Le madonne oggi non piangono più. Ultima puntata del trattato pedagogico di Pasolini, Gennariello. Pubblicato per la prima volta su «Il Mondo», 5 giugno 1975. Poi in Lettere luterane.
- Città Pasolini

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Ricordo sempre con intimo, quasi struggente piacere le mattinate di scuola in cui i miei professori invece di fare lezione si lasciavano prendere da non so che pigrizia e libertà e ci parlavano di altre cose. Erano, almeno nel ricordo, mattinate come queste di maggio o giugno, in cui l’anno scolastico stava per finire. C’era questo sole stagnante, immenso e mite; il sole delle poesie estive di Sandro Penna…
Ebbene, Gennariello, oggi è appunto una di quelle mattinate in cui i professori non hanno voglia di fare lezione, e parlano d’altro.
Oltre tutto siamo «sotto» le elezioni: la cosa è più che naturale.
Il discorso da fare è molto aspro, anche se in qualità di pedagogo non posso che essere pacato. Ecco.
Fino a una decina di anni fa «sotto» le elezioni piangevano le madonne, oggi vengono rapiti degli alti magistrati.

Il problema è il seguente: che nesso c’è fra questi due fenomeni? Io credo che ci sia, prima di tutto un nesso di opposizione e di incommensurabilità; un universo in cui, in qualche modo, contino le lacrime della statua di una Madonna, è opposto e incommensurabile a un universo in cui tali lacrime non contino assolutamente più. Si è avuta in mezzo, appunto, la fine di un universo. Milioni e milioni di contadini e anche di operai – al Sud e al Nord – che certamente da un’epoca molto più lunga che i duemila anni del cattolicesimo si conservavano uguali a se stessi, sono stati distrutti. La loro «qualità di vita» è radicalmente cambiata. Da una parte sono emigrati in massa in paesi borghesi, dall’altra sono stati raggiunti dalla civiltà borghese. La loro natura è stata abrogata per volontà dei produttori di merce. Ma di ciò ti ho già parlato altre volte, e spesso ancora te ne parlerò. Resta da esaminare il nesso che almeno meccanicamente unisce i pianti delle madonne ai rapimenti dei magistrati.
Tale nesso è organizzativo e pragmatico. E, come tale, enigmatico. Come veniva progettato e realizzato, infatti, il pianto di una Madonna? Un parroco veniva a Roma, prendeva accordi con qualche alta personalità vaticana, otteneva il dovuto viatico ecc. ecc.?
Oppure il mandante di qualche grossa autorità democristiana (il Fanfani e l’Andreotti, o lo Scelba, di quegli anni), scendeva in qualche paese scelto, contattava il suo parroco, gli dava le dovute disposizioni ecc. ecc.? Oppure questo parroco faceva tutto da sé, interpretando i taciti desideri di coloro che stavano in alto e avevano bisogno di essere rieletti, possibilmente con la maggioranza assoluta? Fatto sta che l’imbroglio riusciva sempre perfettamente e mai nessuno è stato smascherato.
In questo i rapimenti dei magistrati e i pianti delle madonne si assomigliano alla perfezione: anzi, sono in sostanza la stessa cosa.
Certamente, poi, l’ingranaggio della prima organizzazione (il pianto della Madonna) – per quanto per esempio in Sicilia la mafia non dovesse essere estranea — era molto più semplice dell’ingranaggio della seconda organizzazione (il rapimento di un magistrato) per quest’ultimo occorre un apparato criminale immensamente più raffinato: e inoltre occorre almeno l’intervento della Cia (fino a poco tempo fa attraverso il Sid: e ora?) Inoltre mentre un tempo bastava indurre gli animi a temere ingenuamente il giudizio divino (le lacrime della Madonna erano anticomuniste), ora occorre creare negli animi due tensioni: una anticomunista e una antifascista. «Sotto» queste elezioni, a quanto pare, siamo in una fase di tensione antifascista. Però, però, però… Mentre per le stragi di Brescia e Bologna si può decisamente parlare di una «montatura» antifascista, organizzata dai democristiani (non più, ora, molto cattolici) al potere, stavolta, a proposito dei Nap, non si può decisamente parlare (o meglio non si vuol decisamente «far parlare») di fascisti. A quanto pare, siamo a una nuova demoniaca progettazione: prendere due piccioni con una fava: lasciare cioè sospeso se si tratti di rossi o di neri, creando così nel tempo stesso una tensione anticomunista e una tensione antifascista.
Certo, molto dipende dalla figura del magistrato rapito. Intanto va detto che è strana la somiglianza tra Sossi e Di Gennaro: almeno quanto a cartello segnaletico e a dati esterni. Ad ogni modo, mentre non conosco Sossi di persona, conosco invece Di Gennaro benissimo. Egli è stato pubblico ministero in un processo contro il mio film La ricotta, accusato fascistica mente) di vilipendio alla religione…
Ora nessuna persona è più reazionaria, nel mio ricordo, che questo Di Gennaro. La sua arringa contro il mio film è stata controriformistica e sanfedista a tal punto che, come ti possono testimoniare i numerosi intellettuali e giornalisti che l’hanno ascoltata, ha rasentato il granguignolesco e il ridicolo, per non dire ovviamente il volgare. È stata il capolavoro orale del clerico-fascismo degli anni Cinquanta (il processo si svolgeva nel ’63). Cioè, quanto a livello culturale dello stesso clerico-fascismo che organizzava i pianti delle madonne. Ora c’è da chiedersi: che rapporto politico c’è tra quest’uomo della vecchia destra – reazionario e duro, ma anche ambiguo (visto che il processo alla Ricotta era un atto manifestamente persecutorio, che vedeva implicato il Vaticano e l’intera ufficialità del potere democristiano) — e coloro che l’hanno rapito? Perché è stato scelto lui? Che logica lega il rapito ai rapitori? Non saprò mai rispondere a queste domande, se non su un terreno puramente ideale. Ed è ciò che cercherò di fare continuando fin che sarà necessario questa nostra digressione.
P.P. PASOLINI, Le madonne oggi non piangono più, ultima puntata del trattato pedagogico Gennariello, pubblicato per la prima volta su «Il Mondo», 5 giugno 1975. Poi nella raccolta Lettere luterane (1976), ora SPS, pp. 593-596.



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