LE MIE «MILLE E UNA NOTTE», il diario di lavorazione di Pasolini, pubblicato su «Playboy», settembre 1973. Con un servizio fotografico di Roberto Villa.
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Nelle Mille e una notte è una regina a vedere un bellissimo ragazzo e a dire di lui che è la più bella creatura del mondo; ed è un re a vedere una bellissima ragazza, dicendone la stessa cosa. Nel progetto del film sulle Mille e una notte, invece, è una regina (divenuta la regina Zobeida, che però non è proprio la Zobeida delle Mille e una notte ed è dunque destinata a cambiare nome) che vede una bellissima ragazza e la considera la più bella creatura del mondo; ed è un re, il celebre Harun al-Rashid — anch’egli nel film destinato a cambiare nome — che vede un bellissimo ragazzo e lo considera a sua volta la più bella creatura del mondo.
La regina, che provvisoriamente si chiama Zobeida, vanta la bellezza della ragazza che ha visto per strada (durante un’emigrazione della tribù), e il re vanta a sua volta la bellezza del ragazzo (anch’esso visto durante quella medesima emigrazione, nel deserto). Tutti sanno come la cosa va a finire: il re e la regina decidono di addormentare i due ragazzi per metterli insieme a confronto; e il giudizio su chi è più bello è affidato a loro stessi (è una delle grandi invenzioni delle Mille e una notte): infatti la creatura che si innamorerà dell’altra sarà la meno bella. Tutti sanno anche che, alla fine, svegliandosi a turno, i due ragazzi si innamorano entrambi: prima il ragazzo fa l’amore con la ragazza addormentata, e poi la ragazza fa l’amore col ragazzo addormentato.
Così la scommessa non è vinta né dal re né dalla regina: e la sublime trovata anomala del “meno bello che si innamora del più bello” finisce col rientrare nel codice della giustizia divina e del destino regolarmente imparziale.
Tutto questo racconto è girato in Eritrea. Si tratta di una decisione presa all’ultimo momento, in un risvolto imprevisto di quella turbolenta avventura che è la preparazione di un film. Era già deciso da molto che l’avrei girato nello Yemen, precisamente nella zona di Wadi Dar (ne parlerò più avanti). Ero in Eritrea per scegliere attori, specialmente ragazze, che nei paesi arabi è impossibile trovare. Le eritree sono di una particolare, apprensiva bellezza.
Quando ho visto negli uffici della PEA una meticcia eritreo-italiana (che avrebbe fatto la parte della schiava Zamurrud) mi sono commosso quasi fino alle lacrime davanti a quei piccoli lineamenti un po’ irregolari, ma perfetti come quelli di una statua di metallo, a quel cinguettante, interrogativo italiano, e a quegli occhi sperduti in un’incertezza implorante. Ad Asmara ero a cercare altre ragazze come lei. L’idea delle eritree mi era venuta ripensando a un’esperienza di una decina d’anni fa.
Mi trovavo a Port Sudan, e avevo saputo che c’era una tribù — i Beja — che rifiutava globalmente la storia moderna: se ne stava chiusa nel suo villaggio, a qualche miglio dalla città, senza rapporti con il mondo circostante. Nel villaggio non si poteva entrare. Un giovane tassista aveva però ceduto alla mia insistenza. Appena entrati, un gruppo di ragazzi si era avvicinato a noi con aria ostile. Alle nostre prime parole tirarono fuori pugnali e vecchie spade. Ci ritirammo prudentemente.
Riuscii poi a entrare nel villaggio e perfino nella tenda dei capi, che ci invitarono e fecero cantare ai ragazzi vecchi canti della tribù.
Fu tornando verso Port Sudan che vidi un altro villaggio, indifeso e abbandonato: un villaggio di sole prostitute eritree. Venivano dall’Eritrea per farsi la dote; quando avevano guadagnato abbastanza, tornavano al loro paese e si sposavano. La prostituzione non dà scandalo in Eritrea, dove il rapporto tra maschi e femmine è libero e paritario.
Anche ad Asmara, dopo aver girato tutto il giorno per la città — estasiato dalla bellezza degli abitanti — la sera giravo nei piccoli bar malfamati del quartiere presso la strada principale che taglia in due la città. Vi trovavo molti altri personaggi femminili, per esempio Dunya (come dirò più avanti), ma anche personaggi maschili che non sarebbe stato pratico trovare nello Yemen, dove la gente non ha una bellezza così spettacolare, se si eccettuano i vecchi. Sarebbe stato più economico portarli dall’Asmara piuttosto che dall’Italia o, meglio ancora, dalla Sicilia.
Sempre per ragioni pratiche mi conveniva girare in Eritrea anche una scena di caccia, in cui Tagi — ne parlerò ancora più avanti — incontra Aziz, che gli racconta la sua storia: la divina storia di Aziz e Aziza, che avrebbe meritato di essere musicata da Stravinskij. Per questo sono andato sia nella penisola di Buri, presso Massaua, sia all’interno, ad Agordat.
Non è semplice muoversi in Eritrea: c’è una guerra civile. Un esercito clandestino lotta per l’indipendenza, una lotta simile a quella dei Vietcong. Il popolo eritreo nasconde questa tragedia dietro un sorriso di umiltà, mentre il Negus la nasconde con abilità diplomatica.
Non esistono, in lingua italiana, termini per descrivere l’architettura di Asmara, Cheren o Agordat: lo stile coloniale italiano è inesprimibile. Il paesaggio è invece così assoluto che bastano poche parole: la terra montuosa è rossa, il verde la interrompe come una bandiera disordinata. Tutto ha l’immensità e il silenzio dell’Africa, ma non è Africa: è il mondo delle copertine della Domenica del Corriere.
La cristianità ha “culturalizzato” anche la natura, dandole un carattere copto: l’altopiano, i vestiti bianchi, le cappe scure, gli ombrelli preziosi, i monasteri rustici a forma di tucul.
Verso Agordat il paesaggio è dominato dalla palma dum, come sospinta da un vento che non soffia, disegnata d’impeto, secca e verde insieme.
È stato improvvisamente che ho deciso di girare in questi luoghi tutto il primo blocco delle Mille e una notte.
L’altopiano eritreo finisce di colpo in una immensa “frana” verso il mare. Volando verso Massaua, dalla pista dell’aeroporto di Asmara — sul bordo dell’altopiano — si passa improvvisamente da circa duemilacinquecento metri a poche centinaia.
Durante le piogge il bassopiano è coperto da nuvole dense e immobili, allo stesso livello dell’altopiano: il deserto bianco delle nuvole continua quello rosso della terra senza soluzione di continuità.
Tornando con un Cessna dalla recherche nelle isole Dahlak, sono uscito di colpo dalle nuvole trovandomi davanti l’altopiano. Prima di esso, come isolotti, emergevano alcune montagne, e su una di queste si addensava un gruppo di costruzioni: case, chiese, edifici di pietra.
Come in una fiaba, era un convento: il convento di Bizen.
Pensai che potesse essere il castello del mio Harun.
Dopo questa visione, immaginai la regina Zobeida nuda su una pozzanghera sotto le palme di Agordat, le ancelle che giocano nel letto del Barka, e lo pseudo Harun che la spia tra le palme.
Il mondo di Harun doveva essere un mondo nomade: palazzi sostituiti da tende. Una tenda vista tra Agordat e Cheren aveva finito per imporsi come archetipo.
Così il mondo di Harun diventava un mondo nomade musulmano mescolato a popolazioni copte.
A questo punto cresceva il numero dei personaggi da trovare: Harun, Zobeida, Abu Nuwas, Sitt e Hasan.
Non sapevo ancora chi sarebbe stato Harun: ero indeciso tra un calciatore e un giovane commerciante.
Il primo lo vidi allo stadio di Asmara. Il secondo in una trattoria di Cheren. Il suo volto era una maschera perfetta.
Zaudì, per la parte di Zobeida, l’avevo scelta da tempo: moglie di un mio collaboratore, donna eritrea lievemente pingue, con un sorriso raggiante.
La scelta di Sitt fu la più difficile: ragazze bellissime ovunque, ma nessuna “folgorazione” immediata.
Infine la ragazza venne scelta tra le lavoranti di un capannone: alzò la testa e sorrise, e il miracolo si compì.
Era il capodanno copto.
Entrai anche in una chiesa copta: una chiesa moderna, indescrivibile, tra liberty e architettura africana.
Dentro, vecchi uomini pregavano senza nascondersi, con una dignità totale. Cantavano salmi accompagnati da sistri e tamburi, in un canto continuo, senza inizio né fine.
Uno dei preti mi porse un bastone da cerimonia per battere il tempo.
Le cappe e gli oggetti sacri avevano una poesia oscura.
Tutto quel mondo sembrava appartenere a un’altra epoca, e insieme alla nostra.
Per andare a Gondar prendemmo un DC3. Il viaggio fu pieno di ritardi e imprevisti.
Arrivati ad Axum, fummo costretti a fermarci per un guasto.
Accanto all’aeroporto c’era una baracca minuscola: un bar. Dietro il banco una bambina cucinava uova.
Con una serietà assoluta svolgeva il suo lavoro. Disse il suo nome, parlò della sua famiglia. Guadagnava un dollaro etiopico al giorno.
Quella cifra diceva tutto.
Il viaggio in aereo verso Gondar era spaventoso e insieme affascinante: sotto di noi si aprivano voragini di montagne rosse e brune.

E’ un sogno che ci possano essere spazi così infiniti e impercorribili. Ma ogni tanto c’è un villaggio di tucul con i fienili all’aperto: mucchi gialli, disposti lungo muretti capricciosamente contorti. Può esservi acceso, accanto, un fuoco, il cui fumo si alza, unico segno di vita in quel nulla. Poi alle montagne succede una strana pianura, vagamente dorata, dove il fondo rosso torna come il ricordo di qualcosa di sognato, e il verde può essere anche quello acceso e tenero dell’orzo o del grano appena spuntato, ma tutto come soffuso da un’aria di crepuscolo. Acque scorrono a pelo della terra, in corsi sinuosi, circondate da un verde intenso, muschioso e come avvelenato. Un gruppo casuale di costruzioni bianche indica che laggiù c’è Gondar. (A Gondar mio padre ha combattuto l’ultima battaglia dell’Impero, è stato preso prigioniero e si è ammalato di quella malaria che, non curata, doveva essere una delle cause della sua fine). Dall’aeroporto di Gondar (era già tardi, e avevamo l’aeroplano la mattina dopo alle nove) siamo andati direttamente a vedere i castelli. Stupende costruzioni, rozze e indecifrabili. Siamo andati anche subito al più famoso dei monasteri della città. Era in cima a una collina, ed era circondato da mura di cinta in forma circolare: a intervalli regolari c’era una di quelle piccole torri moresche già viste nei castelli (l’architettura di Gondar è un insieme unitario; di origine portoghese, certamente schiavista, come a Zanzibar e come a Dakar). Ma disgraziatamente — e sono i casi in cui impreco come un pazzo — in tutta la cima del colle su cui sorgeva il monastero era stato piantato un bosco di eucalipti, forse per bellezza e rispetto; ma certo col risultato di nascondere tutto. Non è una pazzia solo etiopica. Dappertutto c’è la tendenza a trasformare lo spazio in cui sorgono i monumenti in parchi pubblici. Tutti i castelli della Loira, per esempio, sono circondati da aiuole coi fiori e le pianticelle più stucchevoli, da vialetti scricchiolanti di odioso ghiaino. Qui hanno piantato eucalipti. Siamo andati a un secondo monastero: la facciata era stupenda, proprio il fondo di una miniatura copta (con davanti, nell’immaginazione, una folla vestita di bianco, con qualche piccolo dettaglio blu o giallo ocra, e magari un seggio lavorato...), ma il luogo nell’insieme era misero e senza vita. Era già notte quando siamo arrivati al terzo monastero. La gloria del turismo etiopico, il frutto supremo della civiltà copta. Nell’aria già ottenebrata, ci ha accolti il solito gruppo di guardiani ragazzi, che si sono inginocchiati davanti a noi per toglierci le scarpe, con quella loro sottomissione piena di grazia. Siamo entrati oltre le mura di cinta, nello spiazzo dove sorge l’edificio centrale (contenuto dentro una costruzione più recente a forma di tettoia), e abbiamo visto così finalmente la forma pura, archetipa della chiesa copta arcaica: una semplice stanza quadrata con in fondo il sacrario. Tutto l’interno della chiesa è affrescato fittamente: non c’è angolo che non sia colorato. Nelle pareti ci sono storie di santi, con una particolare e poetica predilezione per gli arcangeli. Il soffitto — sostenuto da lunghe travi parallele — è letteralmente coperto da mezzibusti di angeli e altre potenze celesti: una fila in ogni spazio tra una trave e l’altra: una trentina di file dunque. Tutti sono vestiti di bianco, hanno i capelli neri e grandi occhi neri su visi ocra; la loro stereotipia e la loro ripetizione regolare ha qualcosa di umile e di grandioso al tempo stesso: raggiungono un effetto di raptus. Nell’insieme, benché così rustica, questa cappella, prodotto estremo e marginale della civiltà figurativa bizantina, è emozionante come la Cappella degli Scrovegni o la Cappella Sistina. La mattina seguente, prima di partire, siamo passati anche per la chiesa annessa al corpo dei castelli. Questa sì, più recente, era veramente a forma di tucul: era, cioè, rotonda, con un tetto tondo a punta, ma il sacrario, in mezzo, era quadrato, con le sue porte chiuse, e tutto ricoperto di affreschi (più moderni e rozzi di quelli del sublime monastero di Debre Berhan Selassié). Dei fedeli pregavano, in quel modo che ho descritto: tutti fuori di sé, esposti, senza il pudore dell’interiorità, resi belli da quel loro incondizionato offrirsi mattutino a Dio. Fu a quel punto che mi venne in mente la tenda che avevo visto nel villaggio tra Agordat e Cheren, quella stupenda tenda che già avevo comunque programmato di usare nel film. Essa era fatta proprio — me ne rendevo conto ora — come quella chiesa di Gondar: consisteva infatti in un involucro esterno, rotondeggiante, di stuoie bianche o brune, ma, dentro, c’era un vano quadrato come il sacrario, fatto sempre di stuoie, tutte lavorate e colorate, con drappi simili a paramenti sacri. La tenda era così l’archetipo del tucul e quindi della chiesa. Non c’era ragione — per quel che mi riguardava — che lo pseudo Harun dovesse vivere necessariamente in un palazzo. Una tenda poteva essere la sua umile abitazione sontuosamente barbarica. L’idea che mi era nata sorvolando il monastero di Bizen aveva proliferato una ricerca che mi aveva poi, alla fine, ricondotto al modello povero e primo.
Dunque, per riannodare le sparse fila del racconto, Sitt e Hasan dormono nell’interno della tenda regale, dove il capotribù e sua moglie li hanno fatti portare, per confrontare le loro bellezze. Sono nudi, e il loro sonno è quello innocente. Di Fessazion Gherentiel, che farà Hasan, so qualcosa del suo corpo. Non l’ho mai fatto per discrezione, per vergogna di un comportamento da negriero, ma una serie di esperienze sbagliate mi ha indotto a farlo, almeno in qualche caso: vedere cioè il corpo nudo dell’attore prima di usarlo, di usare, appunto, la sua nudità. Dirlo è brutale, e altrettanto il farlo, del resto. Il ragazzo si è spogliato davanti a me, a Peter e a Fredzy nella camera dell’albergo Imperial, dove era alloggiato Peter. È stata un’operazione rapida e silenziosa: egli si è tolto uno a uno i suoi poveri indumenti, tutti secchi, specialmente i calzetti e le scarpe, bianchi di polvere, e, in un arso odore appunto di polvere, è apparso il suo corpo nudo, coperto solo da un paio di mutandine a strisce colorate; il gonfiore del sesso era, diciamo, normale, e così ho fatto segno a Fessazion Gherentiel di non finire di spogliarsi, interrompendolo mentre, ubbidiente e sottomesso, si accingeva a farlo. Quanto a Giana Idris non le ho chiesto di fare la stessa cosa: non ce n’era bisogno, la sua vestina leggera, cucita sotto il seno appena spuntato, lasciava perfettamente capire le proporzioni e la perfezione del suo corpo. Essa probabilmente è bilena, una tribù che, come ho detto, convive nel territorio di Cheren con quella dei Beniamer. Ora, i Bileni usano “cucire” la vulva delle ragazze, per la solita ragione che devono arrivare vergini al matrimonio. Il metodo si presenta oggettivamente efficace: ciò dà alle donne bilene, famose in Eritrea per questo, una spensieratezza e una libertà ancora più manifeste che nelle donne delle altre tribù. Il problema è girare la scena con questi due ragazzi nudi, che si guardano, si scoprono a vicenda il corpo e il sesso, si amano fisicamente a insaputa l’uno dell’altra, e quindi devono compiere tutti i gesti del possesso, resi difficili dal sonno e dall’innocente inerzia dell’altro corpo. Non dubito che Fessazion farà lietamente e sommessamente tutto quello che dovrà fare, col riso che gli si spalanca raggiante di candido zucchero nel viso: ma lei? Nell’interstizio tra l’involucro esterno della tenda e il vano quadrato dell’interno, sollevando una stuoia ricamata con squisitezza selvaggia, lo pseudo Harun e la pseudo Zobeida guardano la scena: che è dunque una loro soggettiva. Il loro sguardo si identifica quindi prima col mio, poi con quello dello spettatore. L’interesse di questo sguardo è dovuto per una metà alla pura e semplice bellezza (e quindi è contemplativo), mentre per l’altra metà è dovuto all’eccitazione sessuale (e quindi è coinvolto con l’azione). A meno che non si tratti di un voyeur, lo sguardo di chi osserva due corpi nudi che compiono interamente un atto amoroso non è autosufficiente, non si conclude in se stesso: implica piuttosto una identificazione con uno dei due protagonisti della congiunzione e, nel tempo stesso, un impossibile moto di desiderio verso l’altro. Il piacere di chi guarda un atto sessuale riprodotto — atto sessuale di cui ha esperienza — consiste anche nel dolore di constatare che egli ne è ora fatalmente escluso. Così che guardare una scena d’amore riprodotta è come guardare qualcosa di perduto che ritorna, qualcosa di morto che rivive. È riconoscere con la ragione qualcosa che si era solo esperimentato col corpo. È infine una riconferma dell’inesauribilità di un desiderio che rinasce continuamente dalle proprie ceneri.
Un moralismo profondamente radicato in tutti fa pensare che il desiderio di guardare una scena d’amore riprodotta sia una mera e volgare debolezza, quando non peggio. Quindi tutti sono portati a pensare che un poeta che riproduca una scena di amore sessuale lo faccia perché non ha niente da dire. Non capiscono, naturalmente — come vuole il vecchio meccanismo — che sono essi che rimuovono ciò che il poeta vuole dire. Nel migliore dei casi, essi instaurano una gerarchia degli interessi. Nessuno dirà mai che uno spettatore va a vedere La corazzata Potëmkin accusandolo di essere spinto a farlo da un “interesse politico”, e tendendo così a togliere valore al film; mentre tutti d’accordo accusano lo spettatore che va a vedere un film dove il sesso è rappresentato nella sua completa nudità, di essere spinto a farlo da un miserabile “interesse sessuale”, che viene dunque gerarchicamente considerato inferiore agli altri interessi. Questo detrae oggettivamente valore al film, che viene a sua volta considerato di grado inferiore. Quanto “interesse religioso” e quanto “interesse politico” sono invece realmente inferiori all’interesse sessuale! Quest’ultimo ha almeno la qualità di essere innocente, di essere, tutto sommato, antecedente ai condizionamenti sociali che talvolta lo immiseriscono e lo involgariscono.
Ma anche a volerlo sentire così, come colpa nello spettatore che sceglie di andare a vedere un film che rappresenta liberamente i rapporti sessuali, quell’interesse è infinitamente più libero degli altri: se non altro perché riguarda la cosa che nella vita un uomo oscuramente antepone a tutte le altre. Ciò che un giudice moralista non vuole sapere o ammettere è il culmine espressivo finale di una ricerca formale, compiuta per un destinatario che abbia una nozione completa e rigorosa di tale ricerca: il bruno cazzo eritreo di Fessazion Gherentiel e la dolce fichina di Giana Idris.
Ho detto, iniziando questi appunti, come nel testo delle Mille e una notte sia Harun a scoprire la bellezza della ragazza Sitt, e Zobeida a scoprire la bellezza del ragazzo Hasan; mentre nel film è lo pseudo Harun a scoprire la bellezza del ragazzo e Zobeida a scoprire la bellezza della ragazza. È una modifica che io ho apportato alle Mille e una notte secondo lo stile delle Mille e una notte: il cui canone è sì la stereotipia, ma anche la squisitezza e l’ambiguità. Ogni racconto è il racconto di un’anomalia del destino. Il banale semplicemente non c’è. Nel caso specifico, il disegno generale del cumulo di racconti fa sì che, nella storia vera di Sitt e Hasan, sia giusto che il Re scopra la ragazza e la Regina il ragazzo: un’infinità di altre anomalie provvedono a correggere questa partenza ovvia e naturale. Nel film — infinitamente più povero per quel che riguarda la quantità e la complessità — ho dovuto recuperare, concentrandoli, i motivi erranti, gli elementi dati e taciuti, l’inespresso esistente, che formano l’alone realistico-magico dell’affabulazione. Per esempio, in questo caso, un’omosessualità simmetrica su cui si sovrappone, rendendone preistorica e profonda la realtà, una eterosessualità altrettanto simmetrica, che però a sua volta resta conseguentemente sospesa e privata della sua cieca certezza. Del resto l’omosessualità è, con la magia, l’elemento antagonista delle Mille e una notte: l’elemento protagonista, ripeto, è il destino, che tuttavia non si accorgerebbe di sé se non fosse contraddetto da ciò che esso non può recuperare.
Il destino può diventare anomalo, farsi storia: gli elementi antagonisti che lo “costringono” a questo restano invece antologici, immutabili. Ci sono nelle Mille e una notte infiniti, patetici elogi dell’omosessualità e infinite esemplificazioni veneranti della magia, ma nessun tentativo di spiegazione. Ciò dà a questi fenomeni la stessa assolutezza della più pura normalità. Occorre che un altro mondo si ponga come antagonista al destino arabo perché esso cominci a porsi il problema delle spiegazioni. Che diviene subito un problema di abiure. Abiura del mondo magico; abiura dell’omosessualità; abiura di se stesso.
Il Kuwait — piccolo paese ricchissimo — ha deciso di scegliere la tradizione: quindi niente abiure di nessuna specie. Se il mondo occidentale vuole venire a fare da antagonista, paghi. Con i suoi denari è poi possibile difendersi da lui. Ai video del piccolo Stato, durante il Ramadan, i preti e i ragazzi (tutti maschi) cantavano per ore intere il Corano. Era una cosa trascinante, un delirio. Per i mercati gli uomini si voltano a guardare gli uomini, come nelle Mille e una notte. Sono i paesi musulmani poveri che invece cedono subito le armi: o davanti al ricatto del benessere o davanti a quello della Rivoluzione.
Per prima cosa, infieriscono — attraverso l’abiura — contro ciò che li aveva per più tempo e con più intensità resi se stessi: la superstizione contadina, l’amore omosessuale, la civiltà feudale. Ad Al Mukalla, una cittadina sulla costa della penisola araba a est di Aden, c’era una porta stupenda, fatta di massi di pietra. Un anno fa, essendo aumentato anche lì il traffico, il governo della provincia ha deciso di distruggere la porta e, poiché i blocchi di pietra erano enormi, l’hanno fatta saltare con la dinamite. La cosa mi è stata raccontata dal vicegovernatore (un ragazzo di 24 anni) con orgoglio: era stata la rivoluzione, secondo le sue parole, a radere al suolo quel monumento di una odiosa civiltà feudale vissuta fino a pochi anni prima.
Questa furia devastatrice contro il proprio passato recente e le sue abitudini considerate degradanti e vergognose è il fantasma che percorre l’Oriente. Ma la stessa cosa succede anche nel Meridione italiano, specialmente in Sicilia. L’acculturazione da parte del centro è ormai completa: la cultura marginale, particolaristica, è distrutta e non produce più modelli.
Catania, per esempio, è in frantumi (Palermo è sorretta ancora dalla struttura conservatrice della mafia). Giovani impazziti, o ebeti o nevrotici, vagano per le strade di Catania coi capelli irti o svolazzanti, le sagome deformate da calzoni che stanno bene solo agli americani: vagano con aria soddisfatta, provocatoria, come se fossero depositari e sazi d’un nuovo sapere. Sono, in realtà, paghi dell’imitazione perfetta del modello di un’altra cultura. Hanno perso la propria morale e la loro arcaica ferocia si manifesta senza più forma. Alle dieci di notte c’è il coprifuoco. Le strade, coi loro vecchi palazzi consunti e i nuovi palazzi sfolgoranti sulle strade secche d’immondizia e di fango, sono percorse solo dalla polizia. Il quartiere delle Finanze, un tempo, di sera, sfolgorante di luce e della bellezza fisica degli antichi corpi siciliani, tace in un abbandono sinistro. C’erano centinaia di puttane alle porte, come in una Casbah, tra quelle misere casette del Settecento o dell’Ottocento; e, insieme alle puttane, trionfanti, gli invertiti. Se ne stavano appoggiati coi sandali d’oro alle porte delle loro stamberghe, altezzosi, riservati, sdegnosi e pronti a tutto. E i clienti venivano umilmente a trovarli; e, se essi non possedevano una di quelle stamberghe, stracolme di luce — con la loro carta da parati pulita e la loro mobilia che ostentava un diverso e ben più raffinato tenore di vita rispetto a quello delle puttane — ecco che i clienti li facevano salire sul loro motorino e, alla fine, dopo l’amore consumato in un prato, sporco della sporcizia antica, li salutavano con una paterna stretta al ganascino. Ragazzini e già adulti, a causa della saggezza della povertà, oltre che della forza del loro sesso. Ora, per prima cosa, la furia si è abbattuta sugli omosessuali. Del passato recente e rinnegato essi erano la forma più facile da distruggere. Sono stati bastonati, accoltellati, spogliati, uccisi, perseguitati; non se ne vede più uno in tutta la città. Quel piccolo mondo di Sodoma è stato distrutto da una Gomorra feroce ricalcata su Milano.
Ma il modello del centro, propagato dalla televisione, non è raggiungibile da un ragazzo siciliano: che vede così aumentato il suo stato di inferiorità.
E mentre prima si trattava di un complesso «sociale», condiviso da tutti come una caratteristica culturale, ora esso è stato interiorizzato da ciascun singolo e i segni della nevrosi si manifestano ormai in tutti. Chi era ignorante è diventato più ignorante, fin quasi all’ebetudine; chi era complessato è arrivato alla malattia.
Dunque, mentre il modello piccolo-borghese espresso dall’acculturazione del Centro Milano-Roma (industria e televisione) tende alla tolleranza e alla comprensione dell’altro (compresa l’altra cultura), gli imitatori di quel modello sono passati invece all’intolleranza più feroce. Mentre infatti gli studentelli — fortunati consumatori primi, maestri pieni di scrupoli della propria coscienza democratica — cominciano, nel quadro di una igiene sessuale, a comprendere, poveretti, i «diversi», le folle dei loro imitatori semianalfabeti che gremiscono la periferia (che nell’interno della loro cultura popolare avevano sempre sentito per i «diversi» un giusto sentimento di comprensione senza retorica) imperversano su di loro, li ricattano, li seviziano come SS: sicuri della bontà del loro operato, che vedono protetto dalla qualità di vita, voluta e imposta senza più alternative dalla televisione e dalla propaganda industriale; mentre ingenuamente credono di liberarsi così del loro passato e della loro vergogna. Sono in ritardo rispetto alla «tolleranza». Ma è in ritardo anche l’opinione pubblica, almeno così come essa si presenta a coloro che debbono servirla. Così il povero pervertito coi sandali d’oro davanti alla catapecchia catanese è tollerato da quattro gatti (che in tal modo gratificano la propria coscienza), mentre tutto il resto della nazione è pronta a linciarlo, con in testa magari i suoi vecchi, gagliardi amanti, un tempo affettuosi come madri.
Al Mukalla si trova a sud dell’Hadramut, è il suo porto. Arrivare nell’Hadramut è meno difficile soltanto che arrivare nell’Oman (dove infatti ho dovuto rinunciare ad andare). Durante i primi sopralluoghi, in ottobre, ho girato a lungo intorno all’Hadramut, cercando di arrivarci da sud, da nord, da nord-ovest, da ovest (dallo Stato di Aden, dal Kuwait, dal Cairo, dall’Asmara). Non è stato possibile. Ho passato lunghe quarantene in attesa dell’aereo sia al Kuwait sia all’Asmara. C’era allora la «piccola guerra» tra lo Yemen del Nord e lo Yemen del Sud. Questi sono praticamente un solo paese, per cultura, civiltà, razza eccetera, e la divisione artificiale è al solito dovuta al colonialismo: agli inglesi interessava unicamente il porto di Aden; quanto ai retroterra, hanno semplicemente abbandonato a se stesso lo Yemen del Nord, poverissimo e irraggiungibile, e hanno inventato una serie di «protettorati» di emiri a nord-est e a est. Questi ultimi, compreso Aden, formano l’attuale Repubblica democratica dello Yemen del Sud; e, per distruggere anche nella lingua il ricordo dei feudatari, si chiamano regione n. 1, regione n. 2 e così via.
Questa Repubblica democratica dello Yemen del Sud si è conquistata da sola la libertà: pochi degli ex-paesi coloniali possono vantare una così decisa, coraggiosa e unitaria lotta partigiana (soprattutto per quel che riguarda la regione n. 1, cioè Aden). A me è capitato di vedere Aden la prima volta sotto gli inglesi (e tutto funzionava ancora come nelle colonie, prima della rivoluzione, cioè con molta miseria ma anche con molto benessere e molta joie de vivre); poi l’ho vista immediatamente dopo la liberazione (gli edifici privati e pubblici erano ancora tutti bucati dai colpi di mitraglia e i calcinacci erano ancora fumanti); poi qualche anno dopo, durante le guerre civili tra moderati e radicali di sinistra, coi cavalli di frisia, il coprifuoco, i posti di blocco nella città abbandonata e silenziosa, il porto deserto; poi ancora nel periodo della normalizzazione, almeno apparente, e il nuovo regime di austerity, cioè di grande povertà, mista alla inespressa delusione; e infine recentemente, nell’ultima vicenda storica: il potere in mano agli estremisti di sinistra, un governo formato in maggioranza di comunisti, legati alla Russia, ma ispirati al radicalismo dei feddayn, con una mentalità — almeno alla base — da «groupuscule»: l’ufficialità comunista si manifesta nella fondazione del nuovo mondo «rivoluzionario» secondo i moduli classici (avevo appena finito di leggere il libro-poema di Platonov del ’26, sull’instaurazione del comunismo nei villaggi perduti nella steppa, e riconoscevo, nello Stato di Aden, specie nel retroterra agricolo, quel «momento» rivoluzionario, con la sua stessa ingenuità pionieristica, il suo ingenuo fanatismo e gli inizi degli stessi errori); il radicalismo estremistico, invece, si manifesta nello «spirito» con cui tutto questo si realizza e viene reso attuale. I giovani dirigenti politici parlano con la stessa terminologia dei giovani dell’estremismo europeo.
L’Arabia Saudita, enormemente ricca per lo sfruttamento americano del suo petrolio, vorrebbe cancellare dalla penisola araba questo piccolo eroico Stato: che d’altra parte rappresenta, in questo punto del mondo arabo, il momento più radicale della «lotta anti-imperialistica» contro Israele; e, come si sa, gli Stati arabi ricchi devono allearsi, in questo, con gli Stati arabi poveri, proprio per il tradizionalismo che essi, in quanto ricchi, hanno scelto decisi a salvarlo fanaticamente.
Probabilmente, dunque, per ora l’Arabia Saudita si accontenterebbe di prendersi l’Hadramut, che è al confine. Nell’attesa, essa ha fomentato la guerra tra lo Yemen del Nord e lo Yemen del Sud (pare che lungo i confini tra i due Stati sia stato trovato del petrolio).
L’Arabia Saudita naturalmente appoggia lo Yemen del Nord repubblicano: quindi anche qui c’è dell’ambiguità. Lo Yemen del Nord ha fatto anch’esso la sua rivoluzione, cominciata nel 1959 e appoggiata da Nasser: è seguita una lunga guerra civile, che in realtà non ha visto vincitori né i repubblicani né i realisti, che si erano rifugiati nel Nord, appunto ai confini dell’Arabia Saudita che proteggeva il re (o imam).
Finalmente, in un modo o nell’altro, malgrado l’eterna tendenza dei soldati egiziani a essere battuti, l’imam è stato costretto ad abbandonare la partita e a rifugiarsi nel 1962 a Jeddah. È successo nello Yemen un periodo confuso: sulla scia della rivoluzione repubblicana sono prevalse le forze di sinistra: di conseguenza sono scesi dall’alto (e non si sono mai visti in giro) russi e cinesi. I russi hanno costruito un grande ospedale. I cinesi una lunga strada che ha finalmente unito la capitale Sana’a a Hodeida, sul Mar Rosso; e si accingevano a costruirne un’altra tra Sana’a e Sada, nel Nord realista. Russi e cinesi si sono poi misteriosamente dissolti. La bella strada costruita dai cinesi, priva di manutenzione, comincia a franare, a essere invasa dall’erba. Ai russi e ai cinesi sono successi — se non ancora gli americani — i tedeschi, gli italiani: con piccoli interessi (carne in scatola, scarpe, trattori, radioline eccetera) che portano a una piccola politica economica e alla brutale, miserabile distruzione di quello che è architettonicamente il più bel paese del mondo.
L’Arabia Saudita protegge tutto questo. Non si parla più di imam; ma parenti dell’imam sono ora nel governo, in un paese dove non esiste opinione pubblica, se non quella ancora frazionata dei poteri locali (tra cui, per esempio, l’emirato di Mareb è ancora assolutamente indipendente, non riconosce alcun potere centrale, e chi si avventura da quelle parti viene preso a fucilate).
Tra la Repubblica yemenita del Nord e la Repubblica yemenita del Sud, dopo la piccola guerra dimostrativa di questo autunno, c’è un’astratta volontà — sinceramente sentita però dalla popolazione che non ha mai riconosciuto il confine — di fusione. Ma come? Al Nord è praticamente ormai al potere, per interposta persona, l’Arabia Saudita; al Sud il potere è instabilmente in mano a un gruppo estremistico di sinistra. Comunque, per ora le ostilità sono sospese, almeno tra Sana’a e Aden, le capitali (mentre una specie di stato di emergenza permane nell’Hadramut), e sono state riprese le regolari comunicazioni. I DC6 dell’Ethiopian, del Sudan Airways e dell’Alyemda fanno i loro giri — sempre un po’ imprevedibili — di qua e di là del Mar Rosso, dall’altopiano yemenita al vulcano di Aden.
E infatti, imbarcato all'Asmara, sono finalmente giunto in qualche modo (con un motore di meno) ad Aden, ben determinato, stavolta a raggiungere l'Hadramut (in Land Rover ci sarebbero voluti almeno due o tre giorni) e anche quell'irraggiungibile Al Mukalla (la «città sul mare» che è stato il patetico sogno di tutti i miei sopralluoghi).
Era una mattina grigia di afa che pesava come piombo sul mare inquieto, e sulle mille forme del vulcano nero, dentellato, pieno di infiniti golfi, su cui la città è distribuita, in un tetro disordine, come un sublime spettacolo della decomposizione. Sottili istmi legano i borghi grigiastri, le disordinate distese di serbatoi, le rade colme di vecchie navi, come abbandonate, se non affondate nella melma, le raffinerie, i villaggi di pescatori simili a bidonvilles, qualche vecchia fortificazione.
Tutto ha distrutto l'annosa colonizzazione e la miseria che ne è seguita. Eppure poche visioni al mondo sono così grandiose: l'enorme vulcano sul mare, in fondo all'ultimo lembo di deserto, è una forma unica, simile solo a se stessa.
Appena sbarcato dall'aereo, giunto all'albergo, ho telefonato all'ambasciatore italiano Beltrami (che conoscevo, fortunatamente, avendolo già incontrato a Zagabria). Peter e io siamo stati subito ricevuti all'ambasciata, e quando gli abbiamo detto che il giorno dopo avremmo voluto partire per l'Hadramut, ci ha guardati un po' spaventato. Era, oggettivamente, una cosa impensabile.
Io gli chiesi comunque un favore poco diplomatico, cioè di telefonare subito al ministro delle Informazioni e chiedergli un appuntamento. Il problema era ottenere il visto per il viaggio, visto che non era concesso a nessuno. L'ambasciatore riuscì a rintracciare il ministro, malgrado l'ora e il giorno festivo; e il pomeriggio fummo ricevuti.
Il ministero era in uno dei tanti quartieri che formano Aden, un quartiere residenziale che ricorda però le vecchie borgate romane, lattizzate e squadrate, con case disadorne, grigie, corrose dall'umido tropicale. Il ministro aveva il suo ufficio dentro una di queste case, ex-residenza di impiegati inglesi: una misera scaletta scrostata e polverosa, un corridoio disperato, con le porte dei cessi, e, in fondo, la porta dell'ufficio del ministro, un uomo piccolo, buono, ostinato e fedele, con occhi smarriti, che gli si riempivano di un'indifesa felicità nel dare qualche buona notizia.
Nel nostro caso, una buona notizia era per esempio che il ministro degli Interni, a cui aveva subito telefonato, avrebbe probabilmente concesso il visto. Non per il giorno seguente però, ma per il dopodomani.
Avevo dovuto scrivere in un piccolo bloc-notes, allungatomi da un suo impiegato della sezione «Cinema», la mia bibliografia e la mia filmografia: il mio era, giustamente, per loro, un inquietante enigma da risolvere.
La mattina dopo venne all'albergo a prenderci quello che avrebbe dovuto essere il nostro accompagnatore: un arabo-somalo, grassoccio, dall'aria sedentaria, i baffetti burocratici e un'antica paura in fondo agli occhi infantili.
Mi fece, al tavolo della colazione del Rock Hotel, divorato dall'umidità, alcune domande indagatrici; e subito ebbe la conferma – è una mia supposizione – che io ero proprio quello che risultavo essere dai miei appunti del bloc-notes. Gli occhi gli scintillarono (anche a lui) di indifesa felicità, e tutto cambiò di colpo.
Non ero più un problema da risolvere con sospetto, ma un intellettuale europeo di sinistra, che conosceva i dirigenti del PCI. Mohamed Farah era stato infatti in Italia, a studiare (all'Università Cattolica), e sapeva tutto degli intellettuali come me, almeno fino all'anno in cui era partito dall'Italia per tornare al suo paese (doveva essere il '63 o '64, perché egli si ricordava come attuali le canzonette di Rita Pavone).
Con Mohamed Farah – che aveva comunicato la sua felicità a tutto il ministero – prendemmo finalmente l'aereo per Al Mukalla.
Giungemmo a un desolato aeroporto tra il deserto e il mare, incoronato da funeste e paradisiache montagne rosa. Oltre quelle montagne c'era la città, e vi giungemmo dal di dietro, cioè dalla terraferma, attraverso una nuda e polverosa valletta, dove era stata costruita – nel solito indescrivibile disordine – la parte moderna della città. Mi si strinse il cuore, la tenebra cadde intorno a me. Capivo che, caparbiamente, la storia deludeva le mie illusioni antistoriche: con stupida ferocia.
Dall'alto, e socchiudendo gli occhi, appariva la visione della Al Mukalla vera: una piccola città bianca, gremita intorno al porto rotondo, con le sue alte case di cinque o sei piani, lavorate come sublimi torte di zucchero.
Ma, aprendo bene gli occhi, solo poche erano le case veramente antiche, rimaste alla loro vera forma barbarica e squisita, e al loro materiale poroso, struggente di gonfiori e screpolature, calce candida e imposte azzurrine, piccole di una piccolezza leggendaria. Tutto in realtà era stato ricostruito di materiale vile, ispirandosi soltanto superficialmente allo stile originale, con l'approssimazione priva del sentimento della forma che è di tutto ciò che è moderno e che la storia impone.
Lo stile, tuttavia, era proprio quello che cercavo (e con impura smania antistorica sognavo): lo stile yemenita, un enigma solo parzialmente risolto, o di cui solo pochi sanno, se c'è, la soluzione. A differenza dell'architettura di tutto il mondo arabo, che è orizzontale – il divino orizzontale dei muretti di fango che racchiudono il segreto delle case come un piccolo universo essenziale, rustico, religioso – lo stile yemenita è verticale: case di cinque, sei, sette piani (a Shibam, nell'Hadramut, ci sono addirittura delle specie di grattacieli), strette una all'altra lungo anguste strade, proprio come nelle città occidentali.
Se l'idea di Venezia è nata in qualche punto dell'Oriente, questo punto è lo Yemen. Sana, la città più bella dello Yemen, è una piccola, selvaggia Venezia posata sulla lurida polvere del deserto, tra giardini di palme e orzo, anziché sul mare.
Disperato per la perdita di Al Mukalla, avevo già scelto come alloggio un poetico albergo sul porto, tenuto solo da ragazzi, poverissimo (tre o quattrocento lire il letto); ma come ufficialmente la nostra presenza – attraverso il caloroso lasciapassare rilasciato dal governo centrale – fu acquisita, fummo ospiti per cena della Casa del Popolo; con un certo terrore da parte nostra, subito però smentito: ci fu servito infatti uno squisito pasticcio di pesce.
Il vicegovernatore, un ragazzo poco più che ventenne, ci fece compagnia il dopocena nel piccolo giardino, e parlammo a lungo con lui della rivoluzione. Non scherzava. Nei suoi occhi foschi c'era una determinazione che non era solo volta all'azione, non era priva di cultura.
La mattina dopo, molto presto, partimmo per l'Hadramut. A guidare la Land Rover era un giovane negro, allegro come solo i negri possono essere – cantava e rideva – e solo a un certo momento si avvilì, come una bestia ferita, quando ci fu qualcosa che non funzionava nel motore. Sentiva il male del motore come un male del proprio corpo. Era una giovane speranza della rivoluzione, Islam, ed egli ne era felice. Suo padre era stato schiavo, sotto l'emiro, come tutti i suoi avi.
Otto ore di Land Rover, in un deserto montuoso, sono qualcosa di poco facilmente (o troppo facilmente) immaginabile. Passarono. Il deserto è una visione sfumante in lievi cambiamenti che rendono ancora più ossessiva la sua immutabilità. Il tempo, per chi ama l’ossessione, non conta. La durezza del sedile è un ingrediente dell’iterazione esaltante. Giungemmo nella valle dell’Hadramut che era già notte fonda. Ecco il primo villaggio coi suoi piccoli grattacieli ocra, le piccole finestre ottuse e miopi senza illuminazione. Nel buio intravedevo — pieno di speranza — un’infinita oasi di grosse palme tozze e fitte. E intorno, più alta, la terrazza del deserto, dentro cui un fiume, nei secoli, aveva scavato a strati la lunga vallata.
Seiùn era perduta nel silenzio profondo della notte, benché non fossero più delle sette o le otto. Cercammo la Casa del Popolo; ci furono dei problemi — il custode, il governatore — e così giravamo per la città di cui vedevamo solo la sagoma, palazzi senza forma, tra grandi giardini, lunghi vialoni cosparsi di palme, polverosi…
La mattina mi svegliai presto, nella vastissima camera quadrata della bianca Casa del Popolo, e andai al balcone. Sotto il sole appena sorto, in un silenzio irreale, Seiùn si stendeva davanti a me, in un disegno perfetto, contro il costone a terrazza del deserto, immersa tra giardini di palme, in una valle da un lato completamente deserta e vuota, dall’altro vastissima, tutta verde di fitti palmizi. Le case erano alte, ma nude, senza ricami, con piccole finestre, e come spaccate in due da una specie di taglio rettangolare annerito dal fumo, sotto cui si trovavano le piccole porte.
Malgrado il biancore accecante della luce e l’afa quasi pomeridiana, un silenzio perfetto era sospeso sulla piccola città. Essa pareva tenere chiusa in sé la conoscenza di se stessa come un segreto, perpetuando le proprie abitudini — per esempio quel silenzio mattutino — come in sogno. Le piccole colonne bianche che reggevano i frontoni delle case più ricche facevano pensare a una classicità anteriore alla classicità: al periodo più maturo dell’epoca faraonica o micenea. Il tempo era come un mare di afa e di luce sul cui fondo malinconico Seiùn era rimasta intatta in una forma che non aveva né rimpianti né speranze.
P.P. PASOLINI, LE MIE «MILLE E UNA NOTTE», 1973, pubblicato su «Playboy», a.2, n.9, settembre 1973, pp. 43-50, 56 e 120-6, ora RR II, pp.1884-1991. Con un servizio fotografico di Roberto Villa.










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