto. Né a Pietralata né a Tiburtino, in nessuna di quelle misere strade che circondano la città di Dite.
Quando sono giunto al capitolo del Forlanini, ho dovuto documentarmi, perché in tutta la mia vita non avevo visto un ospedale se non per qualche rapida visita.
Ho parlato con due ex ricoverati — che sarebbero poi diventati due personaggi del romanzo — ho parlato con uno dei medici (fratello di un uomo politico comunista mio amico) e ho parlato, infine, con alcuni malati anonimi.
Cinque o sei giorni di lavoro. Tutto qui.
Come vede, non sono uno specialista in materia di ospedali o di sanatori: tutt’altro. Non ho le carte in regola per poter lecitamente fare quello che lei mi richiede.
D’altra parte, sapesse quante altre richieste del genere della sua mi vengono fatte, da tutte le parti d’Italia! Alcuni giorni fa un maestro mi invitava a scrivere della terribile condizione in cui si trovano le scuole elementari nel Meridione; un giovane minatore toscano di Gerfalco mi invitava ad andare nella miniera in cui egli lavora, per riferire la disumana situazione…
Ma come faccio? Tutti voi dovreste capire che, descrivendo un «caso» italiano di miseria, di ingiustizia, intendo in esso simboleggiare, sintetizzare, tutti gli altri casi analoghi. Che, lo so, sono infiniti, nella nuova Italia del benessere che si avvia, con penosa baldanza, sulla strada della socialdemocrazia (se tutto va bene!).
La mia vita non è cambiata. Io continuo a sperimentare un’Italia che, a sua volta, non è cambiata. La miseria, l’indigenza, lo stato d’ingiustizia, l’ansia, la corruzione non sono affatto diminuiti: anzi, sono aumentati.
Parlare di benessere (di quel relativo benessere che consiste poi nel non morire di fame, nel possedere un minimo di dignità economica!) è un insulto.
Non le so dire l’impeto d’ira che ho provato quando un critico francese, dopo aver visto il mio Accattone, alzando le spalle, col tipico sorriso del liberale laico e scettico, ha detto: «Non è vero niente: in Italia adesso c’è il benessere». Ho dovuto stringere i denti per non dargli dell’imbecille.
Viviamo in cuore alla mistificazione e all’ipocrisia. Se fossi un profeta, farei ben tristi profezie.
P.P. PASOLINI, Scoperta di Tommasino, su «Vie Nuove», n. 15, 12 aprile 1962, p. 35.



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